Intervista a Nicolai Lilin

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Chiamo Nicolai Lilin al cellulare all’ora stabilita con la sua segretaria e lui risponde al primo squillo. Sono un po’ in ansia, ma lo saluto e rompo il ghiaccio porgendogli la prima domanda. Nicolai inizia a raccontare e io mi rilasso, il tempo passa e non me ne accorgo. Per oltre un’ora lo ascolto parlare di tutto: delle sue bambine, della sua terra, di tatuaggi siberiani, di onesti fuorilegge, di Dostoevskij, di uccisioni, di amicizia, della moglie “russo-pugliese”, di lupi, di cucina, di san Nicola, di invidie e guerre editoriali e tanto, tanto altro. Mettetevi comodi.




Hai davvero raccontato queste Favole fuorilegge alle tue figlie? A loro sono piaciute? O preferiscono le Principesse, Biancaneve e Cenerentola?
Le favole le ho lette alle mie figlie tutte ancora prima che andassero in stampa e sono piaciute molto. Anche perché diverse di queste favole le conoscevano perché le raccontavo già durante la loro crescita. Io non faccio distinzione tra le favole dei fuorilegge siberiani e le favole classiche. Alle mie figlie tengo molto e cerco di invogliarle alla lettura, alla conoscenza. La più grande, Elena, che ha dieci anni, legge molto, è una lettrice accanita e questa cosa mi piace. A lei piacciono adesso i romanzi per ragazzi, anche classici di avventura. Tra le fiabe a lei piacevano molto quelle di Andersen, è una ragazzina abbastanza avanti, con un mondo interiore molto sviluppato, con i suoi giudizi e i suoi gusti, e in tutto questo le favole dei fuorilegge che ho scritto fanno un po’ parte del suo vasto mondo e non rappresentano il suo unico riferimento culturale ma semplicemente sono solo l’ennesimo mattoncino di sapere che lei metterà tra le sue conoscenze.

Cosa hai raccontato a loro di tuo nonno? Dai tuoi romanzi e anche da quello che hai detto a proposito delle favole sembra essere stata la tua figura di riferimento più importante…
Io con le bambine ho un rapporto abbastanza diretto e credo che ai bambini non bisogna raccontare le bugie. In qualche modo cerco sempre di raccontare la verità, la realtà, quando è necessario magari la abbellisco con qualche giro di parole, soprattutto per aiutarle a crearsi da subito una opinione vera su quello che è il mondo, sulle loro radici. Quando racconto di mio nonno, il loro bisnonno, uso termini abbastanza semplici, spiego che si tratta di persone che erano banditi, criminali, che agivano contro la legalità. Poi cerco di spiegare anche le condizioni, le circostanze politiche e sociali. Perché spesso una persona diventa un criminale non per cattiveria ma perché cerca di difendere la propria libertà, la propria visone della politica, della società, dell’economia, cerca di difendere la propria famiglia. Nelle varie dittature che susseguirono nella storia della Russia molti russi son dovuti diventare fuorilegge per resistere. Le bambine sanno benissimo che il loro bisnonno era un criminale, e che anche il loro nonno, mio padre, che è ancora vivo e ogni tanto ci viene a trovare, è stato in carcere, lo sanno che anche lui ha un passato. Anche io quando parlo della guerra racconto in modo diretto che cosa è la guerra e cerco di spiegare perché il loro papà è stato in guerra. Cerco di essere più onesto possibile perché ho visto con la mia esperienza, osservando il mondo e le persone, che ai bambini non bisogna raccontare cose che li portano troppo lontani dalla realtà. In questo caso le fiabe di Andersen, ad esempio, sono più reali e più vere e rispecchiano la verità più di quanto facciano oggi certi giornalisti. Quindi è molto importante dare queste informazioni ai bambini perché loro crescono e sono delle spugne e hanno bisogno di concreti elementi con i quali formarsi opinioni e il loro sapere, per affrontare la vita. Basta trovare le parole e il momento giusto, non lasciarli da soli davanti alla televisione o affidarli a babysitter. Bisogna educarli e stare con loro più possibile. Io cerco di farlo, e quando sto con loro faccio il padre dando il cento per cento del mio tempo, ascolto quello che dicono, discutiamo e affrontiamo vari argomenti.

