Intervista a Massimiliano Parente

Massimiliano Parente
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Massimiliano Parente è senza dubbio uno degli scrittori più interessanti della scena letteraria contemporanea e non. Nato a Grosseto, autore di molti romanzi, un pamphlet e un saggio sull’opera di Proust, Parente non ha bisogno di presentazioni, si presenta da solo. Ha collaborato con diversi quotidiani e periodici incantando o scuotendo i lettori, a seconda dei casi. Attualmente scrive in esclusiva per Il Giornale. E risponde così alle nostre curiosità.




Il tuo romanzo L’inumano chiude una trilogia costituita anche da La macinatrice e Contronatura. Considerando che le tre opere sono indipendenti l’una dall’altra, ad un lettore che si avvicina a te per la prima volta consiglieresti di iniziare con una in particolare? E perché?   
Consiglierei di iniziare da L’inumano, è un romanzo incredibile, chi lo ha letto lo sa. Mi è costato molta fatica e mi ha dato grandi soddisfazioni, anche in termini di lettori che mi hanno scritto decine di lettere bellissime e commoventi, e continuano a farlo. Anche insulti, come mi capita sempre, specie dai lettori religiosi, i cristiani mandano perfino minacce di morte. È purtroppo, devo dire, l’unico romanzo della trilogia che si trova in libreria. Altrimenti consiglierei anche Contronatura, di cui ho recentemente riacquisito i diritti dalla Bompiani, che lo boicottò facendolo sparire quando rifiutai una schifosa marchetta a Vittorio Sgarbi, fratello dell’editore. I lettori interessati possono trovare tutta la vicenda su Dagospia, che iniziò con questa mia pubblica denuncia. E pensare che Edmondo Berselli non aveva fatto in tempo a rimanerne sbalordito definendolo «un’opera d’arte fondamentale» che dopo appena un mese fu definitivamente ritirato, e poi tenuto in ostaggio per oltre tre anni. Ora che ho di nuovo i miei diritti spero di poterlo ripubblicare presto.


Le tue opere letterarie compiono una lucida e minuziosa analisi dell’individuo condotta con una penna-bisturi che sviscera mente e corpo provocando forti emozioni nel lettore. Che peso ha l’approccio scientifico nella tua ispirazione letteraria?
È un rapporto fondamentale, e non capisco come per uno scrittore non possa esserlo. Nell’ultimo secolo e mezzo la scienza ha completamente rivoluzionato la nostra conoscenza del mondo, dalla fisica quantistica alla biologia molecolare fino all’astronomia, e qui dobbiamo ancora digerire Darwin, non so se mi spiego. Come può uno scrittore ignorare cosa significa realtà? Come possono i letterati, che amano tanto definirsi realisti, guardare il cielo come si guardava nel Medioevo? A proposito ho recentemente scritto un saggio sul rapporto tra arte, letteratura e entropia che uscirà su Le scienze, il mensile scientifico più autorevole. Sono contento che il direttore, Marco Cattaneo, mi abbia dato questo spazio. Mi sento più a mio agio tra gli scienziati che tra i letterati.


Grazie a un personale filtro antimetafisico prendi le distanze dal credo religioso, dalla filosofia e dal concetto di “anima”, rifiutando la funzione salvifica e consolatoria della letteratura. Una trasvalutazione dei valori che impressiona il lettore. È questo cui ambisce lo scrittore?
Uno scrittore che non si ponga di fronte alla realtà dell’universo e dell’essere umano in ogni sua parola non è uno scrittore ma un narratore. Uno scrittore che scriva romanzi per dare una visione salvifica, addirittura ancora metafisica, è un prete mancato, e in Italia sono tutti preti, più o meno consapevoli. Fate caso alle quarte di copertina dei romanzi, hanno tutte un minimo comune denominatore consolatorio.


