Intervista a Melissa P.

Melissa P.
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Dalla Sicilia, in cui da adolescente ha scritto il suo famoso primo libro, Melissa P(anarello) si è trasferita a Roma, e lì ci siamo conosciute un paio di anni fa, una sera che eravamo a ballare nello stesso posto. Fin dal primo incontro, mi è risultata subito simpatica - non solo per la gentilezza e disponibilità con cui calmava la mia curiosità ma soprattutto per l’intelligenza, unita alla consapevolezza di sé e del proprio fenomeno mediatico, con la quale rispondeva, cosa così rara in questi tempi di stupidità malefica, menzogna diffusa e verità confuse. Da allora ci siamo incontrate altre due o tre volte sempre in casa sua o mia, se quindi può forse sembrare che stiamo facciamo chiacchiere da parrucchiere per il tono con cui dialoghiamo, non è vero: al contrario stiamo parlando di cose serissime.
È vero che sei una fan di Mangialibri?
Io non sono fan di niente. Su Mangialibri ho letto spesso interviste ad autori che mi sembrano molto intelligenti e quindi sono fan in quel senso. Sono interviste agli scrittori diverse da quelle che di solito si leggono. Soprattutto danno spazio alla parola detta, e non a quella scritta, che è una cosa altrettanto importante per quanto riguarda la comunicazione di uno scrittore.

 

Che effetto ti fa (dal punto di vista umano, più che professionale – ma anche professionale) tutto il veleno che quotidianamente ti scaricano addosso? Ti feriscono gli insulti? Quanto pesa il fatto che ci sia sempre chi ti prende come esempio di scrittura trash?
In realtà non mi ferisce affatto dal punto di vista umano. Anche perché mi rendo conto che la maggior parte degli attacchi che subisco proviene da persone che non hanno letto i miei libri e che partono semplicemente da un pregiudizio: solo perché l’autorevole scrittore Tal dei Tali ha detto che Melissa P. è trash e allora anch’io, lettore che lo seguo, devo pensare che sia trash. Arriva a un certo punto la psicosi di massa per cui se quello dice che Melissa P. non va letto io faccio quello che mi dice, appunto, l’intellettuale del momento. Però personalmente non mi ferisce perché sono sì attacchi personali ma io, considerandomi assolutamente al di fuori di quello che la gente pensa, dice, scrive, non mi sento attaccata. Loro attaccano un personaggio che essi stessi si sono costruiti, io non ho mai dato adito di pensare che sia vero. Hanno un’immaginazione talmente forte per cui si sono costruiti un personaggio di me. Me lo appioppano come se fosse una cosa mia, ma mia non è, perché se tu vuoi comprendere il mio fenomeno, la mia scrittura, in parte la mia persona, devi leggerti i miei libri. Se no non andiamo da nessuna parte.


Appunto. Ho fatto negli ultimi giorni una full immersion di Melissa on-line e mi sono spaventata, ho paura per te: mi sono imbattuta in almeno un paio di libri dal titolo esplicito contro di te. Hai mai avuto degli stalker? Gente che ti ha dato fastidio?
Non tantissima. Spesso mi è capitato di ricevere messaggi, oppure gente alle presentazioni che mi diceva: “Ti vorrei uccidere”.


Ouch. Violenti...
Si scatena una violenza veramente da psicosi di massa, ecco perché usavo proprio quel termine. Allora, se un libro di Moccia non piace, semplicemente si dice: “Il libro di Moccia non mi piace”. E molto spesso anche perché, non piace. Nel mio caso, non solo poche volte si limitano a dire che i miei libri non piacciono, ma devono proprio caricare, andare oltre, fare… Adesso è uscita questa cosa su "Gli Altri", quella cosa di Nicola Lagioia che dice di infilarmi le pagine di Lolita nel culo. Su Moccia non dicono mai “Infilargli Orwell nel culo”, no? Insomma, sono cose che vanno oltre la critica letteraria. Qui non si critica il libro. Perché nessuno, nessuno di questi critici mi ha mai detto perché i miei libri non valgono niente. Io voglio saperlo come scrittrice perché se le critiche devono servire a costruire, evidentemente ho bisogno di sapere cosa non va. I dialoghi fanno schifo? I personaggi non funzionano? Uso la punteggiatura sbagliata? Dimmi perché il mio libro non vale niente letterariamente!


