Intervista a Marino Magliani

Marino Magliani
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Lo confesso: a scambiarmi e-mail con Marino provo soggezione. Eppure lui è di una gentilezza e disponibilità disarmanti, è affettuoso con me come un fratello più grande, riesce a trasmetterti il calore di un abbraccio con due righe di posta elettronica spedite dall'Olanda. Allora come mai? E' che sono assolutamente certo di avere a che fare con un titano della Letteratura italiana, uno che tra qualche decennio sarà sui libri di scuola. E scambiare e-mail con un Pavese o un Vittorini mica è tanto una cosa tranquilla, no. Che ci posso fare.

Quali sono le somiglianze e - più ancora - le differenze tra Gregorio, il protagonista dei tuoi più recenti romanzi, e Marino?

Il Gregorio dei Quattro giorni ha in comune con Marino la geografia dei posti, il sudamerica e le colline liguri. Il Gregorio del Collezionista ha in comune un tempo, un giorno soprattutto, un pomeriggio di agosto da bambini che entrambi hanno trascorso in attesa che un frate li portasse in collegio. Entrambi hanno trattenuto un urlo, bastava meno a entrambi, a Marino senz'altro, per non andare in collegio, ma l'urlo é rimasto dentro. Queste le somiglianze. Le differenze sono minime.

 

Quanto ha pesato il tuo destino di viaggiatore sul tuo modo di vedere il mondo?

Sono sempre scappato, fin da piccolo, sa, forse tornando alla domanda precedente la differenza tra il Gregorio del Collezionista e me é che io in collegio ci sono andato fin dalle elementari. Tu parli di destino di viaggiatore, io direi un destino di attesa. Il Gregorio delle mie storie é sempre lí che guarda e aspetta.

 

A che punto è la tua 'esplorazione' dei generi (che comunque sembri prendere a pretesto per raccontare le tue storie, più che adottare in toto) che ti ha portato dopo il noir di Quattro giorni per non morire alla fantascienza de Il collezionista di tempo?

Ho provato, mi si passi la bestialità, il noir lirico, poi quella cosa sul futuro nel Collezionista. Nel prossimo romanzo vorrei esplorare i rovi della Liguria, un mondo sconosciuto ormai in cui non entra più nessuno, fatto di lacci di vitalba e di edere e arbusti, erba alta, una foresta vergine e spinosa dove un soldato tedesco decide di andare a vivere dopo quarant'anni e un'indagine sempre ferma.

 

Che importanza hanno la memoria, la nostalgia nella tua scrittura?

La nostalgia é memoria, a volte mi vien da dire che non sono importanti, ne farei volentieri a meno, mi basterebbe la memoria delle farfalle, forse loro si ricordano di un fiore solo quando lo guardano.

 

A quali scrittori guardi con maggiore attenzione?

Qualche giorno fa ho letto un racconto di Giulio Mozzi su un'antologia, storie di una metropolitana e come tutte le cose che scrive Mozzi mi é piaciuto parecchio. Un autore dalla voce unica, ecco, l'attenzione va verso chi mi racconta delle cose, ma anche, come dire, delle voci.

 

Come è la scena letteraria italiana vista da lontano, dalla tua Olanda?

Vista da lontano è viva, anche se poggia ancora fin troppo sulla solita operazione dei mettere paletti tra genere e no. Mi piace il lavoro che si fa in Rete, la ricerca, i posti dove si tentano delle cose, parlo di Vibrisse, di Nazione Indiana, della Poesia e lo spirito. 

 

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