Intervista a Matteo Di Giulio

Matteo Di Giulio, classe 1976, è nato e cresciuto e Milano, dove scrive stabilmente sulla rivista cinematografica Film TV. Alle spalle un curriculum “da paura”: vicedirettore dell'Asian Film Festival di Roma, ha collaborato con le riviste Sentieri Selvaggi e Nocturno Cinema, ha firmato diversi saggi come Cinema e generi o Non è tempo di eroi - Il cinema di Johnnie To. Lo abbiamo incontrato per fare due chiacchere sui suoi libri e sulla sua città.

Oltre a essere scrittore sei anche critico cinematografico. Quanto ti hanno influenzato i film noir nella stesura di questo La Milano d'acqua e sabbia? Quali sono i film a cui ti sei maggiormente ispirato?
I film mi hanno sicuramente ispirato, anche se più come spettatore che in qualità di critico. L'influenza ha agito a livello inconscio, indirettamente: le visioni accumulate negli anni hanno prodotto alcune immagini, alcune suggestioni che ho cercato poi di inserire nel contesto del romanzo. Essendo la mia specializzazione critica il cinema orientale non sempre ho potuto seguire le sensazioni che provenivano dalla mia esperienza, in un paio di circostanze ho cercato di adattarle, spero in maniera costruttiva. E' difficile omaggiare senza scadere nella banalità della citazione fine a se stessa. Mi piace pensare che in Gianluca Fedeli, il mio protagonista, ci siano le contraddizioni di alcuni personaggi di Johnnie To, anche se sotto molti altri punti di vista sembra più un poliziotto al limite, di quelli messi in scena negli anni '70 da Damiano Damiani. So di essere ancora lontano dai loro vertici, ma la speranza è di essere riuscito a rubare loro qualche spunto di riflessione.
 
E parlando di libri, quali sono quelli che ti hanno influenzato di più?
I miei gusti di lettore hanno costituito probabilmente la principale fonte di ispirazione per alcune scelte, anche se incosapevoli. I canoni della narrativa di genere noir sono tutti ben presenti: il mio tentativo è stato rielaborarli, riportarli in auge, attualizzarli a una società reale e complessa come la Milano - ma volendo anche l'Italia - di oggi. Sono cresciuto leggendo tanti hardboiled americani, Dashiel Hammett, Raymond Chandler, Chester Himes, Donald Westlake, David Goodis. Mi piacciono i personaggi cupi, come quelli di James Sallis e Lawrence Block, gli antieroi combattuti. Non sono per il bianco e nero, credo sia molto più stimolante scrutare nelle sfumature alla ricerca di indizi sulla fallibità umana. In questo senso non posso non citare Giorgio Scerbanenco, lo scrittore che più di chiunque altro, secondo me, ha saputo parlare di Milano e dei milanesi in modo attuale, con uno sguardo dal basso che, probabilmente, è ancora oggi l'unico possibile. Apprezzo molto anche Henning Mankell e il suo commissario Wallander, un altro esempio di poliziotto che insieme alla divisa si porta dietro un bel bagaglio di vita vissuta.

 
Alla fine di La Milano d'acqua e sabbia lasci molte cose in sospeso, come la storia da Gianluca e Teresa o il trasferimento del commissario Tonioli. Come mai?
Da lettore - oltre che da spettatore - ho sempre preferito i libri con finale in parte aperto, per lasciare il gusto di immaginare, di andare oltre, di non fermarsi a quanto deciso dal narratore. Non so con certezza se quelle specifiche storie o determinati personaggi secondari avranno un seguito, e se sì che tipo di seguito sarà, proprio al pari del lettore che, risolto l'intrigo principale, è spinto a chiedersi cosa avverrà adesso. E' interessante, proprio su questo punto, potersi confrontare con chi abbia letto il libro e discutere insieme dei possibili sviluppi futuri della storia. Raramente le opinioni sui personaggi e sulle vicende descritte coincidono. 


