Intervista a Michele Vaccari

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Raggiungo Michele Vaccari per email e dopo aver letto il suo ultimo romanzo, un’opera intensa e profonda che offre un viscerale sguardo sulle relazioni umane e che mi ha molto incuriosito. La scrittura di Michele è precisa e tagliente, sa scolpire immagini e sentimenti con maestria. Questa abilità nel padroneggiare le parole mi ha catturato e incuriosito. Ecco cosa mi ha raccontato l’autore.




Ti occupi di editoria e comunicazione dal 1999, svolgendo anche il ruolo di direttore editoriale in varie case editrici e di collaboratore con diverse agenzie letterarie. Cosa significa operare dall’altra parte, da quella degli addetti ai lavori, di coloro che leggono, selezionano nuove voci e autori e tengono, spesso, il loro destino nelle proprie mani?
Significa responsabilità, prima di tutto. Cerco, per ciò che mi è possibile, di non illudere nessuno. Evito, infatti, di aprire canali di ricezione diretti ma tendo a cercare io, a informarmi, seguire le riviste, le nuove uscite, mantenere un certo contatto con realtà ancora vergini e contattare io le persone, solo quando, però, sono certo che il progetto che sto gestendo mi ha già fornito garanzie. Nel mio lavoro pretendo dagli editori molti presupposti, altrimenti non inizio neanche a immaginare qualcosa. Non ho mai scritto mail finendo con frasi tipo “Non abbiamo soldi”, “Per questo progetto, purtroppo, come capirai”. Lo fa chiunque, ma trovo perlomeno ipocrita, laddove non disonesto, che si richiami a un senso di solidarietà generale quando chi ti contatta non sottolinea la stessa cosa “Sai, anch’io lo sto facendo gratis”. E se non lo fa, la risposta è semplice: colui che ti contatta di solito riceve uno stipendio o lavora per un’azienda che dalla tua attività ricaverà un profitto e semplicemente sta assecondando delle politiche di sfruttamento che pubblicamente condanna ma di cui nel privato si rende complice.

Ma tu credi al destino di un autore o credi che tutto si basi sul talento e sul duro lavoro?
Il destino di un autore? Non ho capito la domanda. Il fato riguarda i personaggi, il resto è fortuna, talento e duro lavoro. In dosi abbastanza paritarie.

Che consigli daresti a un aspirante scrittore? Come migliorarsi nella scrittura e come presentarsi a un editore?
Leggere, studiare il mercato, imparare a memoria il catalogo in cui ritieni proporti, essere disciplinati, come, peraltro, impone qualsiasi forma di agonismo. L’umiltà, per me, è un fatto secondario, un retaggio cattolico che ci portiamo addosso come un tumore alla pelle. Ci vuole educazione verso chi lavora nel settore da più tempo di te e rispetto per le competenze che si mettono al tuo servizio. Questo atteggiamento può conciliarsi con un’indisponibilità etica a piegarsi a idee demenziali di millantata commercialità che, nel profondo, sono scuse per nascondere una certa pigrizia editoriale a proporre idee rischiose. Ma ritenersi rifiutati perché troppo avanti è una stronzata allo stesso modo. Bisogna rendersi conto del proprio livello e per farlo bisogna leggere tutta la narrativa italiana contemporanea. Diventare, cioè, consapevole del mondo in cui vuoi ritrovarti a vivere. Se non lo fai, non vuoi stare in questo gioco. Ti interessa solo mettere scrittore sul tuo profilo social, non ti frega nulla che le tue opere diventino immortali. E per me quindi puoi anche stare a casa giocare a backgammon invece che mandare in giro i tuoi manoscritti secondari. Allo stesso modo, conoscere ciò che già esiste non vuol dire scrivere qualcosa che assomigli a. Esattamente il contrario. Conoscere ciò che c’è ti aiuta a ragionare in termini di ciò che manca, a livello di trama quanto, soprattutto, in termini di voce.

Quali sono secondo te i punti forti di un romanzo e quali i punti deboli?
La voce dell’autore, la mancanza di una voce.

È importante oggi, secondo te, la mediazione di un agente letterario?
Dipende da ciò che cerchi e dal livello cui aspiri arrivare. È indice di professionalità, raggiunto un certo livello di competenza e di consapevolezza, pensare a un agente. Ma non come colui che ti trova l’editore, ma come il professionista che ti aiuta a trasformare questo hobby in un mestiere.

Qual è il tuo approccio alla scrittura e cos’è per te la scrittura?
Il mio approccio alla scrittura è istinto e disciplina. Studio molto, rifletto e mastico le idee di continuo. Per me la scrittura è un insulto alla morte. Mi permette di darmi un senso, e di esprimermi, tirando fuori cose di me che altrimenti sarei impossibilitato a raccontare. È l’unica possibilità che ho di comunicare agli altri e a me stesso chi sono. Penso, infine, che la scrittura sia un modo per creare una comunità. Non credo nello scrittore profeta né nell’autore amico delle vecchie delle biblioteche, l’autore simpatico, l’autore con cui fare le foto, l’autore che mi mette in pace col mondo. Credo che chi scrive davvero sia colui che abbia la voglia di fare il lavoro sporco con quel lato oscuro che ognuno di noi ha e che ci hanno illuso di poter curare, sconfiggere, o lasciare sopito. Lo scrittore risveglia il male e ci permette di avere un faccia a faccia con lui. Quando questo accade, quando anche odiamo uno scrittore per il fastidio che ci ha provocato, dobbiamo ringraziare quello scrittore perché ha affrontato ciò che noi temiamo di più, chi potremmo diventare.

Qual è il tuo romanzo al quale sei più affezionato e perché?
Non sono affezionato ai miei romanzi. È un sentimento che lascio ai lettori e credo sia anche un concetto un po’ morboso, come quando si parla del romanzo come un proprio figlio. Non ho così tanto amore per me stesso da innamorarmi di ciò che creo. Vorrei ma no.

Come ti è nata l’urgenza narrativa de Un marito, il tuo ultimo romanzo edito da Rizzoli?
Per la prima volta, ho avuto il coraggio di raccontare da dove provengo, il mondo che mi ha formato. L’esigenza di raccontare il luogo in cui sono nato si è unita alla volontà di mostrare quel pezzo di umanità abitudinaria, normale, la cosiddetta gente perbene, perché mi sembra un territorio perfetto in cui muovermi per raccontare il lato oscuro del Paese in cui vivo.

I LIBRI DI MICHELE VACCARI



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