“La parola per me e i compagni era una cosa poco credibile. Solo quello che incidi sulla pelle è vero”. Riesci a spiegarci un po' meglio, se è possibile, il significato del tatuaggio siberiano? Se, come hai detto, il tatuaggio è un po' la mappa della vita di chi lo indossa, perché hai smesso di tatuarti a vent'anni?
Comincio dalla fine. Ho smesso di tatuarmi perché non c’è nessun tatuatore che io conosca qui in Occidente che avrebbe potuto farlo. Per me. La possibilità e la capacità di eseguire tecnicamente un tatuaggio nella visione del tatuaggio siberiano, nella nostra visione, è la parte meno significativa perché saper tatuare fisicamente, saper incidere sulla pelle è una cosa tecnica che non ha molta rilevanza. La cosa più importante è saper interpretare i simboli, creare la narrazione simbolica, quindi conoscere molto bene la tradizione siberiana legata ai simboli, saper trasmettere le parole e saperle trasformare in immagini che codificano la vita delle persone, nell’informazione che in qualche modo ha a che fare con la vita di qualcuno. Purtroppo in questi anni i vecchi sono morti, quelli dai quali ancora si poteva andare a tatuarsi abitano in Russia. I giovani sono sempre meno interessati a seguire la tradizione dei vecchi perché la tradizione è anche una disciplina e quindi durante il periodo di studi, quando un giovane apprendista impara quello che il vecchio maestro deve trasmettere, uno deve anche seguire una serie di regole legate alla disciplina e non tanti giovani sono disposti a farlo. Per questo quelli che conoscono come me la tradizione sono pochissimi. Io conoscevo solo una persona, un ragazzo che viveva in Germania. Aveva qualche anno più di me, ne avrebbe avuti quaranta, io ne ho trentasette, ma è morto in un incidente e sono rimasto da solo in Europa a fare questo tipo di tatuaggi. In Russia c’è ancora qualcuno con cui sono rimasto in contatto ma è troppo complicato, la vita quotidiana ci divide e non è più come una volta quando ci si poteva prendere una vacanza e andare via. Per questo ho smesso, perché non vedo nessun motivo per tatuarmi cose estetiche, non è questa la mia tradizione. E chi invece ancora la conosce è troppo lontano. Del significato dei simboli non si parla perché la tradizione nostra è chiusa a chi non è stato abilitato dai maestri. Proprio perché il segreto dei simboli viene conservato per evitare che le persone non addette all’interpretazione del tatuaggio siberiano si impossessino del significato. Il senso generale invece è molto semplice: è un codice. Elaborato durante una evoluzione molto lunga durata secoli. In Siberia abbiamo una delle mummie tatuate più antiche trovate al mondo. Si chiama Principessa di Altai o Ukoka, una giovane donna di circa ventisei anni, non una vera principessa ma apparteneva ad una famiglia nobile, ad un grande clan siberiano. È stata trovata nella sua tomba perfettamente conservata. Ha addosso tatuaggi molto importanti e risale a circa 3000 anni fa. Gli studiosi dibattono ancora sulla datazione precisa, di fatto è un importante simbolo dell’antichità della nostra tradizione che poi si è evoluta, arricchita, si è adattata in certo modo ai cambiamenti storici, ai domini di diversi sistemi politici, alle dittature, diventando addirittura quasi fuorilegge, anche se spesso è condivisa non solo da fuorilegge. Può essere portata avanti da chiunque, infatti, perché è una lingua e quindi come non si può vietare ad una persona di parlare una lingua non si può delimitare l’utilizzo del tatuaggio siberiano. Chiunque può farlo, può entrare in questa tradizione; l’importante è che lo faccia con cuore aperto e in modo onesto perché queste sono le basi più importanti. Il tatuatore per preparare i disegni, per trasformare il vissuto di una persona in simboli deve ricevere il massimo delle informazioni, e devono essere corrette e oneste.