Nel tuo libro descrivi una Milano periferica abbandonata al degrado e nelle mani della malavita. Quanto c'è di vero in quello che hai scritto?
C'è molto di vero, in generale, anche se la storia e i singoli personaggi sono tutti frutto della finzione. Milano oggi non è più la città della mala, dei Vallanzasca, dei banditi; il potere è economico, detenuto da finanziarie, banche e grandi multinazionali. Il crimine cambia faccia, lo si legge tutti i giorni sulle pagine dei quotidiani. Nel mio romanzo cerco di inquadrare una di queste sfaccettature, legate al problema degli alloggi, delle riqualificazioni di interi quartieri, di speculazioni edilizie. Il palazzo di cui parlo esiste veramente, su trova in un complesso modernissimo nella zona Sud Ovest di Milano, ma per fortuna non è così marcio come nel romanzo. Anche il sistema delle cooperative edilizie, che stanno ridisegnando interamente una zona di periferia un tempo malfamata, come il Giambellino, non è inventato. Ho adattato fatti reali per una storia verosimile. La mia domanda, da scrittore, è stata: «Qui sembra essere andato tutto bene, ma se sotto ci fosse qualcosa di losco?» Ed è così che è nato La Milano d'acqua e sabbia.
 
Nel tuo libro, nell'ambito delle forze dell'ordine, appare solo un personaggio che puzza di corruzione: il pubblico ministero Dal Verme. Perché proprio un pubblico ministero e non un altro elemento qualsiasi della polizia? Hai preso spunto da fatti reali o presunti tali dall'opinione pubblica milanese?
In realtà non volevo personaggi positivi nel libro. Nemmeno il protagonista, un poliziotto pieno di dubbi, lo è fino in fondo. Era inevitabile, però, per come concepisco io il genere noir, creare una nemesi di cui diffidare. Il fatto che sia un magistrato in odore di corruzione è stato casuale, volevo più che altro sottolineare come, nel sistema, basti un ingranaggio che funziona male per inceppare l'intera macchina. Che sia un poliziotto che inquina le prove, un ispettore che prende scorciatoie, un procuratore con le mani in pasta con i potenti poco importa. La Milano moderna è un coacervo di pericoli e dubbi, di contraddizioni che, in ogni ruolo, in ciascuno di noi che la viviamo tutti i giorni, possono avere dei lati oscuri e pericolosi. Io ho cercato di indagare proprio questo lato oscuro, di portarne in luce le idiosincrasie.
 
Il protagonista Gianluca Fedeli ha a che fare molto spesso con immigrati ( per esempio quando va a mangiare nei tanti ristoranti etnici sparsi per Milano). Lui sembra convivere con questi nuovi milanesi con molta serenità. E tu come ci convivi? E i tuoi concittadini?
Io ci convivo benissimo, al contrario di tanti concittadini - basti pensare alla recente proposta di dividere la metropolitana tra italiani e immigrati. Milano è oggi una città divisa in due: da un lato i ricchi, dall'altro i poveri. Poi vengono il colore della pelle e la lingua, ma il disagio è soprattutto tra ceti sociali in contrasto. Paradossalmente, in una situazione in cui la giunta pensa solo all'Expo e alla facciata scintillante, sono proprio i quartieri più insospettabili, Chinatown, Porta Venezia con i suoi negozi africani e indiani o Isola, a offrire un miglior tenore di vita. E' in quelle vie, lontano dal centro, che la vita è meno frenetica, in cui si riesce a sorridere al vicino di casa, anche se è straniero, o in cui mangiare bene non costa un'esagerazione. Un po' come Londra, la Milano multietnica sta mutando in un gigante. Un gigante però dai piedi d'argilla, spaccato in due, se non riuscirà a trovare una soluzione di continuità tra ciò che era e ciò che aspira a essere. E che non sarà mai finché non abbandonerà i residui di mentalità paesana per cui chi si sente superiore è in diritto di giudicare chi la pensi diversamente. E' un discorso complesso, che non vale solo per l'immigrazione ma, a monte, anche per le scelte politiche, etiche e culturali. Non c'è spazio per il diverso. E' scoraggiante.
 
