Intervista a Matteo Bordone

Incontriamo Matteo Bordone sottraendolo alla spiaggia di Fano dove si è rifugiato in attesa della serata che lo vedrà ospite di Passaggi Festival 2019 insieme a Matteo B. Bianchi. Speriamo non ce l’abbia troppo con noi per questo.




Partiamo con una domanda personale forse imbarazzante, tanto per rompere il ghiaccio: googlando il tuo nome, dopo i primi risultati vengono fuori almeno quattro o cinque persone che dedicano buona parte del loro tempo a far sapere al mondo quanto ti detestano. Se ti va di rispondere fallo sinceramente: quanto ti diverte la polemica, la provocazione?
Ti rispondo sinceramente, non mi googlo mai! Ma sono sempre stato convinto che piacere a tutti sia impossibile, soprattutto se si fa un lavoro pubblico. Ho sempre il coraggio delle mie opinioni, cerco di difenderle, se dico delle cose che vengono male interpretate nella brevità di Twitter in genere poi chiedo scusa. Cerco di non offendere nessuno, non mi piace offendere le persone, ma sono convinto che in questi giorni l’offendersi sia diventato uno sport. Non cerco la polemica, diciamo che la trovo. Nel senso che non mi fa mai paura discutere con le persone, cerco sempre di essere educato ma fermo. Se il mio interlocutore mi dice di essersi offeso, quella per me non è un’argomentazione. Se poi ho sbagliato personalizzando un argomento, allora chiedo scusa. Tendenzialmente ho contro le femministe, poi la destra che mi accusa di essere di sinistra, poi ho gente che si infuria perché sono moderato sulle questioni politiche e radicale sulle questioni etiche e questo produce un misto per cui i militanti politici mi vorrebbero molto più a sinistra. Io sono molto conciliante, ma il mio è anche un modo per stare sui social network senza esprimere sempre e solo gusti. Ripeto, non mi googlo mai perché ho capito che per quanto tu possa raffinare il tuo pensiero in modo da renderlo scivoloso e levigato, un pochino di schizzi da parte di persone a cui stai sulle palle ti torna sempre indietro.

Conduttore radiofonico al tempo dei vloggers e di Instagram. Non ti senti un po’ come il Drogo de Il deserto dei Tartari, a difesa di un forte sempre più isolato?
No, perché penso che la radio abbia un vantaggio tecnico, cioè è l’unico mezzo che lascia le mani libere.

In effetti in America dicono che la radio la ascoltano ormai solo i camionisti e le soccer moms…
Se anche fosse? La radio ha avuto a lungo questo linguaggio molto automobilistico e lo ha ancora adesso. Il drive time è il prime time della radio. Il viaggio per andare e tornare dal lavoro sta alla radio come il dopo cena alla tv. Questo è un vantaggio che la radio ha su qualunque altro mezzo: utilizza un senso solo, quindi ha una capacità di libertà e di immersione che gli altri mezzi non hanno.

Tu l’ascolti, oltre a farla?
Certo, ascolto sia la radio che i podcast, che poi sono una filiazione della radio che si chiama podcast. Il podcast è la radio in differita auto prodotta, è la radio disintermediata. Il podcast è la versione radiofonica di Airbnb. La televisione disintermediata è diventata YouTube, la radio è diventata il podcast. L’altro giorno ho sentito una battuta molto divertente, qualcuno diceva: “Ecco, è successo, oggi il numero di persone che fanno podcast ha superato il numero di persone che li ascolta”. C’è un entusiasmo enorme nei confronti del podcast, è una forma di radio di parola molto essenziale, primordiale, qualcosa di simile alla radio M americana, che è tutta di parola, di polemica politica, di dibattito. Io ho la sensazione che la radio sia vivissima, anche se in varie forme che vedremo dove arriveranno.

“Matteo Bordone presenta gli anni ’80” su National Geographic Channel. Perché? Cosa avevano gli anni ’80 oltre al fatto che noi eravamo un sacco giovani… e fighi?
Per prima cosa perché era un lavoro per il quale mi pagavano e con i soldi io pago l’affitto. Scherzi a parte non era una mia idea, era una serie di documentari sugli anni ‘80 e gli anni ’90 realizzati da una società inglese che ha sedi anche negli Stati Uniti. Loro sono bravissimi a fare documentari a partire da filmati di repertorio. Mi chiamarono da FOX perché volevano creare una bella cornice a questo contenuto che era molto anglosassone e renderlo un po’ più locale, più italiano. Ebbe un ottimo successo perché gli anni ’80 hanno avuto la forza estetica ed anche etica, molto prepotentemente convinti di loro stessi.

