Intervista a Marjorie Liu e Sana Takeda

Articolo di: 

Non capita certo tutti i giorni di poter conoscere da vicino e intervistare Marjorie Liu e Sana Takeda, due autrici Marvel Comics che, oltre a lavorare per testate supereroistiche regolari, hanno scritto e disegnato insieme la miniserie X-23, basata sulle vicende di Laura Kinney, la figlia (clonata) di Wolverine ideata da Craig Kyle e apparsa nell’ultimo lungometraggio della serie dedicata al villoso membro canadese degli X-Men, Logan (2017). Durante il Lucca Comics & Games 2017 le due autrici hanno presentato la loro ultima saga, pubblicata dal 2016 per la statunitense Image Comics e in Italia da Mondadori nella collana Oscar Ink. Le incontro nella hall dell’hotel in cui sono ospiti per una bella chiacchierata su steampunk, passioni letterarie, ambizioni lavorative e… piccoli segreti. Le foto sono di Emiliano Billai




Marjorie Liu, definiresti Monstress uno steampunk? Sei un’amante di questo genere letterario?
Sì, direi che la definizione è calzante. Tutto sommato possiamo considerarla una storia a cavallo fra l’epic fantasy, il dark fantasy e lo steampunk. Sono sempre stata una grande appassionata di epoca vittoriana e dello spirito che guida lo steampunk, ovvero la domanda “Cosa sarebbe successo se?” (lo steampunk è un genere letterario ucronico che introduce dispositivi ed armi moderni, ma azionati dal vapore e meccanici, in uno scenario vittoriano, ndr). Lo steampunk raccoglie molte suggestioni, oltre all’ambientazione vittoriana fonde tematiche differenti come la scienza e la tecnologia. Quindi sì, direi che è uno steampunk, per ambientazione e tematiche.

Monstress è una storia molto femminile. Come sono, e chi sono, le donne di Marjorie Liu?
Monstress è una mia personale reazione, una reazione a quello che avvertivo come un grosso deficit di questo tipo di narrativa. I libri che leggevo da piccola e che mi appassionavano, i film che guardavo, erano storie d’avventura. Erano pieni di uomini: uomini che viaggiavano per cercare queste e nuove avventure. Nelle storie che leggevo c’erano pochissime donne e spesso erano strettamente incasellate in un’unica parte: la vergine, la spia, la moglie, la guerriera, la puttana… avevano tutte un ruolo ben preciso. Quello che ho voluto fare è stato rovesciare questa situazione: scrivere un libro che fosse pieno di donne nei ruoli principali, che non fossero incasellate in settori ben precisi e in cui ci sono sicuramente alcuni uomini, ma vivono sullo sfondo. E questo non dovrebbe essere una cosa così stupefacente, ma capita che venga percepito così.

Sei anche prolifica autrice di romanzi, per cui abituata a lavorare da sola: lavorare in coppia significa porre limiti alla propria fantasia o “approfittare” di quella del disegnatore?
È il meglio, è davvero la miglior cosa che possa capitare. A me piace scrivere i miei romanzi, e non credo che smetterò mai perché la possibilità di creare un intero mondo solo tramite la narrazione è qualcosa che mi sembra fantastico e che amo fare. Però la possibilità di scrivere un fumetto, e farlo con la collaborazione di un’artista così talentuosa e così brillante come Sana è qualcosa di assolutamente meraviglioso, perché mi ha dato la possibilità di espandere la mia creazione. Sia io che Sana raccontiamo storie: io lo faccio con le parole e lei lo fa attraverso le immagini. Condividere questa possibilità di creare, oltretutto con un’amica, è qualcosa che mi rende felice e che non smetterò di fare perché ogni volta mi emoziona profondamente.

Sana Takeda, come si passa da designer per videogame a fumettista? Che differenze ci sono nell’impostazione tecnica dei disegni?
Il passaggio è stato merito della casa di produzione di videogame con cui lavoravo in quel periodo: fra i giochi in via di sviluppo ce n’era uno in cui i personaggi dovevano avere le caratteristiche fisiche dei supereroi dei comics americani. A essere sincera, il genere supereroistico statunitense non mi piaceva, non mi sarei mai avvicinata a questo stile spontaneamente. Tuttavia il lavoro me lo imponeva, così l’ho fatto, per senso di dovere. Ho iniziato a leggere tutti i comics americani più noti (fortunatamente in azienda ho trovato un collega che andava matto per i comics americani e che mi ha prestato tantissimi albi), soprattutto per capire cosa gli amanti di questo genere trovano così affascinante e avvincente in quei personaggi e nelle loro storie. Io conoscevo unicamente i supereroi più classici e stereotipati, come Superman, che sono poi quei pochi che hanno avuto maggior penetrazione nel mercato giapponese. Espandere le mie conoscenze sul campo, grazie anche ai consigli del mio collega su cosa leggere, mi ha consentito di apprendere una realtà che non conoscevo: alla realizzazione dei comics americani partecipano tantissimi artisti che vengono da ogni parte del mondo. Non c’è un unico stile ma una vastità che comincia ad affascinarmi. Quando ho lasciato il mio lavoro di game designer mi sono accorta che il mio stile di disegno non è adatto al mercato nipponico e al genere manga. Quando ho iniziato a pensare di lavorare per il mondo del fumetto in Giappone era appena iniziato il boom dei personaggi “moe”, sorta di Lolite dai grandissimi occhi e con elementi decisamente sexy a cui il pubblico si affeziona, un boom artistico soprattutto commerciale in questo caso (88 mila miliardi di yen stimati nel 2004 relativi al mercato di manga, anime, videogames e gadget “moe”). In quel momento mi sono ricordata del mondo dei comics USA, così vasto, così ricco e allora mi son detta: se non c’è posto per me in Giappone, perché non posso andare a cercarlo da qualche altra parte? E così ho cominciato a lavorare per il mercato americano.

