Intervista a Michela Murgia

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Michela Murgia ha il dono – abbastanza raro fra gli intellettuali – di raccontare la realtà senza la presunzione di dover “spiegare” il mondo. Il suo sguardo senza pregiudizi e la solidità leggera della sua scrittura, le consentono di affrontare temi importanti senza rischiare di diventare un “maestro da mangiare in salsa piccante”, come suggeriva Pasolini. Del resto, già nel suo porsi amichevole al tavolo del ristorante, l’interlocutore capisce subito di avere di fronte una persona allegra e loquace, che senza ritrosia parla dei suoi tanti viaggi, della difficoltà di gestire una vita matrimoniale da “eterni fidanzati”, ma anche di temi sociali scottanti e delicati. L’incontro con Michela, iniziato davanti a una cena leggera, è continuato sul palco di un teatro gremito e anche dopo, nel foyer, perché i suoi lettori non volevano lasciarla andare. Quello che segue è un ampio resoconto per i lettori di Mangialibri. Ringraziamo per la complicità e la collaborazione gli organizzatori del CaLibro Festival di Città di Castello.




Uno dei temi che emergono con maggiore evidenza nei tuoi romanzi è quello relativo al rapporto fra amore e potere. Due persone che si amano possono davvero farsi del male?
Il nostro stare insieme è tutto giocato su equilibri di potere, tuttavia la parola potere riusciamo ad associarla solamente a sistemi: potere politico, potere economico, potere religioso, potere militare. L’idea che ci sia un potere nelle nostre relazioni affettive ci è molto meno familiare, anche perché attribuendo al potere un’accezione negativa e manipolatoria, mai vorremmo pensare che sia una cosa che riguarda chi ci dorme a fianco nel letto o ci mangia accanto a tavola. In realtà una cosa sono i poteri forti e una cosa sono i poteri deboli e questi ultimi sono i poteri delle relazioni, su cui non abbiamo il controllo. Negare, ad esempio, che ci sia un rapporto di potere nell’amore genitoriale e filiale vuol dire non assumersi la responsabilità delle conseguenze dell’azione di quel potere, che agisce comunque, sia che ne siamo consapevoli o meno. Tra un uomo e una donna che si amano c’è un potere enorme in gioco, i rapporti equilibrati non esistono, siamo sempre in un gioco di pesi e contrappesi. Io del potere forte non ho paura, perché è sempre un potere consapevole che ha una struttura a sostenerlo, per cui può essere riconosciuto, identificato, affrontato e combattuto. È il potere debole che mi spaventa, perché è una sorta di energia fantasmatica, che agisce ma nessuno ce l’ha in mano, come uno di quei cerini che girano e nessuno vorrebbe che si spegnesse in mano a lui.

Questo gioco di forze contrapposte è anche il perno della storia che racconti nel tuo romanzo Chirù
Chirù racconta una storia tra un’adulta e un giovane, costruita interamente su un rapporto di potere palesato fin dall’inizio. Per un adulto e un adolescente è molto difficile stabilire un rapporto di fiducia al di fuori delle funzioni dei ruoli. L’unico modo che gli adolescenti oggi hanno per frequentare adulti è vedere i loro professori, i genitori, gli zii, gli animatori dell’oratorio, l’allenatore di calcio, l’insegnante di pianoforte. Persone che hanno un ruolo, ma questo ruolo allo stesso tempo protegge e crea distanza. Nel caso dei due protagonisti del romanzo la cosa è diversa, non c’è nessun velo e non hanno nessuna giustificazione per doversi piacere a vicenda e non sono nemmeno sicura che sia il fatto che si piacciano a far scattare qualcosa. Chirù vede una donna carismatica e potente che, come attrice, esercita sul pubblico una fascinazione che è la stessa che vorrebbe esercitare lui come musicista. E lei vede una ferita che cammina, non lo sceglie perché è bello, intelligente o bravissimo, lo sceglie perché gli viene da dentro un odore di cose marcite che lei riconosce perché è il suo stesso odore. Ci si può scegliere per la forza, ed è quello che Chirù crede di fare con lei, oppure ci si può scegliere per la debolezza, ed è quello che Eleonora crede di fare con Chirù. Ma bisogna stare attenti perché i rapporti di potere hanno il brutto vizio di cambiare segno e alla fine c’è una sorta di rovesciamento.

