Intervista a Nichi Vendola

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La politica ultimamente è una roba di interstizi. È negli interstizi tra un congresso e un seminario, tra una seduta del Parlamento e una riunione di Commissione, tra un’ospitata tv e una dichiarazione alle agenzie che si esprime la vera essenza di un politico, almeno l’unica che pare interessare davvero al pubblico. Messe precipitosamente in soffitta le ideologie, ridotti a un mero rituale i programmi, vissuti come surreali cabaret i comizi elettorali, l’unica cosa vera pare essere rimasta il privato. C’è chi in quegli interstizi ci mette cene con ospiti a pagamento, bunga-bunga e performance canore da balera imposte a commensali costernati, e chi ci mette interviste sulla letteratura e la poesia. Tipo Nichi, che ha chiacchierato con noi di libri tra un impegno e l’altro, con molta disponibilità e - ci pare - con il sincero piacere di riempire i famosi interstizi con qualcosa di buono.




Che la letteratura e la poesia possano essere politica non ci piove. Ma in che modo la politica può essere letteratura o poesia? Meglio: cosa può imparare la politica dalla letteratura e dalla poesia?
La letteratura e la poesia ci restituiscono il significato vero delle parole, ridanno dignità alle parole. E possono essere utili per la ricerca di un nuovo linguaggio della politica, di un nuovo vocabolario in grado di dare forma e sostanza diverse all’attuale modo di fare politica. La letteratura ci ricorda in ogni momento la nostra storia ed è l’unica capace di leggere il futuro prossimo attraverso una lente d’ingrandimento, troppo spesso ignorata, che coincide esattamente con le condizioni reali di vita della gente. Solo grazie all’analisi di emozioni, stati d’animo, difficoltà e ansie si colgono natura e bisogni di una popolazione.

Quali sono gli scrittori più importanti per te e perché?
Ho sempre letto tanto, sin da ragazzino. Mi appassiona la nostra letteratura del Novecento e se devo pensare agli autori che hanno segnato il mio percorso dico: Pier Paolo Pasolini, Marguerite Yourcenar e Federico García Lorca. Pasolini è un personaggio fondamentale nella cultura del nostro Paese, non si può prescindere, ad esempio, dal suo Lettere luterane. In Accattone poi è riuscito a dare dignità alla plebe sottoproletaria delle borgate romane. Il suo mondo è l’estetica della passione, dove l’arte è alla continua ricerca della diversità per esprimerla. Leggere Memorie di Adriano invece serve a comprendere la necessità di conoscere la storia, soprattutto ai nostri giorni. La Yourcenar rimane fedele ai fatti storici dell’epoca di Adriano pur mostrando tutto il caleidoscopio dei sentimenti dell’imperatore, che parla in prima persona. Quella di Adriano è una storia attualissima ancora oggi. E poi ci sono i grandi della poesia d’amore: Prévert, Neruda e appunto García Lorca.

Cosa deve avere un libro – anche esteticamente – per attirare la tua attenzione? Che libri sfogli in libreria?
Il libro deve avere anche un richiamo sensoriale. Deve indurti a sfogliarlo, a passare le dita sulle righe della pagina, a sentire l’inconfondibile odore acre dell’inchiostro, che ti rimanda al mondo narrato e anche a chi l’ha scritto, alle storie che una volta lette fanno parte per sempre della tua vita.

L’Italia sta attraversando una profonda crisi valoriale e culturale, non ci piove: è come se persino l’immaginario collettivo fosse malato. Che ruolo può avere la letteratura nella cura di questa patologia?
Può aiutare a immunizzarsi da questa specie di morbo letale che prende il nome di “berlusconismo”, a non cedere al suo ricatto e a lottare per modificare questa realtà ipocrita. Forse in questi anni l’abbiamo dimenticato ma la cultura, se per alcuni non è da mangiare (e aggiungo, dà troppo da pensare), per altri è fonte continua di riflessione e crescita, individuale e collettiva.

Facciamo un gioco. Berlusconi, Veltroni, D’Alema, Fini, Bossi: se fossero personaggi letterari sarebbero…
- Berlusconi: Dottor Jekyll/Mr. Hyde (Stevenson)
- D’Alema: Richelieu de I tre moschettieri (Dumas)
- Fini: Medardo di Terralba de Il visconte dimezzato (Calvino)
- Bossi: Don Rodrigo de I promessi sposi (Manzoni)
- Veltroni: Lucien Chardon de Le illusioni perdute (Balzac).

In che misura la sinistra è anche un alfabeto, un linguaggio, un vocabolario, una letteratura?
Lo è nella misura in cui riesce a trovare le proprie ragioni che, a mio avviso, si sovrappongono alle proprie radici. Se la sinistra non accetta di confrontarsi con il proprio popolo mettendo completamente a nudo perplessità e debolezze relative al cammino da intraprendere, allora si troverà sempre al cospetto della difficoltà di farsi comprendere. Non bisogna inseguire valori che non ci appartengono e parlare con gli imprenditori da imprenditori, con i lavoratori da lavoratori, come se si fosse perennemente condizionati dalla sindrome di Zelig. La sinistra è letteratura se riesce a ricordare il proprio luogo di provenienza e ritrova una caratteristica fondamentale come la coerenza con se stessa.

In un passo di un tuo comizio che mi ha molto colpito tu parli della necessità di “sconfiggere la rabbia”. Qual è il senso di questo auspicio?
La rabbia è accecante e non ti fa distinguere il vero dal falso, il bene dal male, il bianco dal nero. Soprattutto è capace di annientare un po’ alla volta la natura stessa dell’essere umano, la parte reattiva, combattente e votata alla ricerca di ogni mezzo utile alla sopravvivenza. Essere sopraffatti dalla rabbia significa morire lentamente. Il rischio è di non partecipare così alla vita sociale. È come un’autocensura che lascia agli altri la responsabilità di decidere per te.


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