Intervista a Michele Mozzati

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Tra i saluti agli amici e la presentazione istituzionale del suo ultimo libro incontriamo Michele Mozzati; ci accomodiamo nella platea ancora semivuota e dalle luci soffuse per scambiare due battute con uno degli esponenti della satira e del comico italiani, che scioglie subito una inaspettata timidezza in una gentilezza confidenziale. Quello che doveva essere qualche minuto rubato diventano due (tre, quattro) chiacchere tra spassoso sarcasmo e una profondità a tratti vertiginosa.




Ti conosciamo molto bene come il Michele del sodalizio con Gino, ma sappiamo poco di te nella veste di Michele Mozzati. Che scrittore sei, da solo?
Sono uno che è stato ed è da 40 anni in coppia con il suo socio, con il quale condivide un sacco di cose, legate al comico e alla satira soprattutto; insieme possediamo quel tipo di identità lì, ma ci sono altri interessi, particolari, che ciascuno coltiva privatamente. Nella scrittura di racconti dò sfogo alla mia passione per la letteratura, parlo di me, dando via libera a quella parte prolissa della mia personalità che di solito argino.

Per la tua prima opera da unico deus ex machina hai scelto il racconto, come mai questa scelta per Luce con muri?
La risposta potrebbe essere lunga e articolata, ma cerco di ridurla ad un paio di concetti. Uno è legato ad un fattore sociale. Il tipo di lettura adatto ai nostri ritmi ‒ il tempo della metropolitana, per intenderci, che possono essere dieci minuti o mezz’ora quando ti è andata proprio male ‒ è necessariamente un modello frammentato, in pillole. Da incastonare nella giornata. Chiaramente anche il mercato si muove di conseguenza, credere ed investire nel romanzo diventa sempre più una rarità. E questo che si parli di editori tanto quanto di scrittori. Se il tempo del racconto è quello rubato plurime volte ad una giornata, quello del romanzo è centellinato: la sera, l’estate. I lettori forti sono, stime alla mano, davvero pochi in Italia, questo riduce ancora di più il già risicato tempo del romanzo. Non è una questione di pregevolezza. Si può sicuramente produrre dell’ottimo materiale per tempi concisi. Che comunque non assopisca, ma stimoli. L’altro motivo è legato ad una predisposizione personale, i racconti sono dei sali scendi emozionali continui, e mi entusiasmano da morire; mettiamola così, una raccolta di racconti è una serie di orgasmi, ti dici: ok, forse l’amore è un'altra cosa.. ma quanto ci stanno bene anche questi nella vita!

Ti relazioni spesso con le immagini nella tua professione, immagini in movimento, che hanno a che fare con i media. Non è così per la pittura, che rimane, senza spiegarsi oltre rispetto a quello che vediamo (un po’come le pagine della letteratura). Questo “dialogo” con Edward Hopper lascia intravedere un tuo rapporto molto personale con l’Arte, è così?
Adoro Hopper, cerco appena posso di andare a vedere più opere possibile dal vivo e spesso lo faccio, in Italia e nelle varie mostre che ci sono in giro per l’Europa e negli Stati Uniti. Mi piace così tanto che ogni volta che guardo un suo quadro mi lascio tirar dentro, non penso come è stato fatto, al tipo di scuola.. ma penso al tipo di emozioni che mi sta dando in quel momento. Questo è quel che mi prende di più nell’Arte.

La citazione con cui apri Luce con muri è di Hopper in persona, ed è una citazione sulla scrittura. Sulla incapacità di scrivere, per la precisione. Strana scelta per dare inizio proprio ad un libro. Cosa stai cercando di dirci (o di non dirci)?
La citazione per esteso è: «Se sapessi esprimerlo con le parole non ci sarebbe più nessuna ragione di dipingerlo». Partiamo dal presupposto che c’è un pittore della caratura di Hopper che dichiara un’incapacità per sottolineare, quasi per giustificare, la metodologia che si sta accingendo ad usare per esprimere le proprie sensazioni. Eppure egli può solo immaginare quello che lo spettatore vedrà nei dipinti. Il prodotto della sua creatività non è necessariamente quello che lui credeva, chi definisce veramente la risultante del suo lavoro non può essere che colui che interpreta il lavoro finito. Il passaggio è doppio. Lui voleva scrivere, ma dipinge perché non sa scrivere (dice), io scrivo portando fuori non quello che lui voleva dire, ma quello che io immagino vedendo la sua opera.

Non hai paura di frasi brevi e definitive. Molte descrizioni non durano più di un rigo. Quanto è per amore di narrazione, quanto perché effettivamente bastano poche parole, se sapute assemblare, per evocare e descrivere l’universo?
Il fatto che mi si riconosca nel mio lavoro, in questo specifico lavoro in solitaria specialmente, l’esaustività della brevità lo prendo come un grande complimento. Lo è per me che sono convinto invece di essere, al contrario, piuttosto prolisso. È un mio limite, penso a volte anche un pregio (forse un pregio), mi dilungo nel descrivere accuratamente le cose, questo perché mi diverte. La lapidarietà che comunque è venuta fuori in questo caso, che si è fatta frase decisiva, unica, seccata lì, è frutto di sicuro di alcune letture, e anche, devo riconoscerlo, del fatto che Gino mi ha insegnato a essere molto stringato in certi casi, molto asciutto. È un esercizio a togliere difficilissimo. Il rischio è quello di essere poco esaustivo. Ma quando ci si riesce la potenza del concetto diventa assoluta.

