Intervista a Marina Nemat

Marina Nemat
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Marina Nemat è una bella signora scura di capelli e con gli occhi penetranti. Fiera ma allo stesso tempo umile nel suo modo di parlare della sua vita, la scrittrice iraniana conquista con le sue parole che raccontano pacatamente di dolore e dignità, di perdono e rispetto. Ospite della Casa delle donne di Roma, ha presentato il suo ultimo libro, il sequel del suo debutto, un memoir che è stato un caso editoriale in tutto il mondo. Nata in una famiglia ortodossa, Marina nel 1979 durante la rivoluzione di Khomeini - a soli 16 anni - viene rinchiusa nella prigione di Evin dove trascorrerà due interminabili e terribili anni. L'esperienza della prigionia ha rotto per sempre qualcosa nel cuore di Marina, che oggi vive con marito e figli a Toronto, ma le ha anche permesso di stanare dall'abisso dell'orrore qualcosa di fortemente positivo. Come è nata l'esigenza di raccontare la tua storia a distanza di così tanti anni? Quale è stato l'evento che  ti ha sbloccata e che ti ha consentino di condividere questa importante testimonianza?
Penso che il bisogno di raccontare ci fosse da sempre, ma per molti anni ho cercato di soffocarlo. Poi nel marzo del 2000 successe che dopo il funerale di mia madre, mentre in compagnia di amici e familiari andavamo a casa di mio fratello per pranzare insieme, mio padre all'improvviso mi disse che mia madre prima di morire mi aveva perdonata. Non riesco tuttora ad accettare le parole di mio padre! Non vedo la ragione per la quale mia madre in punto di morte abbia sentito il bisogno di perdonarmi. Io e mia madre non andavamo molto d'accordo ma era normale e non c'era bisogno di dimenticare nulla... così ho subito pensato che mio padre voleva dire che mia madre mi aveva perdonato per il fatto che fossi andata in prigione e che avessi fatto soffrire la mia famiglia. Ecco, proprio allora ho realizzato che dovevo raccontare la mia storia. Il mondo intero e persino le nostre famiglie avevano fatto di tutto per rimuovere per sempre le sofferenze che avevamo subito: le torture, la prigionia, e il massacro di migliaia di giovani in Iran.


Come era il rapporto con i tuoi genitori durante la tua prigionia? Venivano a trovarti?
Quando ero in prigione ho visto i miei genitori, e quelli delle mie compagne di prigionia, soffrire quando venivano nelle rare visite concesse. Noi prigioniere, separate da un vetro, cercavamo sempre di tenere un viso impassibile e piangevamo solo quando ritornavamo nella nostre celle: era una tortura che si aggiungeva alle altre terribili torture che eravamo costrette a subire.

  
Qual è il ricordo di quando eri in carcere in Iran che non ti abbandonerà mai?
Ce ne sono moltissimi e li ho tutti affidati alle pagine dei mie libri...


Come sei riuscita a scappare da Teheran?
Ci sono voluti 6 anni anni prima di riuscire ad abbandonare l'Iran anche perché ho faticato ad ottenere i visti e il passaporto. Dopo questo tira e molla alla fine mi hanno detto che potevo avere il mio passaporto in cambio di soldi ma alla fine sono riuscita lo stesso ad andare via... i particolari li ho raccontati in Dopo Teheran.

 

In Dopo Teheran racconti il disagio di chi decide di non raccontare e di dimenticare una esperienza così dolorosa: la tua rinascita non è ancora finita? 
La vita è un viaggio e il mio, come quello di ognuno, sarà finito quando morirò. Non c'è nulla di peggiore come chiudersi in se stessi e dimenticare. Come può una persona perdere la memoria delle sue amiche che sono morte in modo terribile? Come posso scordare la sofferenza mia e dei miei amici nel carcere di Evin? La chiave per sopravvivere è quella di guardare in faccia il passato ed affrontarlo guardandolo dritto negli occhi. Scappare non risolve davvero nulla.


I tuoi libri circolano in Iran?
Un anno fa circa ho cominciato a tradurre il mio libro nella mia lingua di origine e sto continuando anche se è un po' difficile. Poi ho autorizzato un giovane, del quale ho molta fiducia in Iran, a tradurre il testo del mio primo libro e una volta completato il lavoro mi ha detto che lo avrebbe messo on line: ora, però, non oso mettermi in contatto con lui per sapere se effettivamente è riuscito a farlo. So comunque che il mio libro è disponibile in inglese nel mio paese e la gente che parla inglese può comunque leggerlo. Ho rilasciato anche delle interviste in persiano per alcune emittenti radiofoniche ascoltate nel mio paese e grazie a queste interviste alcune mie compagne di prigionia sono riuscite a mettersi in contatto con me. E' imprtante che i giovani vengano a conoscenza di quello che è successo in Iran, devono conoscere la storia vera non quella versione distorta data dal regime: i giovani devono capire che il regime rischia di soffocarli proprio come successe a noi...

 
Pensi che il tuo memoriale Prigioniera di Teheran sia stato utile in qualche modo alle donne che ogni giorno nei paesi islamici subiscono violenze fisiche e psicologiche?
Spero proprio che sia davvero così.

I libri di Marina Nemat

 

 

 
 
 
 
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