Forse sono stati l’ultimo decennio ”etico”…
L’ho pensato anch’io, ho pensato a lungo che saremmo andati avanti per molto tempo a ruminarci gli ’80, ma ora c’è un certo revival dei ’90. Penso che quello che successe tra i ’70 e gli ’80, come rampa di lancio, come trampolino, sia molto difficile da eguagliare. Nel caso in cui dovessimo uscire da questo periodo di angoscia, di incertezze, di sfaldamento di tutte le relazioni, di tutte le istituzioni legate al dialogare, ebbene, se succederà che torneremo in una situazione positiva e rassicurante, forse avremo lo stesso effetto. Gli anni ’70 sono stati sì anni di impegno politico, ma essenzialmente di crisi: rapimenti, guerre, disastri, incertezze, domeniche con le targhe alterne, crisi petrolifera… Gli anni ’80 furono il sollievo. Quando mi chiesero di descriverli mi venne in mente che gli anni ’80 furono il momento clou nella corsa dell’ottovolante, che non è quando si tuffa, ma quando torna su e tu non hai più peso; questa leggerezza diede forma a un sacco di cose stupende e anche a cose tremende, ma chiaramente in mente resta il bello. C’era di tutto: c’era Reagan, c’era la musica futile ma c’erano anche un sacco di meraviglie. Dopo il successo degli ’80 mi hanno chiesto di fare gli anni ’90 e anche in quel decennio abbiamo trovato un sacco di roba. Sono anni che partono con la guerra del Golfo e finiscono con l’undici settembre, sono anni di revival ’70, di grunge, di tante cose interessanti. Poi c’è da dire che l’analisi sul pensiero decennale è una cosa tutta occidentale, solo noi ragioniamo in termini di decenni, in Asia si ragiona per altri riferimenti, in Giappone il tempo è scandito dal succedersi degli imperatori, noi misuriamo decenni, ma guardandoli ora sono stati un periodo molto diverso dagli ’80 che sono stati fieri della propria natura diversa dai precedenti; i ’90 sono stati anni di riflessione su di sé, una caratteristica che agli ’80 è mancata del tutto.

La conduzione di “Dispenser”, poi di “Condor” e ancora la fase di opinionista a “Le Invasioni barbariche” e a “X-Factor” cosa ti hanno lasciato? E soprattutto cosa ti hanno insegnato di negativo queste esperienze?
Sai che non lo so? Sono tutte le prime cose che ho fatto… Mentre facevamo “Dispenser” io Alberto Forni, Matteo B. Bianchi e tutta la squadra, abbiamo costruito amicizie che durano tutt’oggi, ma avevamo chiarissimo che un ambiente di lavoro così bello, così libero, così unito difficilmente lo avremmo trovato di nuovo. E così è stato per tutti: siamo cresciuti, abbiamo imparato che negli ambienti di lavoro ci sono quelli con cui vai d’accordo, quelli con cui te la dici meno, ci sono cose che si possono fare e altre che non si possono fare. Diciamo che per contrasto questa esperienza mi ha insegnato che a certi livelli di meraviglia bisogna rinunciare. “Dispenser”, durato sette anni, è stato il mio primo lavoro lungo, quello con cui ho conquistato un’indipendenza economica; eravamo in onda tutti i giorni, sono stati sette anni di meraviglia. Non li ho mai rimpianti, è stato bello finché è durato ma nel momento in cui ho capito che stava diventando qualcosa che facevo in maniera routinaria ho mollato. Ecco, forse di negativo mi ha insegnato che anche una cosa che ha successo, che funziona benissimo può venirti a noia. Devi imparare ad ammetterlo e passare ad altro. Infatti poi sono andato a fare “Condor” con Luca Sofri e mi son trovato molto bene.