Cosa è rimasto al Nicolai che oggi vive in Italia della sua “educazione siberiana”?
È rimasto tutto. Non credo che le persone perdano le proprie caratteristiche, il proprio carattere, la propria indole durante la vita. Magari li arricchiscono, si evolvono, possono anche cambiare l’opinione, anche in modo molto netto e chiaro le proprie basi etiche e morali, però sempre quel pilastro creato nell’infanzia resta solido. Le cose più importanti le apprendiamo durante i primi tre anni di vita, ormai lo dicono tutti gli studi, ma anche mio nonno e mia nonna, senza essere studiosi ma semplici cacciatori e contadini siberiani, dicevano che l’uomo diventa quello che è durante i primi tre anni e per questo era importante raccontare le fiabe ai bambini anche se sembrano non capire, perché nelle fiabe ci sono le basi, gli insegnamenti che poi formano una persona. Se vuoi che diventi una persona onesta che non ruba, che non mente, che trova il suo posto nella vita senza far male agli altri, senza privarli della loro libertà tu queste basi devi darle nei primi tre anni. Poi attorno a queste si formeranno dei piccoli frammenti composti dalle esperienze. E io ancora oggi rimango quello che ero all’epoca, un ragazzo di strada, cresciuto in certi ambienti, che ha alcuni punti di vista magari un po’ estremi su varie cose ma punti di vista veri e formati in situazioni vere. Io credo nell’amicizia, nell’onestà, nella necessità di essere aperti con gli altri e di dare agli altri la possibilità di esserlo con te. Credo in queste cose non perché le ho lette nei libri o perché me le hanno insegnate a scuola ma perché ho vissuto per strada. E queste sono le regole della vita e della sopravvivenza in strada. Se tu vuoi che vicino a te in un momento difficile ci sia un amico disposto a difenderti a costo della vita e a prendere la coltellata che magari è diretta a te, tu con questa persona devi essere onesto e generoso, altrimenti nessuno ti amerà e ti tratterà come un fratello. Queste sono le regole della vita che applico ancora oggi. Ho amici che Dio ha messo sulla sua mia strada, perché Dio mi aiuta molto ad incontrare sul mio cammino persone che mi vogliono bene. Non chiamo tutti amici con leggerezza, ma ne ho tanti e alcuni posso chiamarli fratelli. Questa è tutta la mia ricchezza, perché io credo che l’amicizia, la famiglia, il rapporto con le persone che amiamo, le esperienze legate all’amore, alle cose belle, anche alle difficoltà che diventano più facili se affrontate con chi ci vuole bene, solo questo potremo ottenere dalla vita che porteremo dall’altra parte quando moriremo, solo questo. I soldi certo no.

A proposito, perché hai scelto di rimanere in Italia? Cosa ti piace del nostro Paese? Certo da subito ti ha riservato una bella accoglienza e io ricordo, in effetti, una delle tue primissime apparizioni in tv, davvero ascoltarti era affascinante…
Io sono rimasto per una serie di motivi, uno dei quali familiare. In Italia da molti anni c’era mia madre che era stata costretta a fuggire dal nostro Paese perché era sposata con un uomo, mio padre, al quale il nuovo regime dava la caccia. Perché ai tempi in cui arrivarono i trafficanti di droga e i rappresentanti della nuova criminalità che ha preso il potere con l’arrivo del consumismo, l’apertura delle frontiere e il crollo dell’Unione Sovietica, mio padre era tra quelli rimasti fedeli alle vecchie regole sociali anche dei fuorilegge, era uno di quelli che non accettarono la criminalità e gli affari criminali che erano concentrati sull’arricchimento di una sola persona, quindi droga, sequestro di persona, crimini che nel nuovo mondo erano diventati modi semplici per guadagnare soldi in fretta. Ha combattuto diverse volte contro queste cose, contro i trafficanti di droga, io stesso ho fatto parte di quella generazione