Penso dipenda anche dal fatto che tu sei una donna. Sei femmina e quindi è più semplice attaccare etichette spregevoli. A Moccia al limite gli hanno dato del “ragazzino”, del “bambinone”…
O del “pariolino”, sì… Il fatto che sia donna, giovane, e di successo sono tre condizioni ottime per tirare fuori tutto questo odio.


Anche nell’editoria italiana c’è maschilismo secondo te?
Sì, moltissimo. Quando gli scrittori uomini parlano di sesso nei loro libri quella è narrativa, narrativa in generale. Quando la scrittrice donna parla di sesso nei suoi libri, allora sta facendo letteratura erotica. È anche una ghettizzazione che secondo loro alle donne fa piacere, ma a me non fa piacere.
Perché nel mio libro le scene di sesso se le conti sono sette pagine, ma poi ce ne sono altre centosessanta. Confrontiamoci anche sulle altre centosessanta, non confrontiamoci soltanto sulle sette pagine di sesso: le descrivo perché mi piace descrivere le cose e quindi se tu fai scopare i tuoi personaggi e però non descrivi la scena di sesso, quello è un problema tuo, del tuo stile di scrittura. Il mio stile di scrittura richiede che ci sia una descrittività precisa delle cose.


Hanno riaperto la tua fan page su Facebook?
No.

 

E hai scoperto perché è stata chiusa?
No. Ma è allucinante: esistono gruppi contro gli zingari, contro i rom, contro qualsiasi gruppo etnico e questi vanno a chiudere la mia pagina.


La natura autobiografica del tuo romanzo-boom di esordio ha ingenerato nel pubblico la convinzione che qualsiasi cosa tu scriva tu stia scrivendo di te. Non ti converrebbe scrivere un qualcosa che sia chiaramente di fiction per far cambiare idea al pubblico?
Ma questo libro è chiaramente di fiction. Forse l’unica cosa autobiografica è che sono povera! E che ho i gatti. Ma è chiaro, la gente non si sa staccare da un’etichetta. È più facile, più sintetico. C’è anche molta difficoltà a considerare le opere letterarie in sé essenze indipendenti dallo scrittore o dall’autore che le ha concepite. E poi a cosa serve sapere se quel libro è autobiografico o no? Cosa ti cambia nella vita sapere se io ho scopato nella mia vita con tre uomini o no? È quello il punto, non si dovrebbe neanche chiedere, in generale! Se il libro è autobiografico… è chiaro, anche quando leggiamo la fantascienza tutti ce lo chiediamo: chissà se Philip Dick ha fatto questa cosa? È normale. Però poi non andiamo a rompere i coglioni all’autore chiedendo: “Ah, ma l’hai fatto davvero?”. L’altro giorno ho dovuto dire a una che sono vergine perché non la stavo sopportando più. Ho detto: “Senti guarda io sono vergine, mi fa schifo il sesso, ne ho molta paura, ho mentito per tutti questi anni”… per forza! Non sanno neanche regolarsi, perché questa mi chiedeva come io scopo! Secondo lei avrei dovuto raccontarle come sono le mie scopate. E che ne so? Ogni volta sono diverse, non ci faccio caso!


Ma quindi non ti piace avere sempre gli occhi addosso, e questa morbosità ti comincia un po’ a seccare?
Sì perché è la stessa morbosità di Sarah Scazzi, lo stesso tipo di malattia. Non guardarsi la trave nel proprio culo e guardare la pagliuzza nell’occhio dell’altro.


