Intervista a Marina Achmedova

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Con Marina Achmedova, giornalista e reporter d’assalto, ci incontriamo nella vivace cornice di “Più libri più liberi”, la Fiera nazionale della piccola e media Editoria, e, con il prezioso aiuto dell’interprete e traduttore Dario Magnati, parliamo della terribile droga Krokodil, della polveriera ucraina e del ruolo che ha o che dovrebbe avere il giornalista: cioè fornire un’informazione critica, trasparente e non ideologizzata.




Sei una giornalista e svolgi la tua professione in uno stato in cui, stando ai rapporti di Freedom House, la stampa non è libera. Quali sono le principali difficoltà che devono affrontare i giornalisti in Russia e cosa ti spinge a continuare ad esercitare la tua professione?
Sono al corrente del fatto che c’è un’ opinione diffusa, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, sulla mancanza di libertà di stampa in Russia e che il potere di Putin eserciti una pressione, e sono anche consapevole del fatto che se vengo in Europa e dico che su di me e sui giornalisti c’è una pressione del potere incontro la benevolenza dei lettori e dei colleghi che sentono quello che vogliono sentirsi dire. Io però mi sento libera nella mia professione, anche se so che questa mia affermazione può incontrare diffidenza. In Russia bisogna distinguere tra la carta stampata e la TV  ed è in quest’ultima, principalmente statale, che c’è una linea ideologica ben precisa. Sono due discorsi separati. L’ultimo anno l’ho passato al fronte in Ucraina come giornalista e non ho mai visto una propaganda da parte dei mass media russi che sia solo minimamente paragonabile a quella dei media ucraini, che sono molto più ideologizzati. Bisogna anche dire che ci sono molti giornali, riviste, radio e canali televisivi che sono assolutamente di opposizione. Se prendiamo Facebook credo che non esista un presidente al mondo che sia stato insultato come Putin in Russia. E tutte queste persone stanno bene, in salute e non hanno problemi di nessun tipo. E so che se voglio scrivere “Putin è un cretino” su Facebook posso farlo liberamente e non lo faccio solo perché non credo sia un cretino. Ho passato sei mesi a Donetsk, dove sparano e dove ammazzano, e lì posso dire di aver visto con i miei occhi che c’è gente che muore e che viene uccisa. Ora l’aeroporto di Donetsk è in mano a quelli che vengono chiamati in Europa “separatisti”, mentre dalla stampa russa “insorti”. Quotidianamente attorno a questo aeroporto c’è l’esercito ucraino che spara e che effettua azioni militari ammazzando le persone, civili compresi. I giornalisti europei non possono scrivere questa cosa perché la stampa non l’ accetterebbe. C’è un problema di libertà anche dall’altra parte.


Abbiamo quindi una percezione distorta della realtà attuale?
A mio parere attualmente c’è una guerra di informazione in Europa, Russia e Stati Uniti. Il fatto che io non creda che ci sia una percezione corretta in Europa di quello che sta accadendo in Ucraina non vuol dire che io creda che ci sia in Russia. Ognuno dei due fronti sta combattendo una guerra d’informazioni dando la propria versione della verità. Non voglio offendere con queste affermazioni ma bisogna anche capire che ci sono delle scelte nel tipo di informazioni che vengono fatte passare. Io sono stata a Donetsk e ho visto ciò che è accaduto. Quando dicono che a Donetsk non ci sono più bambini ciò ha un’origine. Il fatto è che il primo ottobre i bambini sono andati a scuola e l’esercito ucraino ha ucciso dei genitori dei ragazzi e un insegnante della scuola ma i bambini sono rimasti illesi. Ormai ci sono prove incontrovertibili su questi fatti. Mi sembra grave che per la vicenda del Boeing, che ovviamente considero una tragedia enorme,  tutto il mondo abbia messo titoloni sui giornali mentre il fatto che ogni giorno le persone che vivono a Donetsk e Lugansk muoiano passi sotto silenzio. C’è una differenza nel riportare gli avvenimenti. Ci tengo a precisare che non considero in modo positivo l’intervento della Russia in Ucraina ma ritengo importante che ci sia uno sguardo obiettivo e non ideologico a priori sulla situazione.


Nel tuo libro Krokodil, oltre alla triste vita dei protagonisti, è evidente come la realtà geografica in cui vivono sia volutamente sfocata e sfuggente. Qual è il livello di disgregazione e di isolamento dei centri della provincia russa?
Il Krokodil si è diffuso inizialmente in provincia perché in provincia c’è un alto tasso di disoccupazione e alcolismo. La gente ha una vita davvero derelitta e non sa cosa fare quindi si inventa anche nuove droghe. Nei miei reportage ho fatto numerosi viaggi per la provincia e ho visto tante situazioni di villaggi abbandonati in cui durante il periodo sovietico magari vivevano cinquanta famiglie e ora invece ci sono solo quattro-cinque persone che si danno alla droga e all’alcol. Questi territori molto lontani non sono necessari al potere centrale, non c’è interesse a investire nei problemi di queste aree derelitte del paese. Se vai a vedere i cimiteri, le tombe sono di vecchi e di giovani allo stesso tempo. Quando ha iniziato a diffondersi il Krokodil nelle province, si diceva che non sarebbe mai arrivato nelle città importanti come Mosca. I fatti hanno dimostrato il contrario: questa droga è arrivata e più si abbassano le condizioni di vita dei russi più l’uso di queste droghe alternative aumenta. Si può anche gridare per anni che Putin è un cretino ma mi chiedo a cosa servano questi slogan quando ci sono problemi così gravi ai quali intellighenzia e società civile non si interessano. L’intellighenzia delle grandi città russe fa sempre discorsi politici e mai reali o sociali.


Perché?
La gran parte di questi soggetti appartenenti all’intellighenzia e alla società civile viene da Mosca, uno stato nello stato dove le condizioni di vita sono nettamente superiori rispetto alla provincia. Il primo problema è di informazione: la gente di Mosca ignora le condizioni di vita della provincia. Oltretutto queste persone sono anche molto diffidenti e lontane dal popolo. Oggi ci sono due settori dei media russi: o pro-Putin o contro Putin. Bisogna cercare di creare un terzo potere mediatico che si interessi dei reali problemi della gente.



Secondo te quali sono le ragioni che portano una persona ad autodistruggersi consapevolmente con il Krokodil?
Non bisogna stupirsi di questo fatto. Chi si fa di Krokodil soffre di un dolore fisico che può togliere soltanto il Krokodil. L’effetto dura circa un’ora e mezza e loro sono spinti a iniettarselo nuovamente per evitare il dolore.  Ho chiesto spesso alle persone quali siano i motivi che li portano a farsi e loro mi hanno risposto di non aver paura della morte, ma del dolore.


Tre aggettivi per descrivere la tua esperienza con i ragazzi dipendenti dal Krokodil.
Credono tutti che io abbia vissuto un’esperienza pericolosa ma io sono una giornalista di guerra e vivo le mie emozioni solamente quando scrivo o quando corro rischi molto forti. Non so che aggettivi scegliere perché ho paura di ingannare. La mia analisi del fenomeno Krokodil è stata molto fredda e scientifica, da reporter, e per questo scegliere tre aggettivi mi è molto difficile.

I libri di Marina Achmedova

 

 

 
 
 
 
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