Intervista a Massimo Gramellini

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Gramellini, classe 1960, torinese e torinista, è uno dei vicedirettori dell’elegante quotidiano “La Stampa”, oltre che uno dei suoi più apprezzati corsivisti - anche in versione blog (vedi alla voce “Buongiorno”). Chiusa l’esperienza di “Specchio”, ha voluto continuare a tenere la fortunatissima rubrica di posta del cuore del settimanale, e l’ha portata persino in televisione grazie a “Che tempo che fa” di Fabio Fazio. Ma soprattutto l’ha portata nel suo, di cuore, ora che ha fatto il grande salto e ha debuttato come romanziere. Esercitare uno sguardo acuto e analitico sul mondo ma partendo dal punto di vista dei sentimenti: questa la sfida del Gramellini-scrittore. Una sfida che lo abbiamo invitato a raccontarci meglio via mail.




Qual è il tuo rapporto con le favole? Soprattutto, con... l’ultima riga delle favole?
E vissero felici e contenti… Da piccoli sembrava una postilla caramellosa. Poi, crescendo, abbiamo capito che la favola vera era quella. Non è poi così difficile uccidere il drago e liberare la principessa. L’eroismo autentico è svegliarsi ogni mattina accanto alla principessa, per tutta la vita… Passare dalle emozioni ai sentimenti. Oggi la pubblicità e il consumismo ci insegnano che le emozioni sono la vita. Perciò passiamo da una scarica di adrenalina all’altra, e siamo perennemente insoddisfatti. Perché le emozioni sono violente, ma brevi e superficiali. I sentimenti invece sono lenti e noiosi, ma profondi. All’ultima riga delle favole ci sono loro.

Credi che, superata l’infanzia, gli adulti siano ancora capaci di apprezzare gli “insegnamenti” contenuti in una fiaba, di lasciarsi andare alla sua magia?
Sì, a patto di fare come Tomàs, il mio protagonista, che riesce a riattivare la parte intuitiva del suo cervello, che coglie i simboli dietro le parole. Le favole si rivolgono alla parte femminile, analogica del cervello. Parlano direttamente al nostro subconscio. Leggere una favola significare allenare quel muscolo rattrappito del nostro cervello. L’unico che ci consente di arrivare alle verità più profonde, che la razionalità non potrà mai raggiungere.

Per molti anni hai tenuto la rubrica “Cuori allo specchio”, e forse meglio di altri conosci lo stato dell’arte: dunque, come sta il cuore degli italiani?
Come quello di tutti gli altri esseri umani del nostro tempo. E’ dominato dalle emozioni (una su tutte: la paura) e disabituato ai sentimenti.

Pensi di aver imparato qualcosa di più, o di nuovo, sull’amore immergendoti tra le lettere spedite alla tua rubrica?
Si impara più da una storia che da un trattato. Le centinaia di storie che ho letto in questi mi hanno insegnato tantissimo. Anche perché chi le racconta, spesso nascosto dietro l’anonimato, mi apre il suo cuore come non ha mai fatto neanche con se stesso.

Chi vorresti leggesse L’ultima riga delle favole, e a chi hai pensato scrivendolo?
Ho pensato alle persone confuse e sfiduciate, che non credono più in niente, nemmeno in se stesse. Spero che l’esempio di Tomàs riesca a contagiarle. Ognuno di noi ha una missione da compiere in questa vita, ognuno ha un talento unico dentro di sé. E darà un senso alla sua vita se saprà trovarlo, innamorandosi finalmente della propria anima.


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