La provocazione di cui fai uso ricorrente è una scelta di trasmissione delle idee tra le tante possibili o è, secondo te, l’unico mezzo per dare forma a un pensiero decisamente estraneo ai luoghi comuni e ai cliché consolidati?
È sbagliato chiederlo a me perché per me non esiste la «provocazione», esiste per chi si sente provocato da ciò che scrivo, perché spesso intacca le sue convinzioni e spaventa. Definirmi provocatorio è un preservativo che viene messo sulla testa del lettore per dirgli: ehi, guarda, che sta solo scherzando, e poi potergli rifilare la solita minestrina vomitata dai guardiani della Natura Spa.


Il sesso è confinato a strumento per la ricerca sull’essere umano e le sue contraddizioni. L’amore è tragicamente illusorio. L’autore-protagonista stesso funge da cavia e sperimenta su di sé il dramma dell’esistenza. Ma allora qual è il vero scandalo dell’opera di Parente?
Il mio attacco alle illusioni e alla vita. Che nasce anche da un amore per la vita, anche per questo nei miei romanzi, come contraltare della visione tragica, c’è una componente spesso comica, esilarante. Ma è anche questo il punto: come si può amare la vita e non odiarla? Tutto ciò che amiamo lo perderemo, siamo una specie che esiste da appena duecentomila anni, in un universo in espansione da tredici miliardi di anni e che si dilaterà in un buio infinito fino alla sua morte termica. Non esistevamo da sempre prima di nascere e non esisteremo mai più dopo essere morti, per essere felici bisogna essere un bel po’ coglioni visto che proprio ciò per cui sei felice lo perderai.


La casta dei radicalchic è un esilarante pamphlet sul provincialismo culturale italiano che tocca l’arte, la comunicazione, la politica. Nella letteratura sostieni che esista un sistema clientelare legato alla critica e ai premi: ci sarà qualcuno indipendente da certe dinamiche, o no? C’è un modo per affermarsi come scrittore pur rimanendo estraneo alla casta che denunci?
Ma certo che ci sono: ma intendiamoci, il sistema di potere editoriale non è verticale, non funziona dall’alto al basso, è orizzontale. Non riguarda le grandi case editrici contro le piccole, io per esempio non mi sono mai trovato bene come in Mondadori. E il problema non è certamente chi vince o perde il Premio Strega, come nella musica non è certo chi va o non va a Sanremo. Il vero problema è che la critica non esiste più. Così è inevitabile che i mediocri si alleino con i mediocri, e in Italia è tutto così, in televisione, tra i cosiddetti critici, in politica. Inoltre sono tutti malati di sociologia, guardate i supplementi culturali dei grandi quotidiani, se non c’è un aggancio al sociale non sanno di cosa parlare. Questo perché quelli che una volta erano i critici sono stati sostituiti dai giornalisti culturali, che a loro volta sono stati sostituiti da giornalisti falliti, senza arte né parte. Essere parcheggiati in cultura è una specie di punizione, per cui, per vincere la frustrazione, finiscono per fare politica e sociologia anche in cultura.


Non c’è traccia di politica o di coscienza civile nei tuoi romanzi. Molti scrittori italiani ritengono che non si possa prescindere da tale approccio per trasmettere un messaggio completo al lettore inteso anche come cittadino. Sei contrario a questo principio?
Non so cosa significhi per uno scrittore “coscienza civile” e quando lo so mi fa vomitare il solo pensiero. È un’eredità del comunismo e anche del fascismo l’idea che uno scrittore debba occuparsi di sociale, di politica, di precari, insomma essere “utile”. In realtà, oltre a essere un provincialismo mentale che nella mediocrità ha sempre attecchito molto (Flaubert si lamentava del successo mediatico di scrittorini come Auger e Ponsard, Proust di Pierre Hamp, ecc) è un modo sicuro per far carriera e farsi vedere, vale a dire per andare in televisione, visto che tutte le trasmissioni italiane che contano sono talk show di politica. Ve li immaginate oggi Shakespeare, Leopardi, Joyce, Proust, Kafka, Musil, a Otto e Mezzo, a Piazza Pulita, a Servizio Pubblico, da Ballarò? Aldo Busi se le è girate tutte, per vendere il suo romanzo è diventato un concorrente sfigato di Beppe Grillo. Io non vado più da nessuna parte, perché sono uno scrittore e non amo farmi vedere, non ho niente da dire oltre quello che scrivo, e perché al limite, se proprio vogliono, mi paghino il disturbo.