di giovani che sono rimasti accanto ai vecchi. Quasi tutti sono andati ad esplorare queste nuove forme di criminalità e molti di loro sono morti durante questi tentativi di diventare ricchi. Noi abbiamo sparato, combattuto per strada cercando di difendere ogni metro del nostro quartiere. Quando sul tuo territorio spacciano, il problema non è soltanto che tu hai un amico che compra eroina, si droga e magari muore. E nemmeno che si trasforma in ladro e bugiardo, disposto a uccidere anche i suoi genitori per una dose. Il problema vero è che così fai entrare un sistema estraneo che attraverso la droga distrugge tutto il tuo mondo. La prima persona che ho ucciso era un trentenne zingaro che spacciava eroina nel mio quartiere. Io avevo quattordici anni, ho cercato di contrastarlo e fargli lasciare il quartiere ma lui mi ha picchiato. Allora sono andato da mio nonno e gli ho raccontato tutto; lui mi ha caricato un revolver, me lo ha dato e mi ha detto di sparargli alle ginocchia. Il primo colpo l’ho sparato alle ginocchia ma il secondo è andato male e gli ho preso il fegato e lui è morto. Era una guerra e mio padre faceva cose ben peggiori. Faceva parte di quelli che facevano rappresaglie, ha subito tre attentati pesantissimi, in uno c’ero anch’io in macchina quando ci hanno sparato addosso. Una vera e propria guerra. Poi mio padre è dovuto andar via dal paese perché la guerra è stata persa, la corruzione e il potere dei trafficanti e della droga ha vinto. Infatti si è unito alla polizia, alla politica, al potere corrotto e il nostro paese è stato occupato da questa gente. Mia madre trovandosi in questa situazione, sposata ad un uomo che per anni si è opposto a questo sistema, è dovuta fuggire perché troppo spesso venivano poliziotti corrotti per le perquisizioni, a minacciarci per sapere dove mio padre si nascondeva, dove erano i suoi soldi. Io stesso più volte sono stato portato nel bosco, mi hanno puntato una pistola alla testa per cercare di avere informazioni. Poi sono andato via anch’io e ho fatto le mie esperienze. Alla fine degli anni ’90 il paese era una festa di avvoltoi, io sono andato via a combattere nell’esercito e il pericolo della guerra cecena mi ha salvato da quel pericolo. Quando son tornato dalla guerra ho cercato di ricostruirmi una vita. Sono venuto a trovare mia madre in Italia e mi sono accorto che lei aveva bisogno di riformare la famiglia. Le donne russe sono così e in questo sono molto simili agli italiani, hanno un legame tradizionale. Sono rimasto accanto a lei ma se non mi fosse piaciuta l’Italia non sarei rimasto. Amo l’Italia, oggi è la mia patria, sono fiero di essere italiano. Ho un senso di amore per questo popolo e per questo paese che ritengo culla della cultura, e sono fiero di vivere all’interno di questa cultura, avere il privilegio di passare per le strade di città che sono vere opere d’arte senza doverle cercare nei musei, Roma, Bologna, Torino, Venezia, la stessa Milano. Posti in cui c’è l’origine della cultura e poi la lingua che ha una musicalità, un suo fascino, quello di una lingua antica che ha subito molti cambiamenti e evoluzioni ma ne è uscita sempre vincitrice e questa cosa mi piace molto. Oggi sono un felice italiano. Amo anche la Puglia, ci sono stato spesso per motivi legati alla scrittura, ho vinto un premio, ma anche personali; sono stato a san Nicola che è un santo importantissimo in Russia, considerato patrono, per noi rappresenta il mistero della fede perché per noi collega la terra al cielo. Ho molti amici pugliesi e la mia attuale moglie è russa del mio stesso paese ma ha vissuto molto tempo in Puglia. Ci siamo conosciuti a Milano ma parla con accento pugliese e cucina pugliese, è una russa-pugliese.

Tu ci torni spesso nel tuo Paese? Come è adesso? Ti manca qualcosa qui che lì ritrovi?
