Intervista a Nino G. D’Attis

Nino D'Attis
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Pornografia, alienazione, consumismo, esplorazione dei territori stranianti della post-postmodernità: questo e altro - inzuppato come un biscotto per cani in un caffè nero come lo humour più nero - nei romanzi di Nino G. D'Attis, figura di spicco del Web dedicato ai libri. Sentiamo cosa ci racconta via mail.




Parlando del tuo romanzo Grandi sorelle, cosa cercavano o speravano di trovare le sorelle scappando dalla piccola provincia del sud dove sono cresciute? E cosa alla fine hanno trovato?
Una forma di gratificazione, una zona di libertà, una via d’uscita e di affermazione… probabilmente le stesse cose che cerchiamo io e te. Teresa scappa a Milano, poi a Berlino, infine a Roma, mantenendosi con lavori precari. Ester sceglie una strada più borderline, è vero. Questo però non mi autorizza a giudicarla fino in fondo: non puoi infierire su chi inciampa e precipita nel vuoto assoluto.


Teresa e Ester. Due sorelle, due derive diverse. Qual è stata la genesi, il germoglio che ti ha portato alle loro storie?
Volevo raccontare un mondo, un secolo, che crede sempre più alle proprie illusioni e ha smesso quasi del tutto di avere coscienza del presente. Senza una forma di consapevolezza l'idea di futuro sfiorisce, la vita quotidiana si riduce a una parossistica ricerca di scorciatoie per approdare rapidamente alla celebrità, al consenso degli altri. Possiamo essere tutti potenzialmente veri ma falsi nei fatti, nelle azioni che ci portano avanti. Questo perché la finzione ha gravemente infettato la realtà, si è sostituita all'immaginazione degli scrittori, dei poeti, dei bambini. Il punto di partenza del romanzo è stato questo. Allo stesso tempo però desideravo assecondare quella parte di me che crede ancora nella possibilità di un riscatto dalla simulazione: allora ecco Teresa. Lei è autentica. Un po' goffa ma autentica, merita il nostro rispetto, se non altro per il fatto che a un certo punto deve decidere in fretta cosa essere. 


La solitudine, il vuoto, sembrano essere delle costanti per tutti i protagonisti. Senza distinzioni di età. Non c'è salvezza per nessuno?
I miei primi due libri erano disperati, pieni di rabbia e alienazione. In questo c'è un filo di speranza: pensa all'anarchia degli anziani, al moto di rivolta che a un certo punto sboccia tra i concittadini della famiglia Malina. Teresa è una ragazza che impara a resistere, a lottare in un tempo guasto, malato, in cui, come dici tu, dominano solitudine e vuoto. Ci prova e, alla fine, il lettore la trova un po' malconcia e disorientata ma ancora in piedi, lì sul marciapiede, sotto il sole dell’estate.


Anche l'informazione è diventata schiava di gossip e frivolezze di terz'ordine?
Ho l’impressione che, nella nostra epoca, l’informazione sia diventata principalmente il riflesso di uno schema di realtà senza spessore. Non è più neppure racconto, resoconto,  bensì semplice effetto. Possiamo vedere la cosa in termini drammatici, oppure affidarci all’ironia. Ho aperto la homepage di una grande testata italiana: cosa attirerà subito la mia attenzione questa mattina? Le foto di Cristina Parodi con un look alla Michelle Obama? Balotelli che chiede a Fanny di sposarlo? O la notizia un po’ defilata della minorenne di Settimo Torinese costretta a prostituirsi a due anziani in cambio di cibo, soldi e sigarette?  


Frivolezza, apparenza, protagonismo alla portata di chiunque. Dalla tv commerciale al web. È la deriva che viene solo raccontata dai media o sono essi stessi generatori di nuovi mostri?
Alcune parti del libro sono costruite come un mockumentary. Sono convinto che si tratti di una tecnica che si adatta bene al genere della satira sociale. Per farla calzare a pennello sulla storia, ho abusato di una vasta gamma di porcate mediatiche fino all’ultimo giro di bozze. E a lungo andare ho cominciato a sentirmi anch’io una sorta di cronista-mostro. Mi ero proiettato in un universo che fino a ieri avremmo definito parallelo e che è invece penetrato a fondo nella nostra realtà: ci sono le “imprese” di Miley Cyrus e quelle della quindicenne di provincia che totalizza un numero incredibile di visualizzazioni su YouTube con un video in cui si atteggia a Miley Cyrus, diventando a sua volta protagonista, oggetto d’attenzione.
 

Come si attrezza Teresa per combattere l'indissolubile decadimento che la circonda?
Il ruolo della signora col cappello di paglia e il crocifisso appeso al collo e quello di Papetti, il vecchio professore malato di Alzheimer, sono centrali: la prima rappresenta una Roma che non esiste più; il secondo vive in un appartamento stipato di libri e dischi di lirica. Insomma, è come se avessi messo due versioni bislacche di Yoda e Obi-Wan Kenobi a fare da angeli custodi a questa ragazzina. Strani punti di riferimento, se vuoi, ma in tempi di vuoto culturale e sociale non è che uno abbia molta scelta.


Leggendo i tuoi romanzi sembra davvero di guardare un  videoclip psichedelico anni '80. Quanto lavoro c'è per costruire uno stile così onirico e particolare?
Qualunque artista dotato di disciplina nella ricerca di uno stile personale ha avuto il potere di influenzarmi. Ho letto per la prima volta Joyce e Ballard e cominciato ad apprezzare seriamente il cinema di David Lynch più o meno nel periodo in cui in Europa si diffondeva la cultura rave. Ti parlo dell’alba degli anni ’90, per capirci. Credo che questa curiosa combinazione abbia esercitato un certo peso sulla mia educazione alla scrittura.