Come Duchamp nell’arte e Parker nel jazz, se Parente rappresenta il bebop della letteratura, e considerata l’odierna velocità di evoluzione delle tendenze, pensi che la tua opera oggi abbia già raggiunto il pieno riconoscimento del suo valore artistico?
Mi stupiscono molto i giovani, mi scrivono analisi sorprendenti (come quella di Tommaso Sollai, un giovane scrittore ventitreenne che farà strada, vi invito a leggere questa strepitosa recensione de L’inumano) e arrivano le prime richieste di scrivere tesi di laurea sulle mie opere. A me vanno bene, basta che non debba fare niente io. Non mi sorprende invece l’ostruzionismo dei critici, che oltretutto hanno cercato di cooptarmi a suo tempo in modi ignobili e mafiosi.


Tra gli autori italiani, a parte quelli da te considerati i protagonisti della letteratura (ad esempio Moresco, Arbasino, Busi, Santacroce), c’è nella narrativa qualche nome che si distingue particolarmente? Puoi segnalarci un esordiente degno di nota?
Io scommetterei su Tommaso Sollai. Non ha ancora pubblicato, sta lavorando al suo primo romanzo, ma ho già letto altri suoi lavori. Quando sarà pronto farò di tutto per aiutarlo a emergere.


Come può uno scrittore che rifiuta i luoghi comuni, le convenzioni e le ipocrisie conciliare questa attitudine con la propria vita quotidiana?
Rifiutando tutto questo nella vita quotidiana. Sono la persona più simpatica, disponibile e difficile che esista perché sono molto semplice da capire. È difficile vedermi in contesti mondani, incontrare più di due persone alla volta per me è faticoso. Tuttavia non mi sento asociale, perché sono sui social network, e sono contro la privacy, quindi per sapere qualcosa di intimo di me non c’è bisogno di incontrarmi, basta chiedermela su Twitter.


Il protagonista Massimiliano Parente esce di scena con L’inumano e un nuovo personaggio prende forma nella tua prossima opera. Vuoi parlarci di Max Fontana e del romanzo il cui titolo la dice lunga sulla fantasia provocatoria dell’autore?
Massimiliano Parente è morto ne L’inumano, è stato un esperimento di scrittura che mi ha stremato fisicamente e psicologicamente. La sua uscita di scena era già pianificata nel piano della trilogia, è l’autofiction portata al suo estremo concettuale e letterario. Invece Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler uscirà per Mondadori a gennaio 2014. È veramente la storia di un grande artista, e è un romanzo esilarante, rocambolesco, d’amore, d’avventura, e racconta l’incredibile vicenda di questo ultimo eroe comico, un Don Chisciotte dei nostri giorni. Mi sono divertito immensamente a scriverlo. È paradossalmente il romanzo più irriverente, scapestrato e funambolico che io abbia mai scritto, e il più divertente. Non vi dico cosa c’entra Hitler, e non posso rivelare altro perché mi è stato imposto un silenzio assoluto, ma vi assicuro che non riuscirete a smettere di leggere, di ridere e di piangere.


Max Fontana, il grande e irriverente artista protagonista del tuo romanzo Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler, è una figura che non può non suscitare polemiche. O lo ami o lo odi, sembra creato ad hoc per polarizzare le reazioni. Quanto c’è di te nel tuo personaggio?
L’unica differenza tra Parente e Max Fontana è che Max Fontana è un personaggio reale e Parente non esiste.