Sì, torno nel mio Paese e le sensazioni sono contradditorie. Da una parte c’è grande nostalgia per quella che era la mia infanzia, quando ero giovane e sembrava che la vita stesse tutta in tasca, come si dice in Russia. Quando ti senti spavaldo e libero in maniera assoluta. Ed era così nonostante la negatività e la violenza dell’epoca. Io e miei compagni abbiamo vissuto una infanzia difficile ma comunque tutto ci sembrava vivo e divertente, nonostante il pericolo, nonostante la morte fosse una costante. È insomma la nostalgia per la gioventù che non torna più. Da allora molte cose sono cambiate a livello sociale e culturale, spesso non in senso positivo. Ci sono sempre questi corrotti che vivono come in feudi lontani dal popolo che continua ad essere povero, un po’ come quando c’era l’Unione Sovietica. Ma c’è anche più libertà e si ha la possibilità di andar via. Molti giovani lo fanno, fanno le loro esperienze e poi tornano con un bagaglio che a volte permette di farsi una vita. E anche questa è una grossa differenza rispetto a quando ci vivevo io. E poi c’è la possibilità della proprietà privata che prima non esisteva perché tutto apparteneva al partito comunista. Oggi no, uno con un po’ di astuzia, in senso positivo e negativo della parola, può essere proprietario, avere una casa un business e questo dà anche la voglia di impegnarsi. Restano tanti problemi che il paese si trascina dai tempi dell’Unione Sovietica, come la sanità che è pessima. È molto costoso ammalarsi, quelli che non possono curarsi sono abbandonati a se stessi come per esempio i malati mentali e gli anziani. Trovo che questa sia una cosa bruttissima, non capisco come si possano abbandonare i più deboli. Siamo l’unica specie che lo fa. Quando vivevo in Siberia c’erano i lupi che sono straordinari, mio nonno era cacciatore e mi ha insegnato tanto su di loro. Sono organizzati in branco in modo da proteggere i più piccoli e i vecchi. I primi che sono il futuro, che procureranno cibo agli anziani, e gli altri perché lo hanno meritato e trasmettono esperienze, per esempio insegnano a combattere e a cacciare ai più giovani.

Il simbolismo dei tatuaggi siberiani è una specie di patto segreto tra chi lo indossa e chi lo realizza, vero? Ma, in generale, è possibile conoscere il significato di alcuni simboli ricorrenti? Per esempio il serpente, la chiave, l'occhio...
In realtà non è possibile perché il simbolo singolo un senso non ce l’ha. Per far capire ai lettori come funziona il simbolismo siberiano faccio un paragone con le lettere dell’alfabeto. Se prendiamo una singola lettera non ha senso se non è collocata in una certa situazione con altre lettere, seguendo un certo ordine, in senso orizzontale e da sinistra verso destra; così creiamo una parola che crea suoni con un significato che associamo ad una immagine nella testa. Il simbolo funziona allo stesso modo. Se ti dico che il serpente, la chiave, il coltello, il libro hanno un significato sono un bugiardo. Essi assumono un significato soltanto messi in un certo ordine preciso all’interno di un disegno all’interno del quale comunicano tra loro e diventano leggibili a chi lo sa leggere. Il corpo è come una mappa, ci sono simboli che non vanno messi in una precisa parte del corpo o cambiano senso se sono sul collo o sulle mani o sulle braccia. Un simbolo assume un senso diverso anche se è tatuato a destra o a sinistra perché le due parti forniscono informazioni diverse. Così come se si tatua sul petto o sulla schiena, sulle braccia o sulle gambe. Tutto ha un preciso collocamento e un significato così come un simbolo assume un significato insieme agli altri che lo accompagnano. Nella nostra tradizione non c’è mai un simbolo da solo ma ci sono sempre altri elementi che creano la narrazione simbolica.

Che io ricordi non hai mai risposto esplicitamente ai dubbi sulla credibilità dei tuoi racconti. A noi - lo diciamo subito - personalmente piace leggere le tue storie e ci interessa poco altro, ma ti va di dirci cosa hai pensato in merito?
