Intervista a Michael Cunningham

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Michael Cunningham è uno degli autori contemporanei più celebrati, vincitore del premio Pulitzer e del Pen-Faulkner per la Letteratura con Le ore. Letto e tradotto in tutto il mondo, conquista per le storie quotidiane e straordinarie, la sua scrittura asciutta, preziosa e sempre efficace, e la capacità di far riflettere. L'abbiamo incontrato in più occasioni: in un cinema di una piccola cittadina italiana durante un Festival letterario, seduto al tavolo di un bar durante un pigro aperitivo, e successivamente abbiamo anche approfondito qualche aspetto grazie a un prezioso scambio di e-mail. Tanta roba? Già, ma anche lui è tanta roba ragazzi.




Nei tuoi romanzi il tempo è un elemento centrale, trattato al pari dei protagonisti…
Assolutamente sì, considero il tempo un personaggio come gli altri, è un protagonista assoluto. Penso sempre che tutto, ogni cosa, abbia a che fare con il trascorrere del tempo, ogni racconto, ogni romanzo hanno a che fare con lui e il suo volgere. È interessante vedere come le persone cambiano rispetto al tempo - e qui c'è la grande differenza con la poesia, che al contrario è ferma, immobile. 

 
Ami giocare su diversi piani temporali: non hai paura di confondere il lettore?
Mi piace mescolare i diversi piani temporali, a volte chissà, esagero pure: è buffo pensare che quello che è il presente in questo preciso momento è già passato semplicemente alla fine di questa frase.

 
Ma qual è il secolo che preferisci?
Quello che stiamo vivendo, l'attimo presente, l'istante stesso in cui parliamo, l'adesso.

 
Nella tua opera narrativa la presenza di Virginia Woolf è costante: perché proprio lei?
Virginia Woolf è stata la prima grande scrittrice che ho letto, ed è stata per me come il primo bacio, quello che non si dimentica mai. È avvenuto quindi quasi per caso, mi è capitato di leggere la Woolf quando ero giovane ed è proprio attraverso lei che mi sono innamorato della scrittura. Poteva succedere con qualsiasi altro grande scrittore, ma è successo con lei.

 
Con la Woolf hai avuto approcci diversi in Le ore e nel saggio che le hai dedicato. Perché?
La differenza tra il saggio e il romanzo è essenzialmente che il romanzo l'ho scritto con il cuore, il saggio con la mente: due modi molto diversi di parlare di lei. Il rapporto tra me e Virginia è una storia che dura da tanto tempo, siamo sposati da molti anni e la amo come il primo giorno. 

 
Come interpreti il suo gesto estremo?
Credo fermamente che il suicidio di Virginia Woolf sia stato un gesto di libertà. Una delle sue cose più grandi è che è stata una dei primi scrittori - tra gli inglesi sicuramente - ad insistere sul fatto che chiunque può essere il soggetto di una grande opera letteraria. Prima di lei i romanzi riguardavano personaggi eroici, lei è stata una delle prime a chiedersi che senso abbia un'arte che escluda la quasi totalità del mondo, di conseguenza è stata una delle prime persone, forse la prima, a scrivere di gente comune. Concentrandosi sulle persone comuni e non su personaggi epici, certamente è stata una grande innovatrice.


Ti aspettavi tutto quello che è successo dopo Le ore?
Mai, mai, mai mi sarei aspettato quanto è accaduto, pensa che avevo detto al mio agente che sicuramente da quel libro non avrebbero mai potuto trarre un film.


Anche la colonna sonora ha avuto un ruolo importante nel successo del film secondo te?
La musica mi è piaciuta moltissimo, splendida, e sono rimasto molto soddisfatto di tutto il film, di come è stato realizzato, hanno fatto un ottimo lavoro sotto tutti i punti di vista.


Tu hai vissuto in ogni stato dell'America: da est a ovest c'è molta differenza nel rapportarsi alla letteratura e all'omosessualità?
Certamente, ma posso riassumere tutto in un'unica frase: the west is stupid, the east is smart.


Come lavori alla creazione di una nuova trama?
Tutto comincia da un'idea che hai in testa, ma quando inizi a scrivere il libro quest'idea via via diventa più sfocata: il romanzo inizia a scriversi da solo e a diventare qualcosa di molto diverso da quello che pensavi sarebbe diventato. Per esempio io credevo che Le ore sarebbe stata la storia di un uomo di mezza età, come La signora Dalloway. Una delle cose che riguardano la scrittura del romanzo è vedere se il libro riesce a sconfiggere l'idea che ti ha portato a scriverlo.


Cosa pensi della lingua di oggi?
Credo che il linguaggio sia in continua evoluzione. A ogni generazione piace pensare che la successiva stia uccidendo il linguaggio, sono sicuro che se un uomo di cent'anni fa leggesse uno dei miei libri sicuramente direbbe che è scritto in modo tremendo. La lingua è una creatura viva e in questo momento scriviamo più velocemente perché stiamo vivendo più rapidamente; la lingua riflette la vita, penso che sia un errore terribile pensare che il linguaggio non sia più lo stesso in modo critico: si evolve e basta.