Il rapporto fra Chirù ed Eleonora è tutto giocato su una dimensione intellettuale, fra i due non c’è nessuna storia di sesso…
Sì, vorrei chiarire questo equivoco: loro non vanno a letto assieme. Lo dico perché secondo me ci sono persone che hanno comprato il libro cercando il prurito e ci sono rimasti male. In realtà c’è un erotismo che non si consuma, ed è molto peggio, perché spesso i rapporti non consumati sono quelli che consumano di più. Una cosa è sicura: nell’amore, che sembra un velluto, c’è nascosto un coltello, sempre. Non considerarlo vuol dire mettere a repentaglio la vita propria e quella degli altri, in senso metaforico e talvolta reale. Nessuno ti fa tanto male quanto chi ti vuole bene. Ci si getta nel baratro per amore di qualcuno. Non vedere il potere dentro le relazioni affettive ci espone a una serie di radiazioni che poi deformano e ti domandi: ma quando è cominciato? È cominciato il giorno in cui hai pensato di essere al sicuro perché ti amava, perché lo amavi.

Anche in Accabadora è presente il tema del passaggio del sapere fra generazioni diverse. Questa è un’esperienza che ha toccato anche la tua vita personale, e in che modo?
Anche io da bambina ho goduto dell’esperienza dell’affiliazione elettiva, per cui ho due famiglie, due papà e due mamme. Gli altri due li ho guadagnati e i primi due non li ho persi e questo è un vantaggio enorme. Io vengo da una cultura in cui fino agli anni ottanta era considerato normale dare i figli in affiliazione, nel mio paese i figli d’anima tutt’ora viventi sono 34 e io non sono neanche la più giovane. Non è un meccanismo di supporto a situazioni disastrose, la stessa espressione “figlio d’anima” indica un’elezione sentimentale. Io ero amatissima in casa mia, non ero certo una figlia abbandonata, tuttavia ero figlia solo in un modo, mentre avrei potuto esserlo anche in altri a cui non sempre i genitori sono in grado di offrire spazio. La famiglia che mi accolse era in grado di vedere in me tutte le figlie che io non potevo essere nella prima famiglia. Do atto all’intelligenza di mio padre e mia madre per essere stati capaci di creare questo spazio nel loro ruolo e permettere a me di poter esser più di quello che loro riuscivano a immaginare. Se sono diventata una scrittrice lo devo sicuramente a quello spazio.

Il divario fra le generazioni si sta facendo sempre più ampio. Pensi che questa distanza sia insanabile?
Io vengo da un mondo in cui l’intergenerazionalità era ancora una prassi. Non so quando abbiamo cominciato a fare tavoli separati per i bambini alle cene di famiglia, o quando la televisione ha iniziato a trasmettere programmi diversi divisi per fasce d’età. Però questa cosa contribuisce ad alimentare l’idea che le differenze d’età siano mutismi bilaterali, per cui finché si sta dentro quella fascia d’età non si parla con le altre. Se un diciassettenne frequentasse amici che hanno vent’anni più di lui qualcuno gliene chiederebbe conto, perché c’è tutto un sottotesto sessuale che sporca di malizia questo rapporto. In realtà in tutte le culture rurali, che sono i tre quarti da cui viene la provincia italiana, questa distinzione tra fasce d’età non c’era. Scrivere storie in cui gli adulti, i vecchi e i giovani si parlano è una sfida al tentativo di volerci tutti muti gli uni con gli altri, solamente perché siamo nati prima o dopo.