Come funziona la collaborazione con Marjorie: non parlate la stessa lingua e venite da due culture, come quella nipponica e quella statunitense, molto differenti fra loro come priorità, tematiche e modi di vedere, non solo la vita ma anche l’arte…
Marjorie ha un grande rispetto per la cultura giapponese, per le sue tradizioni che conosce e ama profondamente. Lei in questo è molto vicina alla cultura nipponica. Sento che lei ha grande fiducia in me, e nelle mie scelte grafiche e questo mi fa percepire la collaborazione in maniera più rilassata. È pur vero che le differenze culturali contano spesso anche fra persone che abitano nello stesso Stato, ma in due regioni diverse: credo capiti anche in Italia, e fra persone che parlano la stessa lingua. Ci sono molti casi in cui due persone che non parlano la stessa lingua riescono comunque a comprendersi e stabilire un legame. Io e Marjorie ci capiamo, quando io leggo i suoi testi so dove vuole arrivare, così lei capisce i miei disegni. Siamo alla costante ricerca della reciproca comprensione, anche se sappiamo benissimo non potrà mai essere totale: quando arriviamo a un punto in cui vien meno la comprensione, di una tematica, di un’espressione, o di qualsiasi cosa, noi tendiamo a dircelo. A dire “ti ho capito fino a questo punto, ma qui non arrivo”. Non lo nascondiamo, e sicuramente un giorno arriveremo a comprenderci meglio. Parlando più nello specifico di Monstress e di temi che toccano da vicino l’America come il gender o il razzismo io da giapponese so che esistono, ma non capirò mai queste tematiche quanto Marjorie che ci abita e ci ha a che fare tutti i giorni. La collaborazione è anche aver fiducia l’una nell’altra. I problemi nascono fra persone che non dialogano, che quando non capiscono invece che chiarire nascondono il problema.

Sana, i tuoi maestri e modelli sono solo mangaka o anche fumettisti e maestri occidentali?
Fra i mangaka apprezzo particolarmente il maestro Katsuhiro Ōtomo e il suo capolavoro Akira, sia il suo manga che la versione animata. Negli anni Novanta leggevo moltissimo la rivista “Shōnen Jump” (il settimanale dedicato ai manga action e di avventura più noto in Giappone, pubblicato fin dal 1969 e con una tiratura che si aggira sui tre milioni di copie), sono nata in quella generazione. Lasciando invece il panorama specifico dei manga e tornando ancora un po’ indietro nel tempo, sono nata e cresciuta in un piccolo paese in cui non c’era neppure una libreria. L’unica via d’accesso ai libri era una biblioteca, anch’essa molto piccola. Non trovavo tante novità da leggere ma solo letture più datate, o classici. Uno dei libri che mi sono rimasti più impressi è un giallo illustrato, francese mi pare, pubblicato nel 1920, con uno stile grafico ovviamente retrò che però ho sfogliato talmente tante volte, essendo uno dei pochi libri illustrati presenti, che mi ha sicuramente influenzato.

Ho davvero apprezzato lo stridente contrasto fra le preziose stoffe e gli arazzi, estremamente curati, e le parti più “sanguinarie” in Monstress. Devo assolutamente farti i miei complimenti di persona…
Ti ringrazio, davvero, perché devo confessarti un segreto: odio profondamente disegnare i dettagli. Quindi tutti i tappeti, e tutti i ricami e gli intarsi e le stoffe preziose che devo disegnare per gli abiti in Monstress. Soffro moltissimo quando devo perdermi in tavole particolareggiate di questo tipo, ma Marjorie ha creato un’ambientazione in cui è presente in buona parte l’art decò e le minuzie, e io ogni volta devo disegnare cercando di ignorare quanto odio i dettagli: come un contrappasso da subire per poi disegnare il resto del libro del libro.

I LIBRI DI MARJORIE LIU

I FUMETTI DI SANA TAKEDA



 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER