Intervista a Nam Le

Nam Le
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Personaggio affascinante e non poco. Leggo la sua biografia e non riesco a credere a quello che è riuscito ad ottenere: da profugo con la sua famiglia in fuga dai vietcong ha viaggiato in tutto il mondo, si è laureato in Legge, è entrato in uno studio famoso per poi lasciarlo (!!) e decidere di diventare scrittore, ha esordito con un libro di racconti e per di più ha subito avuto successo… In Italia forse - ma togliamo anche il forse - non sarebbe potuto succedere.
Nel tuo libro I fuggitivi è presente in ogni racconto il rapporto genitori-figli: perché?
Penso che rispetto alle cose che amiamo abbiamo sempre un atteggiamento contraddittorio, è un aspetto universale rispetto ai genitori: è ovvio che siamo legati a loro, ma fin dall’inizio cerchiamo di svincolarci dalla loro influenza. Sulle nostre origini non abbiamo nessuna scelta, così come sulla lingua e sul colore della nostra pelle, e spesso ci attacchiamo con forza alle nostre origini, ne siamo gelosi, ma assieme a questa forza di attrazione ne avvertiamo una di repulsione fortissima. Una contraddizione irrisolvibile, e per questo estremamente affascinante.


Sei nato in un paese, cresciuto in un altro e vivi in un terzo paese ancora: quale consideri casa tua?
La questione della casa è complicata, a volte dico che la casa è il posto dove sta il cuore, e il mio cuore è promiscuo: sono nato in Vietnam, cresciuto in Australia e vivo negli Stati Uniti, il rapporto con questi luoghi evolve e cambia ogni volta.


Quale il filo conduttore per questi racconti?
Se c’è una poetica all’interno del libro potrei dire che è raccontare una cosa e il suo esatto contrario. Sul tavolo ho messo tutto, ogni mia insoddisfazione; penso che l’idea di base a cui ogni scrittore aderirebbe è che ognuno dovrebbe essere giudicato sulla base di quello che sta sulla pagina, ma naturalmente il fatto di leggere chiama in causa molti elementi. Credo che sia importante tenere in considerazione questo processo in modo non commerciale.


La guerra porta agli estremi, sembrano ricordarci i tuoi personaggi e le loro storie...
Ogni impulso, ogni sentimento nella guerra dei quali siamo capaci vengono portati all’estremo, esasperati e quindi si manifestano grandi atti di coraggio e di vigliaccheria. Ci sono linee di azione che sono opposte, ma entrambe giustificabili. Io preferisco leggere gli scrittori che esplorano il bene contro il bene o il male contro il male. È una cosa molto complicata, la mia famiglia è stata perseguitata dai Vietcong ed ha combattuto contro di loro. Condivido le critiche all’intervento americano in Vietnam, per carità, ma molti dei motivi di questo intervento erano nobili. Nello stesso tempo i soldati americani sono stati capaci di massacri come quello di My Lai, così come i vietcong durante la loro nobile opera di riunificazione anche loro hanno compiuto atti terribili.


Quali sono i tuoi scrittori di riferimento, visto che nella tua scrittura ci sono echi di Faulkner e Roth?
Sono cresciuto scrivendo e leggendo poesia, e quindi molta della mia esperienza è influenzata da Rilke, Shakespeare, Wallace Stevens. Ho persino convinto il mio relatore ad accettare la mia tesi in Legge in tetrametri giambici sul modello della New Year Letter di Wystan H. Auden!

I libri di Nam Le

 

 

 
 
 
 
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