Intervista a Nelson Martinico

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Nelson Martinico e io ci incontriamo in un accogliente bar della capitale in un pomeriggio tutt’altro che mite di fine aprile. Davanti a una cioccolata calda, ben più appropriata al clima rispetto a un gelato o a una bibita fredda, disquisiamo di letteratura e cinema e, in particolare di Sergio Leone, regista scomparso da venticinque anni esatti che, oltre ad essere stato un gigante della cinematografia mondiale è anche un vero e proprio mito dell’autore, tanto da essere stato omaggiato direttamente nelle sue opere. Tra appassionati ricordi, versi in terza rima dantesca e revival western, questo è il resoconto del nostro incontro.




Chi è Nelson Martinico?
Martinico è un cognome  che mi appartiene poiché era il cognome della mia nonna materna. Mi piacque sin da subito perché richiama orizzonti afro-siculo-cubani. Per quanto riguarda il nome inizialmente pensai a Joe, ma Joe Martinico suonava troppo mafioso e allora mio figlio mi suggerì il nome Nelson, un nome che si adatta bene alla dimensione piratesca e canagliesca del Western. L’idea di Nelson Martinico è nata in occasione della redazione delle mie memorie,  in cui l’autore si identificava con il narratore. Inizialmente furono rifiutate dalle case editrici e così decisi di adottare l’escamotage di Italo Svevo ne La coscienza di Zeno scindendo la figura dell’autore dal narratore e facendo quindi raccontare gli avvenimenti a questo cuginastro, Nelson Martinico appunto. Egli perciò, oltre a essere uno pseudonimo è anche un eteronimo, in quanto tecnicamente è un’altra figura.


La scelta di scrivere un sequel del film di Sergio Leone da cosa nasce?
Nasce dalla scena finale del film. Prima c’è il triello, il duello a tre tra il Buono, il Brutto e il Cattivo. Il Cattivo viene ucciso dal Buono, che precedentemente aveva scaricato la pistola del Brutto. Quindi il Buono forse non è il pistolero più veloce dei tre, ma è senz’altro il più astuto. In seguito c’è la scena della falsa impiccagione del Brutto, con il Buono che interviene a salvarlo e infine c’è il Brutto che, lasciato legato nel cimitero di Sad Hill, apostrofa il Buono dicendogli “Sai di chi sei figlio tu? Di una grandissima puuuut…” e la parola finale viene assorbita dalla musica meravigliosa di Morricone. Io sono quarantotto anni che mi domando come abbia fatto il Brutto a liberarsi da quei legacci e a recuperare la sua parte del tesoro. E da qui è nato il romanzo Il buono, il brutto e il figlio del cattivo.


Scrivere un sequel può essere un’ arma a doppio taglio. Del resto spesso si dice che i seguiti siano inferiori all’originale. Sei preoccupato dall’idea che molti,a torto o a ragione, cercheranno di paragonare il tuo libro al film?
Non sono affatto preoccupato perché solitamente da un romanzo nasce un film, io da un film ho fatto nascere un romanzo. Quindi da questo punto di vista non sono preoccupato.


Come sei riuscito a rendere, letterariamente, le atmosfere e le suggestioni tipicamente visive del film di Leone?
Con la scrittura si possono fare delle cose meravigliose. La scrittura deve essere scorrevole, piana, deve saper simulare il parlato con una punta di eleganza, deve sapere essere ironica e se possibile elegiaca. Ha una sua propria musicalità. Mi sono conformato alla colonna sonora di Morricone e qualcuno ha riconosciuto che questa operazione mi è riuscita soprattutto nel momento del duello, quando chiamo in causa il Deguello dei messicani, sulla base del quale Morricone ha scritto sia il finale di Per un pugno di Dollari sia la colonna sonora del triello de Il buono, il brutto e il cattivo. Nella scrittura c’è tanta melodia.

