Intervista a Neil Gaiman

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Tra le suggestive stradine di Mantova me ne vado sconsolata: l’incontro con Neil Gaiman è sold out, pazienza… la cosa difficile sarà solo spiegarlo al direttore! Me ne sto lì a mangiare un gelato tanto per sbollire la delusione quando all’improvviso me lo vedo apparire di fronte, seguito passo passo da un cameraman della tv. È proprio Neil Gaiman, il leggendario sceneggiatore di fumetti, il romanziere: la collega giornalista ha qualche problema a far funzionare il microfono… ma il mio funziona benissimo! Sfoderando un sorriso alla cioccolata mi faccio sotto: Neil non può che rispondermi divertito.




Cosa intende Neil Gaiman per letteratura fantastica?
Dalla mia prospettiva non esiste una vera distinzione tra letteratura e letteratura fantastica, tra letteratura e fantastico. Consideriamo tutte le più grandi opere, da L’ Asino d’oro alla Bibbia, dalla Divina Commedia all’Iliade: tutti sono ricorsi ai temi della magia per non usare delle allegorie. La narrativa mimetica è un fenomeno moderno, come se l’elemento magico non appartenesse alla letteratura. La metafora è una strategia per esprimere qualcosa che in altro modo sarebbe impossibile fare. Prendiamo il mio romanzo American Gods. Quando un europeo va in un altro Paese, ad esempio in Inghiterra o in Canada, porta con sé la propria cultura, conserva il proprio bagaglio. Quando invece si sceglie di vivere negli Usa è come se tutti facessero del loro meglio per abbandonare la loro cultura, rinnegandola, dimenticandola. La figura degli dei abbandonati mi è sembrata un’efficace metafora per raccontare tutte queste cose dimenticate. Sicuramente avrei potuto raccontare la stessa storia attraverso un romanzo realistico, che forse però sarebbe stato molto noioso. La tradizione della narrativa fantastica in lingua inglese ha subito un drastico cambiamento con l’uscita de Il Signore degli Anelli negli anni ’50, perché è stato importante come lo sono le montagne per un paesaggio, è stata una palla da bowling su un lenzuolo bianco. Prima non esisteva un genere fantasy. Solo con Tolkien si è manifestata la necessità di creare un genere, un filone in cui molti autori poi hanno potuto riconoscersi.

Cosa ti aspettavi dalla riduzione cinematografica di Stardust? Deluso o soddisfatto?
Mi aspettavo quello che ogni autore si aspetta sempre di sentir dire in casi di questo genere. Cioè che il film è bello, certo, ma che il libro da cui è stato tratto lo è molto di più. Credo che i libri siano sempre meglio dei film che ne vengono tratti, perché ogni lettore ha un proprio immaginario ed è egli stesso regista del proprio film. In più, tra centocinquanta anni questa stessa storia cinematografica potrà essere riletta in tanti altri modi, se ne potranno dare tante diverse versioni, ma il libro resterà sempre lo stesso anche se verrà reinterpretato, e questo è splendido. All’indomani dell’uscita del film per gli autori spesso è una piccola tragedia, in quanto tutto a un tratto diventiamo più reali, come se prima non fossimo esistiti veramente. La gente all’improvviso ci vede come persone, ci riconosce! E magari prima avevamo venduto due milioni di copie in tutto il mondo. A me piace pensare di essere reale comunque.

Come è andata con Hollywood? Quando hai saputo che erano interessati a Stardust e come?
Sono stato molto fortunato. Nel 1999 erano stati acquistati i diritti dalla Miramax, ma io ho esitato a scrivere la sceneggiatura perché non sapevo chi avrebbe fatto la regia. Una cosa è fare lo Stardust di Quentin Tarantino, un’altra quello di Tim Burton o di Steven Spielberg. Ognuno di loro avrebbe dato una visione propria della mia storia. E ho fatto bene a non scrivere la sceneggiatura, perché poi con la Miramax non ha funzionato e i diritti sono tornati a me. In seguito molti altri registi mi hanno chiesto i diritti, ma ho atteso la persona giusta. Poi l’incontro con Matthew Vaughn che nel frattempo è diventato un regista. Subito dopo il suo primo film avrebbe dovuto fare X-men 3 ma non l’ha fatto e di qui la sua decisione di girare Stardust. Il mio contributo al film è stato quello di individuare una brava sceneggiatrice che insieme al regista ha fatto un ottimo lavoro. Ne è risultato un film veloce e divertente: certo non mi aspettavo che mettessero un vestito da donna a De Niro, ma hanno fatto anche questo, hanno dovuto tagliare molto (pensate che l’audio-libro di Stardust che ho registrato poco tempo fa dura dieci ore), ma sono molto soddisfatto del risultato.

Oggi il cinema attinge molto al mondo dei comics. Perché?
La verità è che Hollywood attinge un po’ ovunque. Negli anni Quaranta e Cinquanta lo faceva dai palcoscenici delle commedie, poi è stata la volta dei romanzi gialli... l'idea è che è più facile e giusto attingere da cose che hanno successo. Oggi, dai fumetti. Non che prima i fumetti avessero meno seguito ‒ al contrario ‒ ma mancava completamente la tecnologia capace di rendere credibili i super-eroi. In tempi non sospetti un mio caro amico, il fumettista Alan Moore, mi disse che prima o poi avrebbero fatto un film anche con i personaggi delle scatole dei cereali ed è stato proprio così. È stato profetico.

Oltre che da fumetto a film, in realtà Stardust ha fatto anche il percorso da fumetto a libro ancora prima. Una storia editoriale complessa, non c'è che dire...
E una storia molto indicativa. Che può essere d’aiuto a capire come sia cambiata la situazione negli anni. Spesso si ritiene, erroneamente, che alcune scelte da parte degli scrittori siano puramente artistiche, mentre sono di natura commerciale o editoriale. Avevo pensato inizialmente per Stardust una versione illustrata con centosettantacinque dipinti a colori, ma gi editori ovviamente rifiutarono. Senza scoraggiarci portammo la prima versione illustrata alla DC Comics ‒ la casa editrice di Superman e Batman, per capirci, e anche del mio Sandman ‒ e da lì nacque la graphic novel. Poi un giorno, su consiglio della mia editor, pubblicammo anche il libro senza illustrazioni, il romanzo. In fondo i diritti sulla storia erano ancora nostri, no?


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