Le persone sono pronte per accogliere nella loro vita la bellezza?
Ho avuto l’impressione che molti di noi oggi siano affamati di bellezza e che la bellezza ci stia sfuggendo di mano. L’arte non ci sta offrendo molto, né gli edifici che continuano a spuntare ovunque, senza citare quello che la televisione ci propone. Sospetto tuttavia che molti di cerchino la bellezza in luoghi meno ovvi, nei bambini, magari nel cielo la sera, e perché no, nel caffè della mattina. La bellezza non deve essere qualcosa di enorme per essere potente, la bellezza è qualsiasi cosa che ci connetta ad un ordine più ampio, che ci faccia sentire vivi e riconoscenti, che ci porti fuori lontani da noi, verso qualcosa che sa di miracoloso e vero.


Al limite della notte è una riflessione sull'arte. Dov'è oggi l'arte, e a chi si rivolge?
Sì, il libro è principalmente una riflessione sull’arte e sul suo posto nel mondo oggi, sono preoccupato come lo è il protagonista della storia che l’arte sia diventata troppo uno strumento per fare soldi, pensata per un piccolo gruppo di persone ben informate abbastanza da apprezzarla (e quindi da comprarla). Mi piacerebbe vedere più arte pubblica, più arte che sembra essere arte per un maggior numero di persone, invece di oscure installazioni in gallerie d’arte che assomigliano sempre più a supermercati che a giacimenti di meraviglie. Bellezza e arte sono sia concetti soggettivi che assoluti, ciò che è bello per me può non essere bello per altri, ma al tempo stesso tutti noi siamo pressoché concordi nell’affermare la bellezza dei quadri di Raffaello e Michelangelo: come qualsiasi grande concetto degno di questo nome, la Bellezza con la B maiuscola è complesso, è più di una sola cosa. Rivela contemporaneamente le nostre similarità e le nostre differenze, e questa è una delle ragioni per cui l’amiamo così tanto.


Che ruolo ha l'imprevisto nelle vite dei protagonisti di Al limite della notte?
Come in ogni storia degna di questo nome l’imprevisto gioca un ruolo primario in Al limite della notte. Uno scrittore, se bravo, coglie di sorpresa i suoi personaggi e i suoi lettori. Prima mette in piedi una situazione e poi continua a togliere terreno sotto i piedi a entrambi.


Quando hai deciso che volevi raccontare questa storia, cosa ti ha mosso?
Volevo scrivere di un uomo ossessionato dalla ricerca di qualcosa di bello e di vero nel mondo ed è stato naturale fare di quest’uomo un commerciante d’arte, ovvero qualcuno il cui lavoro è intimamente immerso in un mondo che tradizionalmente ha a che fare con la raffigurazione della bellezza. Tuttavia gli ho trasmesso alcuni dei miei dubbi personali riguardo a quell’ironica, distante (e non certamente bella) arte che si vede sempre più spesso in giro oggi. Volevo metterlo alla ricerca di qualcosa o qualcuno che sarebbe apparso bello ad una persona del XII secolo, qualcuno che non fosse stato ‘educato, istruito’ a continuare ad apprezzare un’arte banale e insignificante che viene presentata come qualcosa di significativo. Volevo scrivere di un folle in cerca di qualcosa che ispirasse non solo un interesse vago, ma una devozione profonda e appassionata.


Perché la scelta di far uscire in contemporanea il libro in Italia e negli Stati Uniti?
Non ho fatto io questa scelta, sono stato solo molto fortunato che il mio traduttore italiano sia stato così brillante da aver lavorato in maniera così veloce ed efficiente.
 

Nel tuo romanzo La regina delle nevi il tuo protagonista, Barret, non crede in Dio né nel sovrannaturale, ma viene in contatto con un evento inspiegabile. In che modo l’inatteso condiziona la vita?
Indubbiamente io spero sempre che avvengano cose inattese; una vita senza sorprese sarebbe decisamente triste, ne sono convinto. Barret, il protagonista del mio romanzo, è protagonista di un evento inaspettato e inspiegabile. Barret non pensa a Dio, la religione non fa parte della sua vita; non che sia completamente ateo, diciamo che è laico. Ed è proprio quella una delle cose che mi sono chiesto quando ho iniziato a scrivere questo romanzo: cosa accadrebbe se una persona laica vedesse un fenomeno inspiegabile. Barret vede una luce nel cielo che sembra osservarlo… non volevo angeli, non volevo la Santa Vergine Maria, non volevo niente che facesse pensare “Vedi? In fin dei conti Michael Cunningham è cattolico”, no. Quando un angelo appare a qualcuno, generalmente ha un messaggio da comunicare a questa persona. Io invece ero interessato all’idea che Barret non solo vedesse qualcosa di inspiegabile, ma che questo fenomeno restasse assolutamente inspiegato!

