Intervista a Mo Daviau

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Per la presentazione del primo romanzo di Mo Daviau pubblicato in Italia (nonché del suo primo romanzo tout court), la scrittrice che vive e lavora a Portland, Oregon e il suo editore hanno scelto una deliziosa libreria del quartiere di Roma in cui abito, Monteverde. “Ah, vabbè: così è troppo facile, però!”, penserete voi. E invece vi assicuro che non mi sarei perso la possibilità di incontrare Mo per niente al mondo, perché è davvero una delle voci più originali della letteratura americana contemporanea, leggere per credere.




La musica è anche una macchina del tempo?
La musica è ovviamente uno stimolo per la memoria, lo diceva anche Joyce quindi direi che possiamo fidarci. Tutti noi abbiamo in testa collegamenti tra brani musicali ‒ anche se non li amiamo particolarmente ‒ e specifici ricordi, il famoso “Cosa facevo in quel preciso momento”. Il primo anno di college, l’incontro con una determinata persona. In questo senso di per sé è una macchina del tempo, è vero.

Com'è questa storia che hai fatto la DJ al college?
I college e le università statunitensi hanno sempre una radio, che teoricamente dovrebbe essere uno strumento per acquisire competenze tecniche, ma in realtà è solo un modo per sentirsi cool. E io ci ho lavorato, perché infatti ero cool! Quello del romanzo è un piccolo tributo alla me stessa di vent’anni fa, quando ero una piccola DJ snob che alla radio metteva solo musica indie, in particolare Elliott Smith, per il quale ho una vera e propria venerazione, un musicista che non aveva paura di mostrare la propria vulnerabilità.

Oltre al discorso della musica indie, è proprio il tuo stile di scrittura ad essere indie. Il che rende Aspettare valeva la pena un romanzo assolutamente unico tra quelli che parlano di viaggi nel tempo. È un genere che ti piace leggere, ti interessa? Oppure in qualche modo volevi farne una sorta di satira?
No, nessuna satira: in realtà mi piace la fantascienza. Ma devo dire che questo romanzo è stato molto criticato dai fan duri e puri della science-fiction, perché non hanno apprezzato che non spiegassi nei particolari il meccanismo attraverso il quale i protagonisti viaggiano nel tempo, sono rimasta troppo nel vago e questo non è accettabile per loro, a quanto pare. Sono fatti così...

Ho letto che questo romanzo è nato in una notte di disperazione: è anche questa una storia disperata o invece è un modo di reagire?
Sì, è vero, è nato così. Ma c'è uno sguardo positivo. Succedono dei disastri, ma in fondo racconto un’utopia. Anche se le utopie non sono sempre splendide come l’Italia, possono anche essere piene di cose spiacevoli. Ma ti danno la speranza, la forza di rialzarti, di andare avanti, di sognare.

E il prossimo libro di Mo Daviau?
Sto lavorando al mio terzo romanzo, il secondo è stato rifiutato da parecchie case editrici e l’ho dovuto rimettere nel cassetto. L’idea su cui si basa è che il fantasma della poetessa Sylvia Plath ritorni dopo trent’anni al college dove ha studiato possedendo il corpo di una studentessa per compiere la sua vendetta. È una storia dark, ma anche divertente.

I LIBRI DI MO DAVIAU



 

 

 

 
 
 
 
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