La tua storia è incentrata sui rapporti criminali tra industriali del mattone e politici corrotti. In molte città italiane questo è un problema molto grosso (penso soprattutto a Roma e agli scandali riguardanti l'ultimo piano regolatore). A Milano com'è la situazione? Pensi che in occasione della Expo2015 che si svolgerà a Milano possa esserci pericolo di speculazioni?
La situazione di Milano è molto peggio di quanto si pensi. Non tanto e non solo per la corruzione, sicuramente presente a più livelli - e con l'Expo aumenterà, visto il giro di soldi previsto; così come sta avvenendo per il nuovo piano regolatore, che sta scatenando polemiche anche in Lombardia -, quanto per l'apatia con cui i cittadini non si ribellano all'idea di fare propria la città, di renderla un posto dove poter costruire un'idea di metropoli che non sia imposta dall'alto. Si parla tanto di Expo, di grattacieli, di centri commerciali, ma cosa c'è dietro ai palazzi di nuova generazione? Il precariato, il divario sociale, l'intolleranza sono sempre più marcati. Stanno scavando un solco. In questo solco proliferano i peggiori strati di umanità, che sfruttano il debole per portare avanti la politica del ricco. Lo racconta splendidamente Il paese di Saimir di Valerio Varesi. Ed è il motivo per cui una delle zone di cui parlo diffusamente nel mio romanzo, quella di via Savona, via Solari, un tempo cuore pulsante dell'industria lombarda, si sta trasformando in zona residenziale di lusso, senza tener conto delle esigenze di chi ci vive, senza offrire servizi primari. Senza scrupoli, tutto sommato.
 
Il personaggio di Gianluca Fedeli, così come la caratterizzazione dei personaggi secondari, sarebbe molto adatto a un ciclo di romanzi. Non ci hai mai pensato o sei già a lavoro su una seconda avventura del poliziotto Fedeli?
Non ci ho pensato mentre scrivevo La Milano d'acqua e sabbia, ma subito dopo sì. Mi sono reso conto che avevo ancora molto da dire e che la voce, il corpo e gli errori di Gianluca Fedeli sarebbero stato un ottimo tramite per farlo. Infatti è già in cantiere un seguito, a cui sto apportando le ultime correzioni. Se nel primo libro l'ispettore si trova coinvolta in un'indagine apparentemente poco importante, che con il proseguire dell'inchiesta lo spinge a confrontarsi con i suoi lati oscuri, nel seguito avverrà più o meno il contrario. Fedeli partirà stavolta dal fondo, dal fango dell'inferno; e tramite un percorso molto peculiare, decisamente più cupo, sporco, proverà a vedere se è degno di mettere un piede in purgatorio. Non voglio però farne un personaggio seriale all'infinito. La saga di Gianluca Fedeli avrà ancora qualche episodio ma anche una parentesi di chiusura. Aspetto che sia lui a dirmi quando sarà il momento di tracciare la parole fine.

 

Come nasce l’esigenza di descrivere la scena hardcore milanese in Quello che brucia non ritorna?
Avendola vissuta in prima persona volevo ricordarla. In questo la mia esigenza coincide perfettamente con quella di Agenzia X, il mio editore, che ha come preciso scopo la ricerca di strada, del racconto orale, della tradizione urbana da riscoprire e analizzare. Vive forte in me, inoltre, la voglia di riportare alla luce una Milano, e un'Italia, differenti, che oggi faticano a trovare spazio ma rimangono possibili. Le realtà di cui parlo sono quelle degli spazi alternativi, dei centri sociali, degli alternativi, delle culture musicali di nicchia: la voce dei diversi, di chi non vuole omologarsi a un sistema che più si va avanti e più mi sembra invece preimpostato dall'alto.


Quanto c’è di autobiografico nel personaggio di Smalley?
Di puramente autobiografico c'è qualcosa. Di vero praticamente tutto. Smalley è un personaggio di fantasia in cui coincidono diverse persone reali, dai vari caratteri, dalle diverse esperienze ho cercato di trarre un modello che racchiudesse in sé gran parte delle caratteristiche di chi ha vissuto quel periodo. È una sorta di icona generazionale, un modello di tutti e di nessuno. Ci saranno persone che sicuramente si identificheranno in lui, nei suoi pensieri, nei suoi modi di agire, io stesso ho prestato molto di me a lui.


Cosa rappresenta per te l’etica “straight edge”?
Straight edge va oltre la musica punk hardcore. È un modo di vivere, di pensare, di intendere la società, di ribellarsi a ciò che non sta bene. È un modo alternativo di protesta, un po' come la non violenza di Gandhi: passa attraverso una presa di coscienza che fa del rispetto, per se stessi e per tutto ciò che ci circonda, siano l'ambiente o le persone con cui viviamo, la propria bandiera. Gli straight edge urlano la loro rabbia attraverso il rifiuto di cedere al compromesso, il loro messaggio è ugualmente musicale, politico e sociale. È un messaggio trasmesso trasversalmente.

I libri di Matteo Di Giulio

 

 

 
 
 
 
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