Intervista a Matteo Nucci

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Due volte finalista al premio Strega, Matteo Nucci è uno dei narratori e saggisti più apprezzati degli ultimi anni. Ha una formazione classica, erudizione che riversa puntualmente sulle sue opere, sia che si tratti di narrativa sia che si tratti di saggistica, i due generi tra cui si divide. La passione per gli antichi, e per i greci soprattutto, pregna ogni sua pagina in modo chiaro e trasversale, dallo stile alle tematiche ai meri contenuti. Lo abbiamo incontrato a Taormina, in occasione del Taobuk 2019, e abbiamo scambiato quattro chiacchiere con lui.



Ti occupi sia di saggistica, sia di narrativa. Quale genere ti è più congeniale? E tra i due qual è la differenza più grossa che avverti come autore?
La differenza più grossa è che nella narrativa pura ci si consegna molto alla propria intimità, si cerca di entrare in contatto con una parte di noi che non conosciamo o che non conosciamo bene o che conosciamo man mano che scriviamo. Insomma, con parti oscure di noi. È il lavoro più duro, più bello e più importante per me, ma è anche il più complicato, pure se spero che col tempo possa sciogliersi e diventare più semplice. In fondo ha a che fare con questioni complicate, dunque non può essere tanto facile. Si raccontano lotte difficili, e la forma in cui dev’essere messo per iscritto dev’essere difficile per forza di cose, ecco. La saggistica, invece, riguarda più la mia riflessione razionale su una serie di temi che sono i temi delle nostre vite, etici e politici. È quindi un lavoro molto più semplice. Difficile e faticoso perché c’è molto studio dietro. Però è più legato alla sfera di riflessione razionale. È bello quando queste due dimensioni si intrecciano. I miei spesso sono anche saggi narrativi e ci sono dei punti in cui questi due campi si intersecano e lì magari riesco di più a mettere insieme apollineo e dionisiaco.

Ne L’abisso di Eros, il tuo ultimo saggio, scandagli la sfera del desiderio, delle passioni più travolgenti e allo stesso tempo complicate, e lo fai partendo dagli antichi. Quale credi che sia la loro eredità in fatto di umane passioni e sentimenti? E cosa credi che possano insegnarci a distanza di millenni?
Insegnarci, niente. Mostrarci le cose per come stanno, molto. Non mi piace parlare di eredità degli antichi, secondo me in effetti non ce n’è. Sono temi universali e metastorici, non c’è un momento in cui iniziano e finiscono queste storie. Eros è sempre lo stesso. Le nostre passioni, il nostro amore, il nostro modo di confrontarci col desiderio sono sempre gli stessi. Cambiano i supporti, cambia una certa comprensione di quelle dimensioni mediata dall’uso del linguaggio. Ad esempio quando oggi parliamo dell’erotismo, parliamo di qualcosa legato alla sensualità mentre per gli antichi è legato alla passione in generale e la sensualità è legata a ciò che ha a che fare col nome di Afrodite, quindi la sessualità-sensualità. Mentre Eros è la passione. Cambia il modo di raccontare quelle cose e io credo che il modo che gli antichi hanno usato per raccontarle sia il più potente e il più chiaro. E da questo punto di vista, l’idea che Eros sia questa tensione che è presente nell’animo umano e che ci spinge a cercare e a desiderare per me è l’idea più importante e più forte.

C’è morale nella seduzione? Può esistere un freno alla corsa emotiva che ha inizio quando entrano in gioco sentimenti potenti come il desiderio?
Temo di no. Eros come passione è sostanzialmente molto difficile da frenare. Ci sono modi migliori e peggiori di sedurre, legati alla personalità della persona che è in gioco. Ed ecco, la morale sta nella costruzione della nostra identità, nel nostro modo di essere, nella nostra natura. Se io sono una persona buona, buona tra virgolette perché per me non esistono buoni e cattivi, credo che il mio modo di sedurre possa essere meglio di un altro. Una persona come Salvini, che è un grande seduttore, è una persona che non cerca di migliorarsi, ma che anzi cerca di peggiorarsi giorno per giorno. Ecco, la sua seduzione di conseguenza è una seduzione malvagia. Ma vedi, io non giudico la seduzione di Salvini, lui rincorre i peggiori istinti delle persone, è un grande seduttore e quella sua seduzione è per me orribile perché la persona che si è costruito è orribile.

In È giusto obbedire alla notte parli di una periferia degradata ai margini di Roma. Credi che sia in posti come questo che la vita brucia davvero?
No, è possibile ovunque. In certi luoghi, però, è più facile tirare fuori la natura degli esseri umani. È possibile denudarli, ecco. L’essere umano quando si confronta con la vita e con la morte, con le cose più semplici, viene fuori meglio. È più difficile capire la natura di una persona che sta in una boutique, per dirne una. Nella natura selvaggia è più facile vedere la natura profonda dell’essere umano. Nel frangente del mio libro c’è una situazione esemplare perché racconta benissimo gli esseri umani che hanno a che fare soprattuto con la dimensione del tempo. Come vivere il tempo: il grande tema di oggi. Quel tempo che tutti cercano solo di far passare pur di arrivare alla fine.

In un’intervista hai detto che si cresce solo attraverso il dolore. Ippolito, il protagonista del tuo ultimo romanzo, ha attraversato dolori atroci. Gli sono serviti per crescere? E, in questo senso, quand’è che si cresce veramente?
Anche questo dipende dagli esseri umani. Quando ci si confronta con i grandi dolori si può crescere come si può non farlo. Tendenzialmente i grandi dolori ti spingono a cambiare, a fare i conti con le cose vere della vita e ad andare avanti. Ippolito affronta il suo dolore ed è costretto a cambiare. Se un cambiamento è possibile, è possibile attraverso il dolore. Però non è che lo dico io, lo hanno detto gli antichi, appunto. Eschilo, nell’Agamennone, ad esempio. Attraverso il subire qualcosa si ha la spinta al cambiamento, la boutique di cui parlavamo non ti fa cambiare.

I LIBRI DI MATTEO NUCCI

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