 
Qual è il taglio che hai voluto dare ai personaggi del tuo romanzo? Risulta abbastanza difficile immaginare il Brutto o il Buono vent’anni dopo nuovamente a caccia di avventure...
Vent’anni dopo, à  la Dumas. Sono dei sessantenni  acciaccati ma ancora in gamba. E la loro furbizia si vedrà in vari punti strategici del romanzo. Il Cattivo è morto alla fine del film e nel libro c’è suo figlio, il nuovo pistolero più veloce del West. Egli desidera trovare la tomba del padre e misurarsi con il Buono, il vecchio “campione della Colt”. 


In questi giorni ricorre il venticinquesimo anniversario dalla scomparsa di Sergio Leone. Cosa rappresenta il suo cinema per te?
Leone è un grandissimo narratore epico, dove per epica si intende il ripetersi di gesti fiabeschi e, se vogliamo al di fuori della morale. La sventagliata del pistolero in cui vengono fatti fuori tre, quattro  personaggi, tipica dei film di Leone, era impossibile nella realtà. Leone non amava particolarmente il Western, per lui il Western era un contenitore di epos e di azioni inimmaginabili contenenti gli elementi tipici dell’epica come la violenza e l’astuzia. In Leone c’è anche un altro aspetto, elegiaco, che prevale nella sua “seconda trilogia”.


Il genere spaghetti western, a lungo bistrattato dalla critica ma non dal pubblico, ha subito una netta rivalutazione nel corso degli ultimi tempi, tanto che il famoso regista  Quentin Tarantino ha  girato Django Unchained, una rilettura del classico Django. Da appassionato del genere, ti è piaciuta questa rilettura?
Non mi piace la definizione spaghetti western; io parlerei più correttamente di Western Italiani. Questa definizione sembra quasi sminuire dei capolavori quali sono i film di Leone. L’operazione di Tarantino è apprezzabile in quanto riporta inevitabilmente in auge Leone e tutto quello che rappresenta. Chissà che Tarantino non prenda in esame anche Il buono, il brutto e il figlio del cattivo …


Le superlative musiche di Ennio Morricone giocano senz’altro un ruolo di primo piano nei film di Leone. C’è stata una colonna sonora che ti ha accompagnato nella stesura di questo romanzo?
Sergio Leone riteneva Morricone il miglior sceneggiatore dei suoi film e parte del suo successo è senz’altro dovuta a queste musiche eccezionali. Quando uscì Per un pugno di dollari, nel 1964, avevo diciotto anni e andai a comprare subito il 45 giri della colonna sonora. Poi quando uscì Per qualche dollaro in più ripetei l’operazione. In quella colonna sonora, oltretutto, viene suonato lo scacciapensieri, strumento tipico della mia terra, la Sicilia. Mi sono addirittura sposato con la colonna sonora di C’era una volta il West. La colonna sonora di Giù la testa la ascolto spesso quando mi ritrovo con i miei amici del passato. Ho avuto anche la fortuna di conoscere Edda Dell’Orso, la solista delle musiche di Giù la testa e C’era una volta il West. Tuttora se voglio ascoltare buona musica ascolto il Deborah’s Theme di C’era una volta in America e la rilettura di Amapola eseguita da Morricone e dalla sua orchestra. Quest’ultima rievoca ricordi intimi e personali. Mio padre era un calzolaio e un violinista, in quanto nelle antiche botteghe si imparavano uno strumento e un canto di Dante e dell’Ariosto a memoria. Mi raccontò che fece una serenata a mia madre sul tema di Amapola. Infine preferisco tacere di altre imprese vagamente osè commentate dalle musiche di Ennio Morricone … sì, decisamente Ennio Morricone è la colonna sonora della mia vita.


Oltre ai film western, quali sono le altre passioni di Nelson Martinico?
Nasco come poeta, ho dato alle stampe cinque volumi di poesia e la poesia è senza dubbio la mia passione. Purtroppo questo paese sta vivendo i tempi più antipoetici della sua storia. Potreste considerarmi un folle ma ho superato i diecimila versi in terza rima dantesca, sono l’autore che ne ha scritti di più dopo Dante. In un paese normale questa cosa sarebbe stata riconosciuta almeno sul piano documentale. Qui invece sono stato totalmente ignorato e sono riuscito a pubblicare, per mancanza di fondi, solamente cinquantuno canti.