In che modo la possibilità dell’esistenza di un’entità superiore condiziona la vita di tutti i giorni? Se avessimo la prova dell’esistenza di Dio ci comporteremo nello stesso modo?
Dipende dalle persone… Ci sono individui per i quali la religione raggiunge un grado di fanatismo tale da arrivare al terrorismo e atei convinti che Dio sia soltanto una chimera. Io spero davvero che ci sia un qualche piano divino, un qualche “potere”, un’energia… Se c’è un Dio, io mi immagino che sia una donna di colore, tipo Aretha Franklin. Penso che sia naturale desiderare di sentirsi parte di qualcosa più grande di noi, di un disegno superiore… e fino a quando non si scopra una prova certa e definitiva, fino a quando non appaia davanti a noi la Santa Vergine Maria dicendo “quello che affermano i cattolici è la pura verità; inginocchiatevi tutti”, fino ad allora dovremo continuare a porci delle domande.

 
In un momento come quello che stiamo vivendo, in cui la velocità sembra essere l’unico modo di vivere, di rapportarsi agli altri e al mondo, comunicare, come è possibile vivere quei sentimenti profondi di cui i tuoi personaggi sono portatori?
Credo davvero che l’amore sia l’unica cosa che conta realmente. Puro sentimentalismo, lo so, ma penso che sia la verità. Non so se credo in Dio, ma credo assolutamente nell’amore e che qesto sentimento che proviamo verso un compagno di vita, gli amici e la famiglia sia l’unica cosa che può salvarci.Il modo in cui viviamo la nostra vita è una nostra scelta. Durante la mia permanenza in Toscana ho visitato un convento di suore di clausura che solo una volta al mese possono essere viste , per il resto del tempo rimangono in silenzio e non parlano neppure le une con le altre .è una loro scelta; si può scegliere di essere sempre occupati, in viaggio, mangiare un hamburger, passare ore al telefono o con il tablet, conformarsi in tutto e per tutto agli altri…è una questione di scelte… l’importante è che siano le proprie.
 

La lectio magistralis che hai preparato per questa rassegna parla della bellezza. La bellezza  può salvare il mondo?
La bellezza è estremamente importante; la bellezza deve salvare il mondo! Penso che essa possa assumere forme molto diverse. Temo che a volte si rischi di essere un po’ condizionati; la bellezza non è solo quella che appare nelle riviste con le modelle e le macchine di lusso, la bellezza è dappertutto, aspetta solo di essere vista! L’arte può indicare il cammino per un mondo migliore? Lo spero. Credo che l’arte possa documentare il tentativo del mondo di salvare se stesso. L’impulso a produrre arte, a usufruire dell’arte, in veste di scrittore, di lettore o frequentatore di musei, testimonia la ricerca di qualcosa che va ben oltre i semplici beni materiali futili.
 
 
In che modo riesci a entrare in mimesi con i protagonisti di cui parli così profondamente diversi tra loro per età, sesso, estrazione sociale, vissuto?
È un processo sempre abbastanza misterioso, che però devi riuscire a fare. Ho alcuni amici attori e quando mi raccontano di come interpretano i loro ruoli mi suona alquanto familiare… Ci sono due cose da fare: cercare di trovare nel personaggio qualcosa di noi stessi e osservarlo dall’esterno; si devono studiare i personaggi anche fisicamente, come farebbe un attore... vedere come si siedono, come si muovono. È sorprendente quanto si riesca a conoscere un personaggio nel momento in cui si capisce il modo in cui si relaziona agli altri e all'ambiente in cui si muove. Si deve conoscere l'intera vita del personaggio anche se poi nel libro sono presenti solo alcuni eventi. Si deve conoscere tutto dei propri personaggi, come si deve conoscere tutto di noi stessi, o almeno si dovrebbe.


Cosa ti ha colpito del momunumento funebre di Ilaria del Carretto?
La sua serenità è sorprendente. Giace lì dal 1405, indisturbata. L’ho vista oggi per la prima volta; non era possibile farmi venire qui per vederla, ripartire per gli Stati Uniti, scrivere la lectio e ritornare qua per l’incontro di stasera. Una delle cose di cui vorrei parlare questa sera è come l’identità di Ilaria, esattamente come quella di noi tutti, venga continuamente reinterpretata: dal marito ricco che ne commissiona il monumento funebre, dall’artista che lo realizza, da coloro che lo guardano. Ilaria se n’è andata e noi non la conosciamo, conosciamo solo la percezione che abbiamo di lei. Un’altra cosa di cui spero di poter parlare nel dibattito è questa: Ilaria dal vivo è diversa che in foto, in un certo senso più calda, il marmo è più vivo, c’è un qualcosa che la macchina fotografica non riesce a catturare Il modo in cui la guardiamo, il mezzo attraverso il quale la guardiamo costituisce anch’esso una deformazione?

I libri di Michael Cunningham

 

 

 
 
 
 
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