Intervista a Marino Bartoletti

Articolo di: 

Giornalista, esperto (ma esperto sul serio) di musica, opinionista coi baffi (cit.): per lui lo sport anzi gli sport non hanno segreti. Lo abbiamo raggiunto al telefono per fargli qualche domanda sul suo ultimo libro, il primo di una serie dedicata ai ragazzi e ai loro sogni. Ma soprattutto per chiedergli come si diventa Marino Bartoletti.




A fine agosto 2019 hai pubblicato un post in cui facevi un “bilancio” della tua permanenza su Facebook. A parte qualche fisiologica eccezione, fra i tuoi follower/amici, si registra un numero bassissimo di hater, di maleducati e contestatori. È un fatto rarissimo. Secondo te dipende dalla selezione che fai all’ingresso o dal tuo modo di porti?
Scrivere quel post non è stato un atto di civetteria, ma in qualche modo, fra molte virgolette, una celebrazione dei miei tre anni su Facebook. Non avrei mai pensato di aprire un profilo su questo social network, un po’ per pigrizia, un po’ perché non mi sentivo pronto, mi sentivo anzi forse fuori tempo. Gli amici, conoscendomi, mi hanno sempre detto di stare attento, c’era il rischio di trovarmi coinvolto in polemiche, perché io poi – come tutte le persone miti e pazienti – quando perdo la pazienza la perdo sul serio ed evidentemente viene fuori il sangue romagnolo. Disattendendo tutti i consigli, ho aperto il profilo e fatto l’unica cosa che so fare, cioè essere me stesso. Racconto delle storie che sembrano favole, delle favole che sembrano storie mettendoci dentro i miei incontri le mie esperienze, le emozioni. Racconto delle persone che ho conosciuto, degli eventi che ho avuto la fortuna di vivere, insomma tento di metterci dei contenuti e lo faccio a modo mio, con un po’ di garbo di civiltà e un po’ di competenza. Devo dire che questo mio modo di essere è stato in buona parte la kryptonite nei confronti di persone che si approcciano in maniera sgarbata e aggressiva. Non mi mancano fra i contatti le persone poco socievoli, infelici, attaccabrighe e frustrate, ce n’è qualcuno anche cattivo, però effettivamente sono una minoranza risibile. Quello che mi conforta di più è che queste persone – a cui cerco di rispondere con ironia o freddezza – spesso, anzi quasi sempre, sono “rimproverate” dagli altri contatti, che mettono un freno. Questo mi rende discretamente orgoglioso. Credo che Facebook possa essere anche una grande occasione di crescita e mi dispiace che alcuni non riescano a coglierla. Provo a mettermi nei panni di chi ha bisogno di dire la sua sciocchezza e va bene così, poi qualcuno di davvero fastidioso c’è, ci sono i troll, però io non ho mai cancellato nessuno né cancellato commenti, a volte succede che chi ha scritto delle cattiverie se ne vergogni e cancelli lui stesso il post o chieda scusa. Ho cercato di seminare civiltà ed evidentemente funziona. Sono anche orgoglioso del fatto che pensieri lanciati nell’etere siano poi diventati pensieri su carta (tre libri intitolati Bar – Toletti, Così ho sfidato Facebook) in totale controtendenza visto il non facile momento dell’editoria. Neanche Zuckeberg poteva prevederlo!

La squadra dei sogni – Il cuore sul prato è una favola con una morale? Il desiderio/augurio di rivedere un mondo sano, o addirittura un modo per ricordare alla gente che il mondo è sano (da qualche parte), che le anime in fin dei conti sono anche oggi in grado di essere belle?
Io alla mia tener età mi illudo ancora che sia vero, malgrado le ferite, le cicatrici, le esperienze. Che poi leggendo il libro non c’è nulla che non sia verosimile, a parte qualche “forzatura artistica”. Sono fermamente convinto che i ragazzi siano migliori di noi e se noi adulti la smettessimo di fare dei danni nei loro confronti, scaricando su di loro le nostre frustrazioni, i nostri sogni non realizzati e lasciandoli crescere in maniera naturale, sicuramente faremmo una cosa utile al mondo di domani. Non abbiamo altro patrimonio se non i nostri ragazzi, dovremmo cercare di allevarli con garbo e con intelligenza, senza far loro pesare le nostre infelicità. Lo dico da padre, da nonno e da persona che ha sempre creduto nello sport, nel senso che lo considero un percorso virtuoso se praticato con intelligenza.