Da Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler  traspare una lucida analisi di un mondo, quello dell’arte, in crisi d’idee e legato quasi esclusivamente a meccanismi di domanda e offerta. L’opera d’arte non è più ciò che rende grande l’artista ma è il nome dell’artista a rendere l’opera “arte”. La lezione di Duchamp, estremizzata e per certi aspetti travisata, è al centro della produzione dell’artista protagonista del romanzo.  L’arte è morta, come il  punk, oppure no? E la letteratura?
Marcel Duchamp è stato un grande rivoluzionario perché non ne poteva più dell’espressione “stupido come un pittore”, cosa che io applicherei anche alla maggior parte degli scrittori. Per lui un’opera era interessante solo se era “un mezzo di approfondimento del pensiero”, e è ciò che mi interessa in generale dell’arte e della letteratura. E’ per questo che lotto continuamente contro scrittori, artisti, filosofi e ciò che resta del mondo umanistico, sono rimasti indietro di quasi due secoli, ancora oggi vanno avanti con categorie come “laico”, “nichilista”, “agnostico”, “ateo” che non significano più niente.


Nell’arco di tutto il romanzo c’è una sorta di fil rouge volto a celebrare l’effimero, il fasullo e il posticcio che trova la massima esaltazione nella liberatoria fuga a Las Vegas. Cosa rappresenta per te la capitale del divertimento sfrenato e del gioco d’azzardo?
Io non vedo una grande differenza tra vero e fasullo, anche perché, in assoluto, l’idea che qualcosa sia finta è una finzione. Mi piace più la Venezia di Las Vegas di quella reale, mi piace più il porno del sesso, e la piscina è diecimila volte meglio del mare. Ma forse tutti la pensano come me, altrimenti internet non si reggerebbe sulla pornografia e la gente non direbbe che dei fiori veri sono belli quando sembrano finti e del mare che è così bello da sembrare una piscina. Significa che è meglio la piscina. Comunque ultimamente non mi masturbo neanche più, ho sostituito il sesso con la Playstation e con un amore platonico per Sasha Grey.


C’è una frase dell’opera  in cui Max Fontana dice: “La gente appena sente Hitler presta attenzione, il cervello si mette sull’attenti. (…) Hitler, per un artista è una pacchia”. Cos’è che invece, per un artista, non è una pacchia? Cos’è che alla massa non interessa?
Giocare con Hitler come fa Max Fontana è una pacchia, nel senso che è un buon simbolo con cui mettere a nudo dei meccanismi del pensiero e è abbastanza facile, perché è un simbolo molto popolare. Infatti Max Fontana lo tratta come un personaggio famoso, come se fosse Michael Jackson, e è questo che suscita comicità perché in fondo tutti sentono il fascino di Hitler come rockstar. Alla massa interessa di credere di capire qualcosa. La gente va a vedere Giotto e crede di apprezzarlo perché Giotto è famoso, e contemplano la cappella Sistina perché cedono a una forma di suggestione, o la Gioconda al Louvre per ragioni che non hanno niente a che vedere con l’arte.


Nonostante le apparenze Max Fontana non è né un insensibile né un malvagio. Tuttavia ad essere degno del suo affetto sembra essere solamente il suo scimpanzé, Martina. Scomodando Nietzsche, a quanto pare per te la scimmia non è oggetto di riso e dolorosa vergogna rispetto all’uomo. Come mai?
Oggi sappiamo che siamo tutte scimmie, nel senso che le grandi scimmie antropomorfe sono cinque: orango, gorilla, scimpanzé, bonobo e uomo. Con lo scimpanzé condividiamo il 99% del DNA, e ci siamo separati dall’antenato in comune cinque milioni di anni fa. E’ sbagliato dire che l’uomo discende dalla scimmia, quanto lo sarebbe dire che discende da un criceto o da un lombrico, sebbene abbiamo un antenato in comune con ogni essere vivente, non una discendenza da una specie esistente. Tuttavia non non ho mai visto le altre scimmie fare cose stupide come pregare o credere in esseri immaginari, e se è per questo neppure altri animali, neppure le galline lo fanno, quindi tutto sommato sono preferibili all’uomo. Uno scimpanzé può insegnarmi qualcosa, un essere umano normale no. Salvo rare eccezioni, ovviamente.


