Intervista a Naomi Klein

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La profetessa canadese della filosofia no-logo è una bellissima signora di circa quarant’anni. Scrive sul “Guardian”, su “The Nation”, “New York Times”, “Village Voice”, “l’Espresso”, “Los Angeles Times”, “Washington Post” e compagnia bella, ma non è tipo che si dà arie. Vibra di passione per ciò che dice, ma accompagna i suoi discorsi con un sorriso. Mica è colpa mia se durante l’intervista mi distraggo guardando quel sorriso, dai.




Come nasce Shock Economy e l’ipotesi della Shock Doctrine che ne è alla base?

Il libro è nato in Argentina, dove mi sono recata nel 2002 per girare Shock Doctrine, il cortometraggio che ho scritto assieme ad Alfonso Cuarón e che è stato diretto da suo figlio Jonás Cuarón, che quest’anno è stato proiettato al festival di Venezia - la prima volta per un documentario del genere - ma è disponibile al download gratuito su internet all’indirizzo www.shockdoctrine.com. Non si tratta certo di uno strumento di promozione del libro, ma di un messaggio a sé. Come il libro, nasce dalla mia esperienza di militanza e vicinanza con i gruppi anti-neoliberisti del mondo. L’intero Sudamerica in quel periodo era in rivolta contro ‘el modelo’, una strategia economica basata sulla deregulation, sulle privatizzazioni e sulle liberalizzazioni. Capitoli importanti di questa rivolta erano stati l’elezione di Lula in Brasile, la lotta per l’acqua in Bolivia: mi sembrava ci fosse un parallelismo tra quelle situazioni e l’Iraq, e cioè una ‘terapia shock’, imposta ora dalla politica economica ora dalle armi. Anzi, a dire il vero in Iraq abbiamo assistito a un triplice shock: l’attacco militare, la ricostruzione selvaggia che si è abbattuta sul territorio come uno tsunami finanziario e infine l’utilizzo sistematico della tortura. E poi i luoghi dell’uragano Katrina, oppure lo Sri Lanka: ecco, nelle zone colpite dallo tsunami del 2004 abbiamo assistito a una forma particolarmente subdola di terapia shock. Quattro giorni dopo il disastro, con il paese ancora in ginocchio e i cadaveri ancora non sepolti i politici hanno fatto passare una proposta di privatizzazione delle acque senza che le persone potessero essere informate né avere voce in capitolo. Politiche a favore della gente? Mi pare a dir poco un paradosso farle passare per questo: hanno spostato le case dei pescatori verso l’interno per ‘proteggerli’ dalle maree e poi hanno lottizzato le zone lasciate libere per costruirci alberghi di lusso! Alla base del libro c’è l’esigenza di capire il fascino della teoria della Shock Economy, valutare il suo potere seduttivo. Per questo era di fondamentale importanza visitare i luoghi nei quali questi eventi stanno realizzandosi, toccare con mano e non esercitarsi solo sui libri, non trovarsi più - come ormai mi succedeva troppo spesso – in un qualche studio televisivo nel quale questo o quel giornalista finanziario mi spiegava perché ero matta.

 

La tua analisi nasce soprattutto quindi nei Paesi in via di sviluppo. Cosa è successo al movimento no-global nei Paesi industrializzati? È in letargo o cosa?

Il motivo per cui ho iniziato a interessarmi alla shock doctrine, a interrogarmi su come agisce, come fa a farci tornare bambini, è proprio per capire questo. Molti occidentali ormai sono terrorizzati, profilati in ogni particolare, e se sono del ‘colore’ sbagliato, delle idee ‘sbagliate’ si sentono vulnerabili. Abbiamo le risposte, ma manca la fiducia in noi stessi, ci hanno fatto credere che non esistono alternative: nell’emisfero sud del mondo invece la resistenza è ancora forte a questo pensiero unico.

 

Ma gli architetti di questa dottrina chi sono, di preciso?

Quando ho iniziato a scrivere pensavo di dover analizzare un fenomeno nuovo, emerso dopo l’11 settembre, e invece ho scoperto che c’era già molto prima: era nel Cile di Pinochet, nella Cina di Tien-an-men, nella Russia di Eltsin. Crediamo di sapere cosa è successo esattamente in questi luoghi e in questi momenti, ma non è così. Le radici di tutto questo sono da cercare nell’opera e nel pensiero di Milton Friedman, guru del liberismo morto nel 2006 a 94 anni. Friedman è stato osannato come il più influente economista del XX secolo, è uno che ha influenzato direttamente o indirettamente presidenti Usa, primi ministri britannici, ministri dell’Europa dell’est, dittatori africani, oligarchi russi, segretari del Partito Comunista cinese, direttori del Fondo Monetario Internazionale, per non parlare degli ultimi tre direttori della Federal Reserve. Il professore di Economia dell’University of Chicago e i suoi discepoli hanno tramato - alla luce del sole e non - per decenni, considerando il mondo una sorta di laboratorio per le loro spregiudicate teorie economico-politiche. In ognuno dei momenti dei quali parlavo prima, c’era dietro Friedman con i suoi ‘Chicago Boys’. Quindi è bastato dare una prospettiva globale a tutti questi singoli ‘esperimenti’ e il quadro generale è emerso in tutto il suo orrore. Di ‘dottor shock’ poi, se così vogliamo chiamarli, se ne trovano in tutte le categorie professionali: sono coloro che sono sedotti dall’idea di ‘resettare’, riprogrammare le situazioni politiche per poi ricostruirle seguendo modelli disinvolti e spregiudicati. Mao Tse Tung diceva: “Vorrei cancellare le persone e ridipingerle”: un sogno pericoloso e che a lungo termine non funziona, perché le persone non si fanno manipolare così e perché lo shock è per definizione uno stato temporaneo.

 

Esiste un antidoto a questa... voglia di resettarci tutti?

Cercano di resettarci perché hanno paura della memoria. L’antidoto è la conoscenza collettiva, è la cultura, è l’informazione. Non a caso a chi faceva riferimento a corsi e ricorsi storici dopo l’11 settembre, il presidente George W. Bush ha sempre risposto “Basta rivangare il passato, questo è l’anno zero, approfondire tutte queste questioni è perdere tempo, è quasi simpatizzare con il nemico”. Parlare di queste cose è pesante forse, ma è importante. Perché altrimenti non riusciremo mai ad accusare gli architetti di questa strategia criminale, e così ancora e ancora la riproporranno, impuniti. Ora guardano all’Iran...

I LIBRI DI NAOMI KLEIN


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