Intervista a Michela Monferrini

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Romana, istruttrice di nuoto, Michela Monferrini finalista al Premio Calvino 2012, ama ricordare che “il nuoto allena alla pazienza e alla solitudine”, fondamentali anche nella scrittura. Del resto sia il nuoto che la scrittura sono accumunati dalla parola “stile”, e il suo è sicuramente personalissimo. Uno stimolante e costruttivo scambio di opinioni è confluito in questa intervista.




Esordio letterario il tuo. Chiamami anche se è notte è un traguardo raggiunto o una linea di partenza?
È un traguardo se penso alla bambina che sono stata e che intorno ai dieci anni, leggendo Ascolta il mio cuore di Bianca Pitzorno, incontrò un personaggio di nome Prisca e pensò di somigliarle molto. Prisca, da grande, avrebbe voluto avere diciassette figli e fare il torero o la scrittrice. Anche la bambina-me cominciò a pensare che le sarebbe piaciuto: avere diciassette figli, fare il torero, scrivere. Ma quest’esordio è invece una linea di partenza se penso – non tanto all’ambizione in sé, anche se è inevitabilmente parte in causa– ma a quelle due, tre storie che mi abitano già da un po’ e per le quali vorrei trovare una strada.
 
 
Con la protagonista della storia condividi la data di nascita e la passione per il nuoto. Cos'altro condividete?
Vediamo: il fatto di essere nate su un’“isola”; tutti i motivi per cui il suo elettrocardiogramma si impenna; la capacità di dire a qualcuno “Chiamami anche se è notte”, la voglia di sentirselo dire, la fortuna di aver incontrato chi è capace di dirlo (intendo dire la capacità e la voglia di esserci, e di vedere che gli altri ci sono); molte domande sul passato. Lei però è più forte, più sicura, più fiduciosa di me. E il suo mondo non è il mio perché non è reale: è levigato, depurato, solo emotivo.
 
 
Quali storie secondo te varrebbe la pena di raccontare?
In una lettera dell’agosto 1921 Katherine Mansfield scrive: “Ho trapiantato alcune delle mie petunie in un racconto affinché possano vivere un po’ più a lungo”. Io non lo so, quali storie in assoluto valga la pena raccontare, ma so che le storie che vorrei raccontare io sono quelle in cui mettere fiori per farli vivere più a lungo: voglio dire storie in cui ci sia la (mia) presunzione, follia, illusione di salvare, recuperare, qualcosa che altrimenti sarebbe o è già sommerso.


Nel romanzo sembra quasi che tu abbia messo appositamente degli indizi per giocare con il lettore. È davvero così?
Cito spesso canzoni, libri, film, poesie poiché sono quegli elementi che secondo me - se condivisi - fanno la vita piena. Non potevo pensare di scrivere un libro dall'ambizione così alta - raccontare la vita e il suo risvolto - senza questi che definisci "indizi" e che ho usato come "luoghi" in cui far entrare il lettore assieme a me, portandolo - senza aggiungere parole mie, affidandomi alle parole di altri - alla temperatura emotiva che volevo.  E i luoghi ad alta temperatura emotiva in cui si va assieme senza dover aggiungere troppe parole fanno la complicità di un rapporto.
 
 
I cani sembrano essere gli unici ad avere un nome certo tra i tuoi personaggi. Come mai questa scelta?
Lo sono. Per i personaggi, volevo evitare di dare i nomi che queste persone hanno nella realtà, non volevo appropriarmene, non mi sentivo autorizzata, ho già rubato loro così tanto. Non volevo neanche inventarli, non si può inventare un nome per qualcuno che esiste, che si riconosce dentro alla storia. Per i cani il ragionamento è stato naturale, ma diverso: nel nostro rapporto con un cane, negli anni che passiamo con lui, la parola che più spesso gli diciamo, quella che più pronunciamo è il suo nome. Questa parola è come scolpita in quel rapporto. Allora non è che l’ho rubata: l’ho semplicemente lasciata lì dove doveva stare.
 
 
Pensi che i tuoi protagonisti torneranno a raccontarci qualcosa di loro, prima o poi?
Se accadrà, sarà in forme completamente diverse, mascherate. Una delle storie che vorrei raccontare in futuro, per esempio, riguarda due personaggi di questo libro, sebbene sia più visionaria, meno attaccata alla realtà.
 
 
Quale tra i libri che hai letto avresti voluto scrivere?
Quando un libro mi tocca, quando mi accende, sono contenta di esserne la lettrice, più che desiderare di esserne la scrittrice. Perché lo scrittore può avere il talento, la grazia, il potere di muovere la storia, ma il lettore ha la sorpresa. Però accade che a volte, per dire qualcosa a una persona, per fargliela capire, riconosciamo che uno scrittore ha avuto le parole giuste, che quella cosa lui l’ha scritta proprio come noi avremmo voluto dirla, farla capire. Ecco, in quel particolare momento noi pensiamo “Avrei voluto scriverla io”. Ma basta regalare quel libro, che è come dire alla tale persona: “Fai come se l’avessi scritto io”. Allora, per rispondere più esattamente, posso dire solo che proprio oggi ho regalato una copia di Agosto di Romina Paula, che è un libro forse ingenuo ma sincero sull’incapacità di guardare avanti, sul passato che a volte ci tiene lì, a girare a vuoto mentre intorno a noi gli altri crescono e diventa tardi per molte cose.

I libri di Michela Monferrini

 

 

 
 
 
 
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