Sì, molti hanno fatto questo errore. Ho visto e letto giornalisti e professionisti della comunicazione chiederti se avevi fatto un’orgia, o un triangolo sessuale… Che rapporto hai con la televisione? Sei mai stata autrice tv? Ti ho visto come ospite fissa in "Victor Victoria", il programma di Victoria Cabello e ho un vago ricordo di te, piccolina con tuo padre, ospite di "Domenica In", può essere?
No, non sono autrice tv e non sono mai andata a "Domenica In". Mi avevano invitata ma all’ultimo momento hanno disdetto perché il Tribunale dei minori… io non ero minorenne ma il Comitato dei Genitori, il MOIGE, ha protestato e non mi hanno più ospitata. Ho un rapporto abbastanza snob anche con la televisione. Sto cercando di seguire un mio percorso non solo umano ma anche professionale per cui dico di no al 60% dei programmi che mi vogliono come ospite. A tutti fa piacere promuovere le proprie cose, qualsiasi scrittore che abbia la possibilità di andare in televisione a promuovere il proprio libro, lo fa. Adesso, io sono popolare quindi m’invita "Domenica Cinque", magari non so, un altro scrittore non viene invitato ma se lo fosse ci andrebbe. Io non vado, ho un’idea molto mia delle cose e non mi va di andare “in pasto” alle cose. Voglio scegliere di volta in volta.


Se tu dovessi dare un consiglio a una giovane autrice che si accingesse a scrivere letteratura erotica, che cosa le diresti? Ci sono dei consigli, degli avvertimenti che le daresti?
Io non mi sono mai percepita come una “scrittrice erotica”, neanche come scrittrice trasgressiva. Io sono così e molti pensano che mi sia costruita un personaggio per vendere meglio ma io non so neanche cosa voglia dire “costruirsi un personaggio”. Io sono così, sono molto libera ma anche molto timida. Molto matura su delle cose ma estremamente infantile su altre. Non ho mai ammiccato al lettore, questa è la cosa importante, non ho mai ammiccato a un pubblico. Mi sono sempre presentata per quella che sono, anche con le mie debolezze e quindi a volte con la mia goffaggine. E vedo però che nel campo della letteratura al femminile, erotica, c’è un po’ questa cosa: la donna che scrive letteratura erotica spesso ammicca e questa è una cosa sbagliatissima.


Pensi a qualcuno in particolare? Tempo fa esisteva una collana, non so se c’è ancora, che si chiamava Pizzo Nero...
È quella che ha pubblicato illegalmente la prima versione del mio libro, per cui siamo andati in causa l’anno scorso.


Come l’avevano avuta?
Perché io avevo mandato il libro da ragazzina a tutte le case editrici e questi l’anno scorso hanno pubblicato la prima versione, non ancora editata, di Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire. Così, senza contratto, senza chiedermi niente.


E tu l’hai fatta ritirare.
Certo, siamo andati in causa, c’è una sentenza.


Ma tu da sola o tu con l’editore del libro?
No no, io da sola perché il mio editore anzi pensava che io fossi d’accordo con questo Pizzo Nero. Anche per questo poi sono successi tutti i casini con Fazi, che pensava lo avessi tradito, una storia lunga e faticosa.


Ma tu hai sempre scritto quindi?
Ho cominciato a quattro anni con le poesie, poi a nove anni ho scritto un romanzo. Sì, ho sempre scritto.


A parte metterti il rossetto, celebri altri riti legati alla scrittura? Ci deve essere un umore e un mood particolare o “nulla dies sine linea”?
Un mood particolare un po’ c’è, perché se sono troppo felice non riesco a scrivere. Se sono in un buon momento non riesco a tirare fuori niente. Quindi sì, devo essere triste. Non riesco a scrivere se sono troppo piena, troppo appagata, non riesco a fare niente. E poi sono una a cui piace molto scrivere con il casino intorno, non sono una che si chiude nel silenzio della propria stanza: il mio fidanzato che cucina, i gatti intorno, lo stereo acceso la televisione accesa.


