Intervista a Matteo Cellini

Matteo Cellini
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Matteo Cellini è un professore che sa fare il suo mestiere. Così tanto che è capace di leggere dentro l’altro e portare alla luce, con chiarezza sconcertante, i moti dell’anima. E il suo primo romanzo è la promessa che c’è ancora tanto da esplorare.




Il tuo Cate, io è scritto con lama di coltello che attraversa gli strati di protezione dell’anima e ne svela le sfumature più profonde. Il tuo mestiere di insegnante ti ha aiutato in questo scavo?
Sì, è stato molto importante. Passo metà delle giornate assieme ai ragazzi e l’altra metà a ragionare del modo migliore per farlo, per starci veramente insieme e raggiungerli, toccarli, spingerli. Questo sforzo potrebbe riassumersi con l’espressione “mettersi nei loro panni”: guardare il mondo dal loro punto di vista, scoprire cosa li emoziona e terrorizza, le loro paure, le loro ancore, le loro ansie. Significa, nello stesso tempo, guardare il me stesso di allora.


Caterina è fondamentalmente una lottatrice. Quali sono le battaglie che vanno affrontate oggi, secondo te?
Le biografie sono elenchi di date, esattamente come nei libri di storia: sempre accanto a nomi di battaglie. Perché la vita procede per vittorie e sconfitte, tregue, armistizi e paci più o meno durature. Ognuno ha le sue. Caterina avrà le proprie, il libro non le racconta: però Caterina ora è armata per combatterle, risolta la sua guerra civile. Questa è la prima cosa: accettare se stessi. E la sua storia così peculiare proprio così potrebbe esser letta: equipaggiarsi finalmente per la vita.


Il testo è ricco di citazioni. Quali sono le pietre miliari del tuo percorso personale e di scrittore?
Più delle storie, da sempre, sono state le parole che le raccontano a scuotermi. Il contenitore più del contenuto. Fenoglio probabilmente avrebbe potuto per me raccontare qualsiasi cosa con quelle frasi lunghissime, sbilanciate, piene di gerundi, infiniti e avverbi; e Hrabal lo stesso con la sua prosa rotonda come un oblò e lieve come una piuma che scende… ugualmente il jazz di Céline, il caricaturale di Gogol, il delirio di punti e virgola di Silvio D’Arzo avrebbero avuto su di me effetto nonostante le storie – li ho trattati come il falsario con le monete vere, riproducendoli nei miei quaderni e nei miei primi tentativi, fino distanziarmene, in qualche modo e nel tempo, più o meno consapevolmente – non sono certo arrivato oggi da nessuna parte, mi sto muovendo però, me ne accorgo.


Il bisogno di cibo e quello di essere accettati nel romanzo si fondono. La piramide di Maslow si capovolge?
Dio benedica Google! Non avevo idea di cosa fosse la piramide di Maslow, ed è molto interessante: al livello più basso appartiene, tra le altre cose, l’alimentazione; a quello più alto la realizzazione di sé. Se Caterina l’avesse conosciuta, certo l’avrebbe inserita nel suo sistema teorico, col consueto sarcasmo: perché Caterina ha provato a realizzarsi a scuola, con gli altri, senza successo, e ha attribuito il suo fallimento al suo essere obesa, legata appunto all’abuso di cibo, e si sarebbe vista esattamente così: intenta a scalare la piramide, tenace e volenterosa, ma irrimediabilmente legata, dagli altri, con pastoie di ferro alla sua base, per sempre.


La prof nel testo è sconfitta. Il mito è distrutto. Quali miti hai distrutto e cosa hai costruito?
Cate, io è fatto di esseri umani. Angelica Mazzantini cade ed è sconfitta, ma non trascina che lei in questa caduta. Non rappresenta che se stessa. È una donna, una moglie e una insegnante. Però il disagio di Caterina, che è un disagio sociale, è condivisibile: non all’ingrosso, magari al dettaglio; un ingrediente in dosi sufficienti a farci soffrire. Ecco, la sua storia potrebbe svelarne i meccanismi e in qualche modo renderli più docili, fino farli comprendere, fino disinnescarli.


Ci sono 3 aggettivi che secondo te raccontano meglio di tanti discorsi Cate, io?
Denso, tenero, sincero.

I libri di Matteo Cellini

 

 

 

 
 
 
 
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