Quali sono i tuoi miti letterari?
I miei miti in poesia vanno da Alceo, passando per Catullo e Marziale fino a Dante, Foscolo e, tra gli autori più recenti, Cardarelli. Per quanto riguarda la prosa, partendo dal mio romanzo, cito Mark Twain che è un effettivo personaggio dell’opera. Lo amo perché è stato il capostipite di un parlato elegante e ironico tipico della narrativa nordamericana che, per fare un salto pindarico, ha influenzato anche Salinger e Auster. I temi che mi stanno più a cuore sono la vecchiaia incipiente e l’analisi della letteratura e della poesia.


Come sei riuscito a far intrecciare questi temi con le ambientazioni western? 
Innanzitutto tramite alcune ricerche sono riuscito a scoprire che le vicende de Il buono, il brutto e il cattivo avvengono cronologicamente prima rispetto a Per un pugno di dollari. Allora ho fatto in modo che il Buono altri non fosse che Ned Buntline, il bounty killer e scrittore che creò il mito di Buffalo Bill. Il Buono è quindi uno scrittore, anzi lo scrittore più manigoldo e truffaldino del West. Infine faccio incontrare Twain con il Buono alias Buntline, con quest’ultimo che celebra la grandezza di Twain. 


Il tuo romanzo d’esordio, Dovevamo saperlo che l’amore…, ha riscosso un buon successo di critica e di pubblico, portandoti a vincere il premio letterario Torre dell’Orologio.  La tua nuova opera non sembra avere punti di contatto con il tuo esordio letterario. Tuttavia ti chiedo, c’è qualcosa di Dovevamo saperlo che l’amore… in questa tua nuova fatica?
In realtà ci sono molti punti di contatto. C’è una sorta di prolessi nel romanzo precedente. Trattandosi delle mie memorie, parlo del mio amore per Sergio Leone e addirittura mi invento la storia che Nelson Martinico sia stato sparato da Clint Eastwood sul set de Il buono, il brutto e il cattivo. Inoltre ricordo anche il giorno in cui andai a vedere il suddetto film al cinema; ci andai con una ragazza e tra una sparatoria e un duello scoccò anche il colpo di fulmine.


Generalmente la seconda fatica per un autore, regista, musicista, artista in generale è considerata sempre più difficile da realizzare rispetto all’opera prima. Sei d’accordo?
In realtà non si tratta della mia seconda fatica, avendo accumulato nel corso degli anni diverse opere ancora inedite. Di fatto mi sono trovato a sessantasette anni a esordire nella grande editoria, quindi non so dirti quale sia stata davvero la seconda opera. Ho nel cassetto romanzi che risalgono a trenta, quarant’anni fa. Questo è semplicemente il più recente.


Nel corso della tua vita hai insegnato per lungo tempo Latino e Greco. A proposito del discusso caso avvenuto in un noto liceo romano, in cui l’assegnazione a una classe della lettura del libro Sei come sei di Melania Mazzucco, contenente una descrizione esplicita di un rapporto omosessuale, ha suscitato un vespaio di polemiche e condotto anche alla denuncia di due insegnanti, qual è la tua opinione?
La denuncia mi è parsa eccessiva e chiaramente mi distacco da ogni forma di manifestazione estremista volta a stigmatizzare questa lettura. Io difendo la libertà di insegnamento pur sottolineando la superfluità di letture  esibizionistiche ed eccessive. Personalmente non avrei assegnato quel libro. Nel frangente vorrei focalizzare piuttosto l’attenzione sull’opportunità o meno di lettura e di proposta didattica che andrebbe rispettata. Ci tengo a precisare che il mio punto di vista è un punto di vista proveniente da sinistra, ma non da una sinistra radical-chic, quanto di una sinistra di tradizione giellista.

I libri di Nelson Martinico

 

 

 

 
 
 
 
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