E Tre com’è nato? Ci pensavi da tanto tempo?
No. È nato a Londra, in un caffè a Brick Lane dove ho cominciato a scrivere. L’ho scritto soprattutto a mano – lì dietro ci sono tre quaderni Moleskine pieni del romanzo - e buona parte l’ho scritto a Londra. Amo moltissimo scrivere mentre sto viaggiando, questo è un altro rito: scrivo soprattutto viaggiando, mentre sono in movimento e quindi in treno, in aereo, per la strada.


Revisioni molto le cose che scrivi? Sei un’autrice che ritorna duemila volte sulle cose che ha scritto?
No, riguardo solo alla fine.


Che cos’è “Scrittori in causa”?
Scrittori in causa è questo movimento che è nato con la maggior parte degli autori Fazi (non a caso!) che rivendicano certi diritti, come per esempio il diritto ad avere un anticipo che non sia un anticipo sulle royalties ma sia un pagamento sul lavoro già fatto. Cioè se io per due anni mi sono chiusa in casa e ho scritto un libro, non si capisce perché tu mi debba pagare un anticipo sulle copie che prevedi di vendere. Quindi che vuol dire? Tu prevedi di vendere 4000 copie. Mi dài un anticipo di 1000 euro, per dire, e poi di royalty mi dài 3000 euro, è una cosa cretina.


Fammi capire: il pagamento delle royalties scatta quando il minimo garantito è stato assorbito dalle prime copie vendute, e non dalla messa in vendita del libro. Non so se è stato sempre così, e non credo sia così per tutti gli autori...
Esatto. Tu mi devi pagare per quello che ho già fatto, a prescindere da quello che io vendo. Poi posso anche vendere 0, ma... Mi sembra un atteggiamento molto furbo.


Come se l’editore non credesse in te e non facesse un vero investimento su di te?
Questo è un elemento, poi c’è anche la necessità di porre i bollini SIAE su tutti i libri perché ormai soltanto le grandi case editrici lo fanno. Dei piccoli editori non lo fa nessuno quindi devi stare lì attenta che non ti freghino, un altro lavoro.


Ma è una cosa illegale?
È una cosa illegale! Un lavoro improbo per lo scrittore! Io devo scrivere libri, non posso stare appresso a te che mi puoi fregare da un momento all’altro.


È una tua responsabilità se il libro esce senza bollino SIAE?
No, è dell’editore, però se l’editore vende 62.000 copie senza bollino SIAE e me ne dichiara soltanto 20.000 mi rode, perché quelle altre 42.000 non me le ha dichiarate.


Mentre invece se c’è la SIAE tu hai i rendiconti che ti dicono esattamente il numero di copie vendute.
Certo, con la SIAE c’è un controllo. Lo scrittore non è per niente tutelato in questo. Io mi sono fidata, forse non avrei dovuto, però chissà quante copie sono state vendute.


Sei molto giovane, come ti vedi tra dieci anni? Continuerai a scrivere?
Non lo so. Per me ogni libro che scrivo è l’ultimo.

 

Un parto.
Non so se è un parto, è una cosa meno fisica, senz’altro, non è una fatica fisica. Sai io non faccio progetti sul futuro, vivo molto il presente e quindi non mi pongo il problema.


E secondo te lo scrittore dev’essere moralizzatore e assumere una certa autorevolezza per dire cose che altri non dicono? Ha un ruolo nella società?
Ci sono due specie di scrittori secondo me. Chi cerca in maniera ansiogena questa cosa qui: “Io devo essere uno scrittore impegnato” e quindi un po’ si incasina in questo lavorio mentale, cerca a tutti i costi di rappresentare se stesso come uno scrittore autorevole. C’è chi se ne frega dell’autorevolezza, soprattutto le donne. Forse è più lo scrittore maschio che ha bisogno di sentirsi autorevole da un punto di vista letterario. Tutte le scrittrici donne che conosco, me compresa, non hanno questa smania qui. Assolutamente no. Penso che lo scrittore debba essere estremamente consapevole della realtà che gli è intorno, non credo che debba stare chiuso nella sua stanzetta a rimuginare sulle sue cose. Poi magari può raccontare solo quelle, tutta la sua interiorità come gli pare e piace, però deve sapere e capire cosa c’è fuori. Se no non avrebbe nemmeno senso pubblicare i libri: ti devi sempre rapportare e confrontare con una molteplicità. Quando si pubblica un libro si pubblica per confrontarsi. Per il mio piacere lo scrivo, anche per mestiere ovviamente, ma poi lo pubblico soprattutto per un confronto.