I ragazzini che buttano il cuore sul prato vivono in provincia e dalla descrizione che ne fai sembrano lontani anni luce dai ragazzini di città (specialmente in periferia), che ascoltano i cantanti trap, ostentano simboli di potere e cercano la supremazia sugli altri. Credi che l’ambiente ristretto (fisicamente intendo) della provincia aiuti in qualche modo le relazioni? C’è speranza anche per i ragazzini di città che probabilmente non hanno un don Chilometro e dirigenti scolastici che inorridiscono all’idea di essere chiamati presidi?
Il mio è un libro che vuole seminare speranza, con qualche aderenza alla realtà. Certamente l’essere cresciuto in provincia mi onora e mi ha fatto bene, perché è un habitat più naturale per la crescita e la formazione di un ragazzo, ma non per questo chi nasce a Milano o a Roma deve avere paure e pregiudizi, perché in fondo le grandi città sono l’unione di tante piccole province, è come se fossero tante piccole città, con tanti nuclei di formazione. Quindi è vero che don Chilometro non c’è dappertutto, ma non è necessario che indossi un abito talare (che tra l’altro non indossa neanche lui), però un adulto punto di riferimento secondo me lo si trova ancora tranquillamente, anche soprattutto grazie allo sport, se vissuto in maniera intelligente. Non credo di aver scritto un libro di pura fantasia, ma qualcosa che si basa sulle mie esperienze personali, di uomo anche come padre e nonno, che ha toccato con mano quanto sia benefica la medicina dello sport. Poi i bulli ci sono, ce n’è uno anche nel libro, ce ne sarà anche uno nel secondo libro, ci sarà anche un padre sgradevole. Ma io sono sicuro che a lungo andare comunque il bene prevarrà sul male, che l’esempio positivo sia fondamentale.

Il libro è consigliato ai lettori dai nove ai novantanove anni: mentre lo scrivevi o quando lo hai pensato, speravi di più che arrivasse più ai piccoli lettori o ai loro genitori?
All’inizio mi sono posto l’obiettivo di parlare ai ragazzi, ho parlato come parlo coi miei nipotini, con un linguaggio normale, non pici pici pici, ma in italiano, perché sono convinto che lo sappiano meglio di noi. Quindi l’idea era un libro per i ragazzi, poi già dalle prime pagine mi sono reso conto che lo stavo scrivendo per gli adulti. O meglio, è per i ragazzi ma sarei felice se lo leggessero gli adulti che sono quelli che hanno più da imparare. Un po’ come con le figurine Panini: si vendono sapendo perfettamente che i genitori le incolleranno anche loro, come hanno fatto per trent’anni.

Quale Marino Bartoletti ti piace di più: il giornalista puro, il conduttore, l’opinionista o l’autore (in senso lato)? A meno che non si possano riassumere tutti in tre parole: un uomo competente e garbato…
Io ho la sensazione che si assomiglino tutti parecchio, non è che l’autore sia più spiritoso del conduttore o l’opinionista più brillante dello scrittore. C’è Marino, che se Dio vuole è sempre rimasto coi piedi per terra. È una regola di vita che mi sono dato. Anche toccando con mano qualcosa che può assomigliare al successo, se pensi che solo perché ti chiedono un autografo sei diventato una persona importante, vuol dire che non hai capito nulla, hai sbagliato tutto. Poi c’è da tre anni un nuovo Marino, quello che scrive. Io ho scritto milioni di cartelle, decine di milioni di parole nella mia vita, perché nasco scrivendo, ma poi le cose si allargano e perdi un po’ di vista la scrittura, invece su Facebook ho ritrovato questo piacere. Guarda, ho appena scritto una cosa che mi rende molto orgoglioso, di Coppi ormai ho scritto tutto, e allora racconto un episodio accaduto quando ero piccolino, ero in mezzo alla gente e gli sono arrivato vicinissimo per fargli una foto, è andato via commosso.

