Intervista a Michael Dobbs

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Nella elegante cornice di Fandango Incontro, il caffè letterario situato in via dei Prefetti a Roma, nel cuore dei luoghi-cardine della Politica italiana, abbiamo incontrato Michael Dobbs, la mente che si cela dietro il successo della serie televisiva americana di Netflix acclamata da pubblico e critica, House of cards (diretta in parte e prodotta da David Fincher e interpretata da Kevin Spacey e Robin Wright). Tutto nasce da una trilogia di romanzi risalenti alla fine dell’era Thatcher, già oggetto di un adattamento televisivo tutto britannico del tempo a cura di Andrew Davies, vincitore di un Emmy per la migliore sceneggiatura. Dobbs, che è tuttora membro della Camera dei Lord, svela i segreti della sua opera e del mondo politico senza sbilanciarsi troppo, ma con grande ironia e qualche picco di sincerità ricordando, a torto o a ragione, che “Obama verrà ricordato più per quello che ha rappresentato, che per quello che ha realmente fatto”.




In questo momento storico in cui si odiano i politici e la politica come ti spieghi il successo dei tuoi libri?
Da un lato direi che la disaffezione alla politica è sempre stato un tema attuale. Possiamo ritrovare vignette di 400 anni fa che canzonano le figure politiche. Per quanto riguarda nello specifico i miei libri, il lungo corso delle due serie, quella inglese e quella americana, ha permesso al lettore e allo spettatore di entrare nei vissuti della politica dall’interno e di coinvolgerli. In particolare, nell’adattamento americano è stato usato il trucco di far guardare in macchina a Kevin Spacey e di rivolgersi direttamente agli utenti. Questo ha creato partecipazione, ha svelato e rivelato molti aspetti, nonché il desiderio di saperne di più. E poi c’è questo ingrediente “segreto” che attira: Frank Underwood ottiene quello che vuole in un’epoca in cui politici spesso sono impotenti.


Hai mai voglia di smettere di scrivere, la tentazione di sentirti “arrivato”?
No, sono uno scrittore. È quello che faccio. Non so dire a quale genere di scrittura mi avvicinerò, ma ho un figlio di sedici anni che vuole fare l’attore e devo finanziare questa cosa!


Ti consideri più uno scrittore o un uomo politico?
Uno scrittore! Sono un politico per caso e uno scrittore per ambizione. Non ho la brama di essere un politico, ma quella di essere uno scrittore.


Come nascono la serie letteraria di House of cards e le due serie tv?
A quei tempi lavoravo con una signora che conoscerai sicuramente. Lei, un giorno, mi cacciò dalla stanza dopo una violenta discussione. Beh, quella signora era Margaret Thatcher! Decisi così di prendermi una vacanza. Pensavo che la mia carriera poteva dirsi ormai conclusa. Mentre ero sul bordo-piscina e leggevo l’ultimo orripilante bestseller senza capo né coda mi sentivo disgustato e pensavo che avrei potuto fare senz’altro di meglio. Mia moglie mi disse che se quel libro mi infastidiva così tanto potevo scrivermelo da solo! Quell’episodio scatenò una seconda lite con mia moglie quel giorno. Mi alzai dal bordo della piscina e cominciai a prendere appunti. Nacque così subito il nome del mio protagonista e la sua psicologia, “mai strappare un braccio al tuo avversario quando puoi strapparglieli tutti e due”. Ecco, devo ringraziare quella che più avanti divenne la mia ex-moglie se oggi ho una carriera come scrittore.

 
Che differenza hai notato tra la serie inglese e quella americana?
La serie inglese era autoirriverente e invece quella statunitense è ricca di chiaroscuro. I due attori che interpretano il protagonista sono molto diversi. La serie inglese era prodotta dalla BBC, ero diventato molto amico dell’attore protagonista Ian Richardson, lo siamo tuttora, ma nel corso della terza serie ero andato in rotta con la produzione tanto da chiedere loro di togliere il mio nome dai titoli, mentre la serie americana è stata l’esperienza più appagante della mia carriera anche se non me lo aspettavo affatto da Hollywood.


Michael Dobbs si aspettava questo successo? Come ti sei trovato nel passaggio dalla scrittura letteraria a quella dell’adattamento televisivo?
House of cards nasce come una forma di terapia personale. È come scalare una montagna: e in quel momento è tutto estremamente personale e si arriva solo alla fine. Non avevo all’inizio l’ambizione di diventare uno scrittore, ma poi la BBC dopo l’uscita del primo libro decise di farne una serie e alla fine di questa la giornalista viene uccisa. La serie ci lasciava su una fine tragica e nel momento in cui scorrevano i titoli di coda dell’ultimo episodio in tv ricevetti una telefonata nella quale mi si chiedeva di scrivere il seguito. Il finale lo aveva realizzato la BBC non era colpa mia, ma mi sentivo ugualmente responsabile verso quella storia, così continuai. Cedere i diritti a Hollywood è come vendere casa, ad un certo punto, una volta che la transazione è terminata, devi anche lasciare l’abitazione. Hollywood però è stata meravigliosa e mi ha detto: “Vogliamo che tu resti con noi, che mangi con noi, che dormi con noi”.

I libri di Michael Dobbs

 

 

 
 
 
 
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