Intervista a Nihad Sirees

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Abbiamo appuntamento al Pisa Bookfestival, dove è volato dal suo domicilio berlinese per presentare la prima traduzione italiana di un suo romanzo del 2004 che lungi dal perdere la propria carica di interesse ha progressivamente conquistato nuovi editori (e lettori) in 10 anni di vita. Al mio arrivo il suo editore italiano mi dice che Nihad è al bar e che posso raggiungerlo; ringrazio la felice intuizione che mi ha spinto a cercare sue foto su Google e lo individuo grazie a questo abbastanza facilmente, seduto con la traduttrice Federica Pistono ad un tavolo defilato ma ancora inondato dal sole basso del tardo pomeriggio. Mi chiede per chi sia l’intervista e uno sguardo velato di ironia gli attraversa gli occhi alla mia traduzione "Bookeater" per Mangialibri: non pare molto colpito dal nostro nome né dalla mia breve spiegazione sulla filosofia del sito. Ma forse è solo un'impressione.




Le molte sinossi del tuo libro disponibili mi hanno fatto venire in mente alcuni facili paragoni con autori come Kafka e Orwell, li consideri tuoi ispiratori o ritieni che i tuoi maestri siano stati altri?
Ho scritto diversi libri e programmi televisivi sin da quando ero giovane ed ho sempre amato la lettura dei classici russi e francesi, che mi hanno accompagnato per tutta la vita. Forse averli letti da giovane mi ha spinto a voler diventare uno scrittore.
La trama del mio Il silenzo e il tumulto, però, è essenzialmente autobiografica, è la mia vita in Siria. Ero una sorta di attivista, nel senso che ero preoccupato per il futuro politico del mio Paese. Il mio essere attivista ha significato principalmente che rifiutavo di starmene in silenzio, ho voluto scrivere della Siria, dei principali avvenimenti che hanno portato alla fine della democrazia, in particolare ho voluto scrivere della storia politica e sociale del paese e della mia città Aleppo. L’ho fatto sia nei miei libri che nelle mie sceneggiature. In particolare, la serie televisiva intitolata Il mercato della seta trattava del passato democratico della Siria e di come l’esercito si fosse rivoltato contro questa democrazia. La morte di Assad padre, nel 2000, è stata l’occasione per chiedermi quanto ancora avremmo dovuto vivere in certe condizioni, accettare quel governo; ho scritto questo libro per far capire alla gente che poteva cambiare le cose, pacificamente e soprattutto con l’arma potente dell’ironia. Al dittatore piaceva dipingere un’immagine di sé come Padre, Maestro, Benefattore ed era molto compreso in questo suo ruolo. Ero convinto che se le persone avessero cominciato a guardarlo con ironia e dissacrazione  l’immagine si sarebbe sgretolata.


Hai ambientato il libro in una nazione rimasta anonima e in un tempo indeterminato. Lo hai fatto per dare maggiore enfasi all’universalità della tua denuncia contro la Tirannia o nel tentativo di tenerlo il più possibile sottotraccia alla censura e renderlo noto a quante più persone possibili?
Per entrambi i motivi. In primo luogo volevo affermare che il totalitarismo, l’autoritarismo è un male non per una nazione in particolare ma per tutte. Le dittature sono un fenomeno che ha molto riguardato le nazioni arabe ma ha colpito moltissimi altri Paesi in Asia, Africa, America Latina e volevo innanzitutto parlare del fenomeno, senza caratterizzarlo per una nazione o l’altra; in secondo luogo ero pienamente a conoscenza dei metodi usati dal Regime per punire gli oppositori e volevo risparmiare tali atrocità a me stesso e alla mia famiglia, dando al contempo la possibilità al libro di diffondersi nel mondo arabo sotto mentite spoglie, potendo affermare che non parlava di Assad. E’ però molto chiaro di cosa parli il libro: la geografia dei luoghi,i riferimenti culturali, l’antico dialetto di Aleppo parlato dai personaggi, tutto richiama la Siria anche senza mai nominarla.


Il silenzio e il tumulto: il tuo protagonista Fathi sceglie il silenzio in opposizione al clamore orchestrato, al fragore della folla plaudente nel giorno del ventesimo anniversario del regime?
Il fragore a cui faccio riferimento nel libro è quello delle masse organizzate dal Governo, che impone loro di celebrare rumorosamente. Il silenzio di Fathi è diverso, non è mutismo.


Come avrebbe reagito Fathi dinanzi ad uno scenario come quello attuale, in cui gli attori del tumulto non sono così ben definiti?
A partire dal 2011 le cose sono cambiate. Il regime ha trattato il suo popolo come un popolo di schiavi. La Storia a partire dal XVI secolo ha spesso dimostrato che quando gli schiavi osano lottare per la propria libertà, il potere li riduce al silenzio, il silenzio della morte, della tomba. In questi ultimi anni il fragore è diventato violenza, il silenzio, morte, distruzione. Il gioco, però, è sempre lo stesso, orchestrato dal Regime, sia prima che dopo il 2011. Prima di quella data la violenza del Regime era sottaciuta, tenuta nascosta nei sotterranei, dopo è esplosa alla luce del sole, nelle strade. Per il regime è diventato normale sparare su folle di semplici dimostranti. Sfortunatamente nelle altre nazioni arabe la rivoluzione si è evoluta in guerra civile, eccetto forse in Tunisia, a causa del rifiuto dei Dittatori di lasciare il potere, consentendo elezioni democratiche. Dittatori come Gheddafi hanno preferito dichiarare guerra al proprio popolo piuttosto che andarsene e lo stesso è accaduto in Siria. Per le caratteristiche attuali non posso definire quella attuale una rivoluzione, è cominciata come una serie di manifestazioni del popolo per i propri diritti, si è evoluta in una guerra civile ed ora è una guerra settaria, combattuta da molte opposte fazioni che lottano per il potere. Per me è ancora incredibile che la Siria abbia raggiunto un tale stadio di violenza. Non riesco a figurarmi, in questo momento, di prendere le parti di una o dell’altra fazione.


Lo scrittore protagonista del tuo libro sceglie di trascorrere la giornata delle celebrazioni del Regime celebrando invece l’intimità e l’amore con la sua donna. Sceglie l’amore come una sorta di bolla per proteggersi dall’esterno, come un modo per celebrare la vita contro la morte e l’ipocrisia?
Esattamente. Ha avuto una vita molto dura, il regime gli ha imposto il silenzio. Ogni giorno è un incubo, sente che solo dall’amore potrò trarre la forza che gli è necessaria per resistere, per impedirgli di soccombere.

I libri di Nihad Sirees

 

 

 

 
 
 
 
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