Ippica, calcio, motociclismo, tennis, musica, televisione, radio e libri – non necessariamente in quest’ordine – sono le passioni che poi hai fatto diventare la tua professione (con un notevole successo). Aggiungiamo una cultura piuttosto vasta e competenza in ogni campo. Dono di natura, fortuna, duro lavoro o un po’ di tutte e tre le cose?
Dono di natura? Sì, probabilmente qualcosa c’è insieme al carattere, ma questo non ti esenta dallo studiare, che poi è il consiglio per i giovani colleghi che mi fanno delle domande. Studiate, leggete, preparatevi, andate oltre Wikipedia. Io ho certamente la fortuna di aver frequentato persone di cui posso parlare con cognizione di causa, persone che altri vedono solo nelle fotografie, ma quella è venuto dopo, io credo di aver cercato sempre di meritarmela questa fortuna, ancora adesso, sempre. Se qualcuno mi avesse detto quando avevo vent’anni che mi avrebbero pagato per girare il mondo, per seguire i grandi avvenimenti dello sport, ma anche che avrei incontrato Gianni Brera, che era il mio mito, che sarei diventato direttore del “Guerin Sportivo” diciassette anni dopo di lui, o che avrei visto, sempre pagato per farlo, dieci olimpiadi e dieci campionati mondiali di calcio, mi sarebbe venuto da ridere. Non si deve mai abbassare la guardia, ci vuole un aggiornamento costante e in questo Facebook, oltre ad avermi rinnovato la gioia di scrivere, è un bello stimolo anche a restare al passo coi tempi. Non è che io possa scrivere di pallacanestro in base ai miei ricordi di quarant’anni fa, devo tenermi aggiornato. A me piace molto leggere i giornali, informarmi, sapere.

Come entra la musica nella tua vita?
Mio padre era un ottimo musicista, ma lasciò una carriera brillantissima (che secondo lui non era abbastanza sicura per far mangiare i figli) e ha scelto di fare il sarto. Dopo qualche anno però entrò nella banda Città di Forlì, per me era un orgoglio e un’emozione incredibile andare sotto al palco a sentire quello che suonava la banda, ancora adesso io salto su quando passa la banda. Mi è rimasta dentro questa passione, questo amore per la musica, poi è arrivato il festival di Sanremo i primi dischi e avevo il Gelosino, con cui registravo il registrabile. Poi – e anche lì ho studiato, e studio ancora adesso – quest’estate potevo andare tranquillamente a sentire i concerti della comfort zone invece sono andato a vedere Ultimo, perché se voglio parlare di Ultimo o scriverne devo mescolarmi a quelle settantamila persone coi brufoli che vanno allo Stadio Olimpico e cantano insieme a lui, perché è un fenomeno importante, un musicista importante.

Hai 70 anni dichiarati (portati magnificamente peraltro) e hai appena visto nascere il 62° governo di questo Paese, sei ottimista o confidi nell’Asteroide (o eventualmente un’estinzione selettiva)?
L’asteroide no perché farebbe male a qualcuno, però se il buon Dio un bel giorno volesse mandare un diluvio universale e ha conservato le istruzioni per l’uso per fare l’arca, io credo che farebbe bene a tutti, ecco. Caricherei tutti gli animali e confiderei nel ritorno del sole e dell’arcobaleno.

Ultima domanda come si conviene a Mangialibri: Marino Bartoletti cosa legge?
Amo i libri di Storia, storia e storia, poi anche se non è il mio genere preferito divoro letteralmente i libri di Maurizio de Giovanni.

I LIBRI DI MARINO BARTOLETTI



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER