Intervista a Marta Morotti

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La laurea in Letteratura italiana sembra non essere sufficiente a colmare la sua fame di libri. La passione per la lettura, ereditata dalla mamma, l’ha spinta ad esplorare anche il mondo del giornalismo fino a cimentarsi nella scrittura. Con risultati sorprendenti.




Le due metà del mondo racconta due prospettive, due modi di affrontare la vita. Tu a quale metà senti di appartenere di più?
In realtà non saprei. So che sono una persona molto determinata, molto attiva, a cui piace essere l’artefice del proprio destino. Considerando anche il caso, come componente di tale destino. Non mi piace lasciarmi scorrere la vita addosso, preferisco raccoglierla a piene mani e risucchiarla tutta. Nelle sue gioie e nei suoi dolori. Non rifiuto il dolore, tendenzialmente cerco di sentirlo pienamente, di avvertirlo in tutta la sua pesantezza, per poi superarlo. Con l’aiuto di altri, però. Da sola, no. Da sola non ce la farei.

Quanto c’è di te in Maria, l’adolescente inquieta e fragile del tuo romanzo?
Alla sua età ero molto fragile anche io. Ero molto insicura, ma per fortuna il mio contesto era, è diverso. Diciamo che in Maria di me c’è poco. Se non quel senso di inadeguatezza che credo sia tipico di quell’età, il resto è frutto di fantasia e immedesimazione.

Tra tutti i libri che hai divorato, quali sono quelli che hanno lasciato un segno in te? E perché?
Ce ne sono tanti. Negli ultimi anni ho amato tantissimo L’arte della gioia, di Goliarda Sapienza. Mi ha ispirata come donna. Come donna libera. Poi ho amato Murakami, Pavese, la Allende. Ognuno per motivi diversi, ognuno perché mi ha lasciato delle atmosfere, dei sentimenti, dei personaggi diversi. I libri sono una fonte di analisi personale, se uno li legge con profondità. Questi autori mi hanno aiutata a capire qualcosa di me.

Quale autore senti come maestro e mentore, nella vita e nella scrittura?
Non ho un vero maestro o un mentore. Ogni autore mi lascia qualcosa. In positivo o in negativo. Quando è qualcosa di positivo ne traggo ispirazione, quando è negativo capisco dove non voglio andare.

Da dove e come nasce il bisogno di scrivere?
Da un’esigenza profonda. Da una necessità comunicativa. È il mio mezzo per parlare con gli altri, per sentirmi parte della comunità. Se non scrivo per troppo tempo sento le parole ribollirmi nello stomaco e se non le sputo sulla pagina, mi si creano dei grumi di ansia, insoddisfazione, frustrazione. Scrivere è il mio modo per vivere e sopravvivere senza implodere.

Se non facessi la scrittrice, a cosa ti piacerebbe dedicarti?
Alla sceneggiatura. Che, comunque, è sempre scrittura. E non è detto che prima o poi non mi ci dedichi. In ogni caso, non posso stare senza penna tra le dita.


I LIBRI DI MARTA MOROTTI


 

 

 

 
 
 
 
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