Anche qui, come in altri tuoi romanzi, sono presenti puntuali e precisi riferimenti scientifici. Non è un mistero infatti che tu auspichi, nella vita ma anche nella letteratura, a un maggiore interesse nei confronti della scienza. Puoi spiegarci da dove derivano le ragioni di questo tuo punto di vista?
Ciò che chiamiamo “scienza” non è nient’altro che l’insieme di conoscenze verificate e plausibili sulla realtà. Il mondo umanistico, da un secolo a questa parte, oppone una resistenza insensata, in gran parte dovuta all’influenza e al retaggio della religione. Per cui ti capita di leggere romanzi in cui gli scrittori ignorano cose fondamentali sull’universo, e cosa me ne frega di leggere i pensieri di un simile ignorante? Quali pensieri profondi potrà mai concepire se pensa ancora il mondo come lo pensava Platone, Dante, o perfino Hegel?


Il libro è ricco di citazioni cinematografiche, musicali, letterarie e, ovviamente, artistiche. Potresti citare, per ognuna delle categorie sopracitate, un riferimento e/o un’ispirazione per la tua opera?
Come film ovviamente Thelma e Louise, che nel libro sono il simbolo di un’amicizia che sconfina nell’amore e in una complicità tale da decidere di morire insieme. Credo molto nell’amicizia, e anche l’amore, quello che dura, passata la passione, diventa una forma di amicizia inscindibile. I riferimenti musicali sono molto anni 80, e i libri che mi hanno ispirato sono molti, dal Don Chisciotte di Cervantes ai diari di Andy Warhol ai saggi neuroscientifici di Antonio Damasio.


Max Fontana, un po’ come Alex, il teppista protagonista di Arancia Meccanica, fa veramente di tutto per farsi odiare dal lettore. Tuttavia non ci riesce. Anzi, non può non strappare compiaciuti sorrisi con le sue continue e sgarbate provocazioni. E’ ciò che lo circonda ad essere ingessato, patetico e vuoto e per questo, bersaglio di un terrorismo ghignante a lungo raggio. Ti senti un po’ un “terrorista della parola”, una sorta di Joker della letteratura?
A me danno spesso del provocatore ma in realtà mi sento un provocato, reagisco alla banalità della realtà e alle sue mistificazioni.


Oltre ad essere uno scrittore, scrivi articoli al vetriolo per la pagina culturale de Il Giornale. Cosa consigli a coloro i quali desiderino intraprendere la carriera di giornalisti o critici letterari?

Gli consiglio di cambiare carriera perché i giornali prima o poi spariranno. In Italia prima che poi.


Anni fa fosti al centro di una lunga e acrimoniosa querelle editoriale. Come è stato il processo creativo de Il più grande artista...? Ti sei sentito libero nella scrittura di quest’opera?
Mi sono sempre sentito libero in ogni opera che ho scritto. Il processo creativo de Il più grande artista... è stato come per tutti i miei romanzi, lungo e faticoso, anche se alla fine mi sono divertito molto.


Molti tuoi lavori sono ormai di difficile reperibilità perché fuori catalogo. I lettori potranno attendere con fiducia delle ristampe oppure saranno eternamente condannati a peregrinare sul web alla ricerca dei tuoi titoli più risalenti?
No, ho recuperato da poco i diritti dei miei libri precedenti, è solo questione di tempo e di accordi contrattuali. Pensavo di occuparmene dopo il più grande artista ma sto lavorando a un nuovo romanzo che mi prende ogni energia. Ci vorrebbe qualcuno che lo facesse per me ma la mia agenzia dorme, devo cambiarla, che significa disdire un contratto eccetera, ma per farlo avrei bisogno di un altro agente, vorrei un agente per parlare con chiunque, anche per fare questa intervista, parlare con chiunque è faticoso, per questo scrivo.

I libri di Massimiliano Parente

 

 

 
 
 
 
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