Dici che il tuo modo di scrivere è frutto di alcune letture, vuoi condividerne qualcuna?
Sono molto affezionato al noir classico, agli autori che l’hanno inventato, quindi sono disamorato di tutta quella branca della letteratura contemporanea che ha manipolato il genere con derive truculente; le cose fatte per stupirti ogni tre pagine, a volte ogni tre righe non mi tirano dentro, ma ne rispetto l’esistenza, credo che tutte le letterature che portano la gente nelle librerie sono importanti. Personalmente mi dedico alle cose lente. Snocciolare titoli finisce sempre per sembrare un po’banale, ma ho amato molto Stoner di John E. Williams, la magia di riuscire a raccontare tutto senza una trama effettiva, l’anti letteratura dei colpi di scena. La vita più grigia e più inutile, all’apparenza, eppure con una forza strepitosa. Amo quei libri che arrivano con calma, che si prendono il tempo di entrare sotto pelle nel panorama letterario, che vengono riconosciuti come grandi libri, ma solo dopo.

La leggerezza delle grandi verità la conosciamo nella tua scrittura precedente, è invece una certa nostalgia, molta dolcezza espressa senza filtri, che avevi tenuto un po’ fuori dagli scritti a quattro mani. Quanto hai investito di te in queste pagine?
Nei miei pensieri c’è questo libro, Eureka Street di Robert McLiam Wilson, secondo me uno dei più bei libri mai scritti nel Novecento, che incomincia con la frase: «Tutte le storie sono storie d’amore» (punto). Una frase. Poi salta una riga, e solo allora incomincia una serie di racconti generazionali, dell’Irlanda, della guerra civile, casini pazzeschi ecc. Ma con quella premessa lì, così semplice e così forte, ti rendi conto che tutto quello che viene dopo prende un respiro, un ventaglio di luce ‒ a proposito di Luce con muri! ‒ che è straordinario. Tutto entra in un’unica prospettiva. Si riduce a questo, tutto quello che leggiamo (tutto quello che facciamo) è una storia d’amore. Negli occhi c’è questo quadro, Freght car in Truno (1931), di Hopper, non c’è niente di più solitario, triste, disarmante, che decidere di fare un quadro in cui si vede soltanto un binario morto, storto anche, con un treno merci, un solo vagone, non una finestra. È lo specchio di uno dei miei racconti. L’incipit è: «I vecchi come occupazione principale cercano di non morire», che poi sarebbe il mio: «Tutte le storie sono storie d’amore», e magicamente quello che ne segue, le donne della vita di quest’uomo, le mie, diventano più importanti, ma anche più semplici; perché è questo che conta, si arriva ad un punto della vita in cui si cerca di morire il più tardi possibile. È questo che conta, respirare quest’aria.

È per questo che si scrive, per dare ancora una spinta più in là alla propria vita? Tu che vivi di parole, credi comunque che la scrittura appartenga al campo delle urgenze più che a quello delle competenze?
È vero quello che si dice, che tutti hanno un libro nel cassetto, nel cassetto della propria testa eventualmente, non è un luogo comune secondo me, ognuno ce l’ha, che finisca per scriverlo o meno; questo è il segno che comunque c’è un desiderio di usare anche questo mezzo di comunicazione. Non è vero che si scrive per sé stessi, si scrive per liberare una pulsione sì, ma per comunicarla, forse pure per mettere ordine nella propria vita. Si scrive per la memoria. Si scrive certo per puro piacere di farlo, ma anche per sentirsi dire da qualcuno che si è scritto bene, anche solo per rileggersi da sé e dire.. cazzo questa roba qui è importante. Però alla base di tutto c’è il desiderio di buttare fuori, poi è vero anche che c’è gente che parla molto meglio di come scrive, e gente che scrive meglio di come parla. Io credo di essere del secondo tipo. Nel parlare mi sbrodolo molto. Conosco diverse persone invece che avrebbero voluto scrivere, ma sanno di non esserne in grado. Qualcuno dei miei personaggi per esempio lo ammette.

Cosa pensi della rotta intrapresa, ormai da un po’, di blog e siti vari che ci eleggono tutti potenziali professionisti della parola, o almeno diaristi con lettori?
A me non fa una paura terribile, perché il progresso ci porta ad utilizzare tecniche di comunicazione via via differenti, si pensi alla mia generazione, siamo passati attraverso mille modi di comunicare e si è sempre riusciti in qualche modo ad adeguarsi. Quello che mi fa più interrogare è se riusciremo a trasmettere, a non lasciarci alle spalle, le radici. Quando non tramandiamo le radici, del mezzo e nostre, forse l’sms, piuttosto che il blog o il social, allora sì, diventano un modo di comunicare un po’ troppo riduttivo. Nel nostro percorso di creazione della Smemoranda, ad esempio, ci è stato detto centinaia di volte che l’agenda di carta era ormai fuori delle possibilità di mercato, così non è stato. Non si è fatta la guerra ai computer, ma si è cercato di coniugare l’incedere tecnologico e quindi la praticità con il piacere, in quel caso anche tattile, fisico, che è generato dall’oggetto. Probabilmente si tratta di cercare un equilibrio tra radici e progresso.

E ora? Che Michele Mozzati ci aspetta dopo questa escursione in solitaria?
Ovviamente ora partirà tutta la serie di racconti hopperiani, ci sarà il secondo.. il terzo, il quarto. Scherzo! Oppure no.

I LIBRI DI MICHELE MOZZATI


 

 

 

 
 
 
 
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