In realtà io avevo risposto eccome. È stata la prima e unica volta in cui c’è stato un tentativo di screditare me come persona. Per quello che riguarda i libri la critica non è applicabile perché non ho mai dichiarato che fossero autobiografici ma sono romanzi e come tutti i romanzi spesso sono basati su esperienze vissute. Io sono l’esito di una educazione letteraria russa. Noi abbiamo una figura a cui siamo molto legati, Fëdor Michajlovič Dostoevskij, grande scrittore e filosofo. Lui diceva che un vero scrittore intinge la propria penna nel proprio sangue. Io cerco di fare lo stesso all’interno di una cultura letteraria narrativa. Scrivo romanzi, non ho l’arroganza di scrivere una autobiografia perché non sono nessuno, non sono un grande che ha cambiato il mondo e che ha meritato di diffondere le sue esperienze. Io scrivo romanzi che restano tali. Per essere onesto con i miei lettori nelle interviste e negli incontri con loro spiego che quello che scrivo non è frutto di fantasia ma di esperienza vissute. Lo faccio per far capire soprattutto che non sono un genio perché per scrivere un romanzo come Educazione siberiana e inventarsi un mondo come quello che racconto dovrei esserlo e aver vinto almeno un Pulitzer! Queste accuse sono nate in una sola occasione, all’epoca di quel romanzo. Una tale giornalista Anna Zafesova de “La Stampa” ha scritto un articolo nel quale diceva che era stata in Transnistria e non ha trovato né la mafia siberiana né il mio quartiere, quello di cui parlo. Ma ha trovato qualcuno che mi conosce e le ha detto che tutto quello che avevo detto non era vero, addirittura che io ero un poliziotto. L’allerta me l’ha data mia madre che aveva letto l’articolo e mi ha avvisato. Io allora ho scritto un articolo in risposta nel quale ho spiegato cose sul mio conto, ho ribadito che il mio quartiere esiste. Probabilmente lei ha scritto un articolo senza uscire di casa, magari mettendosi in contatto con qualcuno o facendo qualche googlata. All’epoca nel mio Paese il mio libro era molto discusso, alcuni ne erano stati contenti ma molti che facevano parte del mondo che avevo criticato non hanno gradito. Al contrario quando è uscito il film lo hanno preso con un senso di patriottismo. È uscito un bellissimo articolo sul giornale locale attraverso il quale qui abbiamo saputo che in Transnistria la prima di Educazione siberiana c’è stata una settimana prima che il film uscisse qui. Hanno preso una copia da qualche parte, lo hanno tradotto e fatto vedere. Sono stati felici di essere finiti nel mirino della cultura... Per tornare agli attacchi dei giornalisti; dopo quell’articolo altri si sono basati su quello e nessuno ha fatto delle ricerche prima di scrivere. Ma ci sono stati alcuni italiani che invece sono andati lì e hanno verificato. C’è un mio amico, Marco De Ambrogio, scrittore attore e viaggiatore, una persona splendida di cui l’Italia dovrebbe essere fiera perché è l’unico che ha fatto la solitaria in moto attorno al mondo, il quinto che è andato a piedi al Polo Nord, ha attraversato la foresta della Nuova Guinea dove prima di lui erano scomparse cinque spedizioni e ha vissuto con i cannibali, una specie di Indiana Jones italiano. È andato anche in moto in Afghanistan a portare soldi ad Emergency nascosti nella sella. Lui è voluto andare in Transinistria, io ho cercato di dissuaderlo ma ha insistito, mi ha chiesto solo di essere ospitato dai miei che sono ancora lì, allora ho chiamato mia nonna e mio zio che vivono ancora lì. Anche perché lì c’è la legge che devi registrarti alla polizia entro le ventiquattro ore dall’arrivo altrimenti potresti finire in carcere. È un regime ostile nei confronti degli stranieri, serve una persona che dichiari di conoscerti e che ti ospiti. Mia nonna lo ha fatto per Marco che è rimasto una settimana, si è documentato, ha conosciuto due miei amici ancora vivi, ha fatto foto e tutto è finito sul suo blog. Insomma ha fatto tutto quello che avrebbe dovuto fare la giornalista. Lei ha scritto un articolo per screditarmi ma c’era anche