Intervista a Massimo Padua

Massimo Padua
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Il ravennate Massimo Padua ha all’attivo già alcune buone opere (in un caso ristampate, e si sa quanto questo conti e sia raro nell'ambito della piccola editoria) e un Premio Tamorra d’Argento 2009. La sua scrittura evoca ombre e risvolti inaspettati in vite apparentemente tranquille, mischiandole a paesaggi piovosi e perennemente cupi. Tesse trame simili alla ragnatela che il ragno esegue accorciando e allungando i fili, per confondere le mosche ed il lettore. Facciamogli qualche domanda per capire un po’ meglio la psicologia dei suoi personaggi e il mondo nel quale vivono e muoiono.

Qual è lo spunto, l’idea di fondo dalla quale sei partito per scrivere L’ipotetica assenza delle ombre?
In realtà l’idea per il romanzo L’ipotetica assenza delle ombre mi ronzava in testa da molto tempo, anche se non avevo ben chiaro dove sarei andato a parare. Avevo solo una bozza di plot che ritenevo interessante, qualche appunto sparso qua e là, materiale narrativo che riconoscevo potenzialmente valido. Poi, come spesso mi succede, sono partito dal titolo, fornendomi una sorta di “tema” da seguire. Il concetto principale che volevo esprimere sotto forma di narrazione in fondo può essere considerato piuttosto banale, e cioè che ognuno di noi nasconde delle zone d’ombra. Anche colui che si ritiene limpido, “pulito”, in realtà ha racchiuso in sé segreti e lati della propria personalità che, in circostanze estreme, possono emergere prepotentemente. E in questo romanzo, in effetti, tutti i personaggi subiscono delle trasformazioni a volte sconvolgenti, anche chi, fino alla fine, pare dotato di un certo equilibrio, sebbene precario. Per quanto riguarda l’intreccio narrativo e lo sviluppo della trama devo ammettere che molte “invenzioni” e alcuni colpi di scena sono nati in corso d’opera. Ho colto al volo le idee e mi sono reso conto che, almeno secondo il mio parere, calzavano tutti alla perfezione.


In questo nuovo romanzo riprendi il personaggio di Lara de La luce blu delle margherite. Evidentemente è un personaggio molto forte, per te. Puoi dirci il perché questa figura ti attiri tanto?
Quando ho iniziato a scrivere il mio primo romanzo edito, ossia La luce blu delle margherite, ero molto più confuso e inesperto di adesso, perciò devo dire che ho scritto di getto, seguendo semplicemente i pensieri che si affastellavano nella mente per riportarli su carta. Forse è stato proprio per questo, ossia dall’ingenuità di un aspirante autore, che è nato il personaggio di Lara. Ma mentre ne La luce blu delle margherite Lara è una figura evanescente, che appare nei momenti cruciali della vita di Ivan, il protagonista, nell’Ipotetica assenza la sua dimensione si fa decisamente più concreta, diventa più terrena. L’idea di riprendere questo personaggio così affascinante mi è stata involontariamente suggerita dai lettori de La luce blu delle margherite che pretendevano di comprendere più a fondo l’essenza e la collocazione di questa bambina inquietante e tuttavia desiderabile. Se devo essere sincero non so nemmeno io perché la figura di Lara sia diventata così importante. Forse perché credo che, in fondo, sia la rappresentazione dell’ingenuità, di quella parte infantile che non ci abbandona mai, che ci accompagna lungo tutta la vita e che è giusto riconoscere e mantenere. In ogni caso, ritengo che questo personaggio, al momento, abbia esaurito ciò che aveva da dire, perciò non credo che apparirà nuovamente nei miei prossimi romanzi.


I fantasmi sono figure ricorrenti nei tuoi scritti. A me sembra che tu li usi per spronare i tuoi personaggi a guardare in faccia la loro vita, come se quelle figure incarnassero i sensi di colpa. Ho ragione?
Hai perfettamente ragione. Il significato, il senso e il compito di alcuni “fantasmi” è proprio quello di costringere i protagonisti (e i lettori) a fare i conti con se stessi, ad affrontare appunto le proprie ombre e, magari, di ricavarne qualche prezioso suggerimento. A volte queste figure non rappresentano altro che il subconscio, quella parte ancora semisconosciuta che ci ostiniamo a non voler considerare. Questi “fantasmi”, in fondo, ci dicono di ascoltarci di più e di non temere la nostra essenza.


Marco, il protagonista del tuo libro, è uno scrittore in crisi di creatività. C’è qualche cosa di kafkiano nel suo modo di pensare, anche lui subisce una metamorfosi. Pensi che il paragone calzi?
Assolutamente sì! Marco si ritrova in un mondo che stenta a riconoscere, nel quale non ha ancora trovato la propria collocazione, o forse lo ha fatto, ma non gli riesce di afferrarne il senso. Tutto quello che gravita intorno gli appare superficiale, perfino il lavoro che in fondo ama o i legami con le persone che in qualche modo minano l’apatia della sua esistenza. Marco ricerca una metamorfosi e resta affascinato e forse vittima delle occasioni che gli vengono offerte... fino all’epilogo tutt’altro che rassicurante. Ma questo è pura finzione!

 

Chi sono i tuoi modelli e i tuoi riferimenti in campo letterario? 
Amo moltissimo leggere e fatico non poco a citare alcuni nomi davvero importanti. Non perché non ce ne siano, è chiaro, ma solo perché la lista diventerebbe infinita. Posso citarti Agotha Kristof, che con la sua Trilogia della città di K mi ha aperto gli occhi e sconvolto per la potenza della sua prosa asciutta e tagliente. O Antonio Tabucchi che con Sostiene Pereira mi ha incantato e mi ha fatto scontrare con una cruda realtà: avremo sempre molto da imparare e mai la garanzia di aver raggiunto la maturità, sia artistica che personale.

 

 

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