Il tuo blog Freddy Nietzsche si è preso una pausa o è definitivamente accantonato perché non sono più tempi di blog?
“Freddy Nietzsche” è definitivamente accantonato esattamente per questo motivo. L’epoca dei blog è finita. Probabilmente l’ho strangolato nel sonno troppo presto, potevo anche andare avanti un po’ di più ma probabilmente ci ero rimasto male per il fatto che una cosa a cui avevo dedicato troppo tempo, si fosse così avvizzita. Ormai l’impegno dello scrivere e condividere si era spostato sui social network. Adesso che siamo in una fase di grande critica dei social network, in qualche misura i blog potrebbero tornare… anzi, mi correggo, se il blog fosse rimasto vivo, avrebbe ancora una chance. Nel mio caso c’era anche un altro problema, era esclusivamente e completamente gratuito. Adesso scrivo felicemente su “il Post”.

Ho visto che scrivi anche per “Wired”…
Sì, di recente mi hanno richiamato dopo un po’ che non ci scrivevo, ho intervistato Alessandro Baricco per il suo ultimo libro e ne sono molto felice.

Un libro, un film, un disco che hanno segnato la tua vita.
Il film non è difficile, ne potrei dire centinaia però dirò Il bacio della pantera: mi sono laureato sui thriller degli anni ‘40 di Van Luton e questo è stato il primo film che ha fatto. Sono sempre stato affascinato dai momenti in cui l’artigianato e quindi la forma industriale della cultura o la sua forma artigianale, raggiungono delle grandi vette, senza avere un approccio artistico in senso romantico, per la presenza di un autore. Van Luton è stato un produttore di film fatti durante la crisi economica, con il cinema stesso in crisi, la RKO in crisi, erano anni in cui si facevano due spettacoli per un biglietto solo. I titoli dei film erano imposti dall’alto e questo fu intitolato Cat Peole, che poteva risultare una cretinata assoluta, ma andò bene e da lì questa squadra di artigiani che realizzò altri film che incrociavano l’estetica del noir che era portata avanti di direttori della fotografia di estrazione espressionista, quasi tutti ebrei scappati dall’Europa. Questa estetica, incrociata con il tamarrissimo desiderio di far paura alla gente fece nascere una sorta di ibridazione tra horror e noir che è il thriller anni ’40. Un disco direi Green dei REM, forse il primo disco dei REM che ho scoperto e che li ha fatti diventare il mio gruppo preferito. Per quanto riguarda il libro io sono un lettore distratto ma leggo tantissimo. Forse Nove racconti di Jerome D. Salinger, ancora più de Il giovane Holden. C’è stata una fase della mia vita in cui avevo un’idolatria per Salinger, che ho scoperto dopo i vent’anni; mi affascinavano le atmosfere, le piccole situazioni, i rapporti tra le persone che riesce a creare molto bene ne Il giovane Holden, ma che sono particolarmente efficaci nei racconti, dove tutto è più contratto, e poi ci sono quei dialoghi che non descrivono quasi niente, che sono fatti di due parole, un trattino e tutto un non detto che ha la stessa potenza del testo. Come ti dicevo sono un lettore sconclusionato ma onnivoro, ci sono periodi in cui ad esempio leggo solo saggistica. Quando leggo narrativa, però, ho una costante: preferisco le traduzioni alle versioni originali perché anche se parlo molto bene l’inglese, con la narrativa, a differenza della saggistica che ha meno spessore semantico, è molto facile perdersi delle sfumature, per cui preferisco la versione tradotta.

Hai mai pensato di scrivere un romanzo?
Eh! Un miliardo di volte! Nella mia testa ne ho scritti tanti. Ogni tanto scrivo un raccontino, ma prima o poi un romanzo lo scriverò. Tempo fa avevo scritto una serie di post che si intitolava Il trucco del popolo. Se avessi tempo e costanza vorrei cominciare con un “saggetto” sul populismo linguistico: sulla parola radical chic, sulla parola snob, su tutti questi trucchi di posizionamento, sono parole e categorie inconsistenti. Ad esempio radical chic come aggettivo è italiano, in inglese non esiste, è un sostantivo che sta ad indicare la rivoluzione in lungo, non c’entra niente col significato che è stato attribuito in italiano. Essendo stato io uno che non amava il trash e le schifezze, ma allo stesso tempo non si aggrappava alle tende facendo l’artista radicale, mi sono sempre sentito dare del banale da quelli super colti e dello snob da quelli che facevano il gioco di amare Sabrina Salerno. Stando in mezzo, questi posizionamenti retorici un po’ facili mi hanno stufato e ho pensato di scriverne, ma non so cosa succederà. Di sicuro a un certo punto qualcosa scriverò.



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