un motivo di invidia editoriale. Quando sono uscito con Educazione siberiana per Einaudi l’esclusiva era stata data a “la Repubblica”. Allora a “La Stampa” c’era tale Cesare Martinetti che credeva di essere un grande esperto di Russia perché ci aveva vissuto a lungo come inviato, lui è rimasto male che l’esclusiva fosse andata ad un rivale. Mi ha anche fatto una intervista a sorpresa, era una chiacchierata e non mi aveva detto che l’avrebbe pubblicata, scrivendo anche cose non corrette e mettendo anche a rischio l’esclusiva stabilita. Il libro però ha venduto moltissimo e lui non era soddisfatto della piccola vendetta così ha incaricato la sua giornalista e amica di scrivere l’articolo. Pensavano di danneggiare me e il mio libro ma io ho continuato ad avere successo, perché non possono impedire a me di scrivere e ai miei lettori di apprezzare i miei libri. Io racconto un mondo che in Italia non si conosceva ma con il quale molti si sentono in sintonia per molti versi, questo mi scrivono nelle lettere che ricevo. E questo è un regalo bellissimo che può farmi un lettore. Quindi le critiche sono finite presto, nessuno ha più tirato fuori storie di autobiografie e veridicità perché in letteratura non ne si può parlare. Sarebbe come dire che Tolstoj in Guerra e pace non ha raccontato in maniera abbastanza veritiera la guerra russa contro Napoleone del 1812. Certamente gli eventi non sono raccontati con precisione storica, alcuni nomi sono inventati ma il contenitore storico e culturale di quella guerra l’ha trasmesso, è lo spirito storico trasmesso dalla letteratura. Se io ho fatto entrare una persona nella comunità dei fuorilegge siberiani descritta da me, per me è una vittoria perché la gente ha potuto conoscere qualcosa che non esiste più.

Hai già in mente un prossimo libro? Se sì, di cosa tratterà?
Sto scrivendo un libro che si chiamerà Marchi ribelli nel quale racconterò attraverso piccole pillole narrative la cultura e il modo di esprimersi delle persone che una volta facevano parte della vasta galassia del mondo fuorilegge sovietico e post sovietico, la loro cultura che si esprimeva attraverso il tatuaggio. Sarà un libro insolito. Ultimamente mi piace giocare con parole e simboli. Io sono anche un disegnatore, un artista, un tatuatore in senso siberiano, non moderno, mi piace molto l’attaccamento al simbolo e la suggestione che crea il simbolo nei lettori e il suo rapporto con la parola scritta. Spesso sono due vie di comunicazione che si intrecciano e se sono intrecciate bene si può arricchire ulteriormente la lettura e questo mi piace. Sarà composto da una serie di brevi storie che racconteranno le vite e le avventure dei personaggi che facevano parte della comunità e della città in cui sono cresciuto, di diversa provenienza, a partire da criminali siberiani a finire a poliziotti corrotti. In qualche modo tutti quanti avevano tatuaggi attraverso i quali cercavano di comunicare qualcosa. Allora ero un ragazzino molto attento a cercare di imparare le storie attorno ai simboli, quelle che le persone esprimevano attraverso quelli. Ho portato nella mia memoria queste storie e soprattutto le ho portate nei miei taccuini di disegni dove ci sono i tatuaggi di queste persone. Questi disegni li ho rielaborati, resi più semplici e chiari per chi legge il libro e li farò comunicare con il testo. Il libro uscirà per Natale. Contemporaneamente sto scrivendo un piccolo romanzo del quale però non racconto niente.

È troppo chiederti un tuo piccolo disegno esclusivo soltanto per Mangialibri?
Va bene. Vi manderò un disegno di quelli che sto realizzando per i prossimi tatuaggi e che non ha visto nessuno ancora, nemmeno le persone ai quali saranno tatuati. Vi manderò disegni dalla mia moleskine dalle pagine puntate che io uso perché i puntini mi danno la giusta dimensione e i riferimenti geometrici. Sarà come conoscere Nicolai artista dall’interno, visto nel suo intimo, perché come nasce un disegno è quello che di solito non si vede.


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