Sali in cattedra per una giornata e assegna alla tua classe di adolescenti cinque romanzi da leggere.
Anatomia dell’irrequietezza di Bruce Chatwin, L’isola di Arturo di Elsa Morante, Madame Bovary di Gustave Flaubert per prepararsi alle sconfitte, Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez e Storie di ordinaria follia di Charles Bukowski, dei racconti meravigliosi.


Che tipo di impegno può avere secondo te adesso un ventenne?
Proteggere e garantire la propria libertà, in tutti i modi possibili, ognuno nel suo campo: quello è l’impegno fondamentale della mia generazione. Perché tante cose le abbiamo date per scontate ma non sono scontate per niente. Se ancora oggi c’è chi dice che vuole infilarmi Lolita nel culo è chiaro che certe libertà non sono state acquisite. Proteggerle e riuscire a farle evolvere, anche.


Hai dichiarato spesso di volere dei figli: come li faresti studiare? Io non so ma ora come ora li terrei lontano dalla scuola, facendoli studiare in casa e facendo fare loro molti corsi di sport, affinché si sentissero comunque parte di un gruppo che impara...
Lo farei studiare a casa ma non da solo, poverino, perché sarebbe terribile. Metterei cinque sei bambini - figli di amiche, del quartiere - li farei riunire ogni giorno in una casa diversa e gli darei anche un senso di gioco: devono imparare anche a giocare, studiando. Cambiare ogni giorno la casa, ogni volta una mamma diversa fa lezione, creare anche una forma di solidarietà in questo senso: facendo capire ai bambini che la società non ci dà quello che vogliamo lo possiamo costruire noi, senza problemi e divertendoci, anche. Io amo fare lezioni private ai bambini, lo facevo quando ero al liceo ai bambini delle elementari, delle medie, ed è una cosa che mi piace da impazzire, a me l’insegnamento piace moltissimo.


Hai detto che finché c’è bisogno di parlare del corpo, ne scriverai e ne parlerai. Secondo te che cosa è che impedisce più di tutto la consapevolezza del proprio corpo? Dipende dal fatto che viviamo in Italia con tutto quello che comporta avere “in casa” il Vaticano e la Chiesa Cattolica? È una questione invece legata alla mercificazione del corpo nella società dell’immagine?
Molto dipende dalla censura che viene fatta nei confronti della propria identità. L’individualismo è un conto, l’identità è un altro. E spesso la società non ti dà l’opportunità né gli strumenti per acquisire una tua identità. Perché non gli conviene, perché deve controllarti in qualche modo e quindi fanno di tutto per non farti riconoscere un’identità tua, propria, che sia esclusiva, rara, unica. Il tuo corpo non puoi conoscerlo se ti viene vietata questa cosa, in maniera estremamente subdola per cui neanche te ne accorgi.


E a chi ti dice che la parola di una donna è meno potente e si fa sentire meno di quella di un uomo, che cosa rispondi?
Probabilmente è vero perché la cultura è abituata ai toni forti. C’è una cosa bellissima che ha detto Concita De Gregorio a "Victor Victoria": l’uomo ha il senso del potere, la donna il senso della responsabilità. Sono due cose molto diverse. Quindi è il potere che ti fa urlare, ti fa apparire più autorevole. La donna il potere non sa cosa sia, non le interessa raggiungerlo. Semmai le interessa il prestigio, magari una fama o il successo ma non il potere. Il potere è una cosa che non ci riguarda assolutamente.

I libri di Melissa P.

 

 

 
 
 
 
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