Tu sei molto impegnata nelle battaglie pubbliche per il riconoscimento dei diritti, specie riguardo alla questione femminile e agli stereotipi di genere. Come stanno cambiando le cose su questi fronti?
Conquiste ne sono state fatte ma le resistenze son sempre ben organizzate, nel senso che l’onda reazionaria non cessa mai e credo che abbiamo addirittura fatto qualche passo indietro rispetto a ciò che era stato raggiunto negli anni settanta. Questa nostra generazione non solo non deve abbassare la resistenza ma deve essere più brava delle femministe che ci hanno preceduto, le quali spesso il testimone invece di passarlo se lo sono tenuto. Dev’essere per noi un imperativo quello di trovare diciottenni e ventenni che vogliano affiancarsi a noi. Io vado nelle scuole a fare praticamente solo questo: progetti di decostruzione degli stereotipi di genere. Quando entro nei licei mi rendo conto che sono arrivata già troppo tardi, nel senso che bisognerebbe entrare alle medie, alle elementari. Ma naturalmente non ti fanno entrare le sentinelle in piedi o i sindaci che vorrebbero decidere cosa si può leggere e cosa no. Nonostante ciò è una cosa da fare, una di quelle cose che – per militanza – non è possibile evadere. Anche a me piacerebbe vivere in un mondo in cui non dovermi costantemente ricordare che in quanto donna sono persona. Il gioco è violento in molti modi e, soprattutto, è invisibile in molti modi, è una di quelle violenze sottotraccia che agiscono nelle statistiche, ma le statistiche non commuovono nessuno. Il maschilismo, che appartiene agli uomini quanto alle donne, è un pensiero sottotraccia, è un pregiudizio, e come tale chi lo vive lo percepisce come un sentire auto performativo. Non c’è bisogno di razionalizzare “sono maschilista”, non lo sono affatto, ti dirà il più maschilista di tutti.

Sei indiscutibilmente una delle intellettuali di punta di questa Italia contemporanea, quanto ti costa uscire dai confini rassicuranti della letteratura e occupare gli spazi del dibattito pubblico?
Il mio impegno è sorto precocemente dalla mia necessità. Dopo una vita da precaria esordisco scrivendo un blog sulla condizione dei precari, quindi il mio primo atto di scrittura è un atto politico, un atto di denuncia di una situazione di svantaggio. Io ho iniziato a scrivere per difendermi. Pubblicare vuol dire occupare uno spazio pubblico, ma devi continuamente chiederti se lo spazio che stai occupando è occupato nel miglior modo possibile. Nel momento in cui una telecamera e un microfono sono puntati su di me, qualcuno sta rimanendo zitto perché io possa parlare, per cui quello spazio lì deve essere considerato come spazio di responsabilità. D’altro canto c’è da dire che avere una telecamera puntata e un microfono in mano è anche un atto di vanità che ti solletica continuamente. Dunque questo spazio pubblico di cui io vivo e vivono i miei libri è sempre ambivalente. Scrivo i miei libri per avere lo spazio per dire le cose che per me sono importanti ma le cose che i libri dicono generano visibilità anche per il mio mestiere. È un grandissimo conflitto d’interessi, perché significa ogni volta domandarti: è opportuno, per tutto quello che sono e che faccio, che questa cosa io la dica? In alcuni momenti non sarebbe stato opportuno ma l’ho fatto lo stesso; in altri momenti probabilmente sarebbe stato opportuno che lo facessi e non l’ho fatto. Non per pusillanimità ma perché l’esposizione richiede un prezzo altissimo. Molti ti ammirano perché dici le cose che vorrebbero dire, ma “ammirare” vuol dire essere presi di mira. Non sempre è una cosa facile da sostenere.


I LIBRI DI MICHELA MURGIA


 

 

 

 
 
 
 
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