Intervista a Nicola Zamperini

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Abita la Rete per lavoro, passione e necessità, riuscendo a mantenere uno sguardo critico e un comportamento etico. La sensibilità per la storia e la cultura, poi, certamente arricchiscono il suo vivere gli spazi del web e dei social network. Giornalista, con un passato nelle news televisive, è consulente di strategie digitali per aziende e istituzioni. Se nel 1999 aveva fondato uno dei primi blog italiani, “GiallodiVino”, che mescolava trame noir ed enologia - di recente sta sperimentando il mezzo dei podcast: è co-curatore di una trasmissione sulle culture digitali, “Disobbedienze”. Questa chiacchierata si è svolta su Skype, al tempo dell’isolamento da COVID-19, eppure l’attenta e vivace disponibilità di Nicola Zamperini per un’oretta mi ha teletrasportata in un salotto zeppo di libri ben selezionati e in attesa di una buona bottiglia da condividere.




In quale reparto di una libreria collocheresti il tuo Manuale di disobbedienza digitale?
In un reparto che non esiste: cultura, o culture, digitali. Libri che raccontano quel che c’è nella testa di chi lavora nel digitale, le origini culturali dei social network, dello spazio che abitiamo per un’ampia parte della nostra giornata. Internet e il web, infatti, non sono mezzi di comunicazione: sono dei luoghi. Dai tempi di William Gibson con il suo cyberspazio abitiamo un’ulteriore dimensione spaziale, dove oggi intrecciamo relazioni, cerchiano lavoro, scambiamo denaro e dove si combattono guerre, si commettono reati, si fa politica. È uno spazio che attraversiamo continuativamente nell’arco della giornata, in una compresenza fra spazio fisico e digitale: il virtuale non esiste.

Quali sono i difetti, o gli inconvenienti, più gravi di questo spazio e cosa possiamo fare per migliorarlo? Nel mondo fisico, reale, se ci fosse un guasto, lo ripareremmo, cambieremmo la lampadina fulminata…
Lo spazio digitale nasceva ingenuo e con orizzonti di libertà. Internet nasceva come mezzo per lo scambio di informazioni tra scienziati, dati su esperimenti, ricerche, senza alcuna intenzione commerciale o di potere, tanto meno di sfruttamento e di mistificazione. Con l’andare del tempo, qualcuno si è appropriato di questo spazio, lo ha colonizzato consapevolmente e in maniera ferrea, imponendo una dittatura dei dati, degli algoritmi e ha trasformato le grandi aziende tecnologiche in un sinonimo di questo spazio stesso. Oggi, per miliardi di persone, Google e Facebook sono sinonimi del web. Questo è quello che non va nel mondo digitale. Il problema non è curare lo spazio, ma mostrarsi critici rispetto a quelle poche aziende - sono cinque o sei - che lo hanno monopolizzato, trasformandolo in spazio commerciale che rapina e vende i nostri dati.

Manipolandoli, anche. Pensiamo alla grande mole di fake news prodotta negli ultimi anni e agli scandali politici come Cambridge Analytica, società privata che ha pesantemente influenzato le elezioni presidenziali negli Stati Uniti e il referendum sulla Brexit. No?
Esattamente, le techno-corporation attuano una spinta continua alla manipolazione. Tuttavia, senza il web, tante situazioni sarebbero peggiori. Pensiamo a ciò che sta avvenendo in queste settimane nelle quali vogliamo capire cosa ci succede durante la pandemia del virus COVID-19 e vogliamo restare in contatto, andare oltre la solitudine imposta. Secondo me, internet e il web equivalgono all’invenzione della ruota, nella storia dell’umanità. Son risorse per la sopravvivenza e dobbiamo pretendere che siano utilizzate in modo libero e aperto, non predatorio.

Nel libro che hai pubblicato nel 2018 hai delineato la figura del disobbediente digitale. Chi è e cosa fa?
Il disobbediente digitale è chiunque abbia consapevolezza, chiunque abbia compreso che quanto accade in questo spazio ha una finalità predatoria e manipolatoria. Occorre capire che quando Google, Facebook e aziende simili si appropriano dei dati non stano rubando qualcosa di nostra proprietà: i dati non sono nostri, ‘sono noi’, come una mano. E noi cediamo loro, inconsapevolmente, parti di noi. L’unica cosa determinante che possiamo fare è sapere, conoscere. E chiedere alla politica di fare i conti con tutto questo.

Risalendo alle origini culturali delle aziende della Silicon Valley, hai raccontato la genesi di una comunità con i propri riti di massa, come lo spettacolare festival Burning Man. In quel contesto psicosociale si sono formati i fondatori di Google, si sono formati Steve Jobs, Mark Zuckerberg e i loro emuli…
È una platea ristretta di poche centinaia di giovani californiani che pensano che la tecnologia digitale sia una leva per sollevare il pianeta e per guarirlo da tutti i mali. Sono tecno-utopisti, figli del West, cowboy che stentano a prendersi responsabilità. È vero che lo spazio digitale ci sta, in parte, salvando dalla solitudine. Ma non ci salva dal virus. Certamente ci fa capire di più dell’andamento del contagio, ma non ci aiuta a risolverlo.

Nel tuo Manuale di disobbedienza digitale hai formulato un ennalogo, suggerimenti per abitare lo spazio digitale con spirito critico. Fra questi, c’è un consiglio specifico per i lettori, per gli amanti dei libri?
Comprare libri di carta. Quando si utilizza un e-reader si paga due volte: la prima, comprando l’ebook, poi si continua a “pagare” la piattaforma con ogni azione da lettore: sottolineando passaggi, aggiungendo note, condividendo i giudizi e le foto sui social, fornisci dati. I diritti del lettore di cui parlava Daniel Pennac, e tra questi la decisione di abbandonare un libro che non ci va a genio, sono privatizzati, monetizzati dalle techno-corporation.

I LIBRI DI NICOLA ZAMPERINI



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