Come mai un romanzo visto con gli occhi di una donna e quanto è stato difficile porsi in questa dimensione?
Le storie che scrivo cominciano da una voce che mi ronza nella testa per giorni, a volte settimane. Confesso che sentire quella  di una ragazza è stato spiazzante, almeno all'inizio. La parte più dura, come puoi immaginare, doveva rispondere all'esigenza di accantonare il punto di vista maschile su ogni cosa, anche questioni in apparenza di poco conto. Dopo un po' è diventato divertente, e alla fine il processo di scrittura è stato veloce.


E la scelta della seconda persona da cosa è stata dettata?
Dall'idea di provare qualcosa di nuovo, almeno per me. C'è questo flusso di coscienza che investe il romanzo, diventa il racconto di un'esistenza e, al tempo stesso, non si fa scrupolo di porre una domanda spinosa al lettore: e se anche Teresa, come Ester, fosse inseguita da una videocamera, da qualcuno pagato per rivelarci tutti i particolari della sua vita?


Anche tu come le tue protagoniste fai la spola tra la Capitale e il Salento. Che sud trovi rispetto alla tua infanzia?
Una terra che sta provando a disintossicarsi da veleni vecchi e nuovi, a liberarsi di chi per troppo tempo ha voluto vestirla con abiti brutti, da puttana abusata e sfruttata. Il sud è in fuga perenne da se stesso, dalle sue contraddizioni. Per me è diventato un rifugio sicuro: ci torno ogni volta che sento il bisogno di staccare la spina dalla città per rivedere la mia famiglia, gli amici di un tempo. Molti di loro lavorano nel sociale, nella cultura; si sbattono per costruire qualcosa di concreto, e questo mi piace.


Da pugliese come giudichi l'ondata esponenziale negli ultimi dieci anni di autori e storie che riguardano la Puglia?
È un discorso legato a quanto ho appena detto: musica, cinema, scrittura...l'offerta è sorprendentemente alta e in larga misura di eccellente qualità. L'importante è non cadere nell'effetto cartolina, nelle storielle ombelicali pulite e un po' cretine. Formalmente impeccabili ma cretine, appunto. Che me ne faccio di una Puglia raccontata male?
 


Perché così spesso l'alienazione e la violenza più o meno repressa hanno la maschera del consumismo più sfrenato, proprio come succede nel tuo romanzo Montezuma airbag your pardon?
Penso che alcuni schemi di comportamento sociale abbiano come controparte più o meno nascosta il prezzo di un collasso emotivo che a volte si manifesta proprio attraverso nevrosi, manie, quando non proprio atti violenti. Anni fa, ricordo di aver assistito ad una rissa scoppiata all'interno di un grande magazzino a causa di un televisore e di un videoregistratore offerti a prezzi stracciati: esaurite le scorte, è scoppiato il caos e volavano calci e pugni da tutte le parti. Pensionati contro bancari, stimati professionisti all'attacco di casalinghe di mezza età. Le stesse persone che magari sostengono inorridite che oggi non si ruba più per fame, si ruba e si uccide per ciò che a freddo, davanti all'ennesimo fatto di sangue raccontato dal telegiornale, definiamo superfluo.

 

Zingarelle oggetti di disprezzo e desiderio, romanacci scansafatiche che fanno carriera non si sa come, insopportabili mogli col pancione senza le quali però la vita va a rotoli: dove nasce questa contraddizione sepolta, questo amore/odio, questa guerra intestina che sembra vivere come una tenia nei tuoi personaggi?
È tutto nella testa del protagonista, nelle sue frustrazioni ingigantite dal suo progressivo sottrarsi ai desideri più semplici. La testa, come è noto, è il luogo più pericoloso in cui possa trovarsi un essere umano. Mettici dentro rancore, pregiudizio, paura di affrontare gli eventi e otterrai un disastro.

 

Quanto pesa l'estetica del porno nella nostra società?
Viviamo nel porno, non quello della carne ma dei sentimenti. Nel mio libro il sesso è tanto più condannato alla meccanicità grottesca quanto più si configura come distante anni luce dal desiderio. È il tirarsi fuori da tutto, sfuggire all'altro e soprattutto a se stessi per poi consegnarsi con le mani alzate al deserto interiore, all'ansia dell'usa e getta, del consuma e distruggi.

 

Quali sono gli scrittori ai quali guardi con maggiore attenzione? Molti leggendo il tuo romanzo hanno parlato di Bret Easton Ellis, ma forse c'è anche qualche spruzzatina di Aldo Nove... 
Apprezzo molto la scrittura di Nove e credo di poterla includere tra le cose che in qualche modo mi hanno influenzato. Però abbiamo sguardi diversi, lui ad esempio sa restituire al lettore la voce di un bambino, io no. I miei spettri sono adulti incapaci di sognare qualcosa di diverso da un incubo. In questo, oltre ad Ellis, mi sento vicino a William Burroughs o a Chuck Palahniuk.

 

Sei tra i fondatori della webzine Blackmailmag: ti va di parlarci di questa esperienza?
È stata un'ottima palestra per tutte le persone coinvolte nel progetto ed un grande punto d'orgoglio per me. Abbiamo sempre lavorato come una band a struttura aperta, senza schemi, ruoli precisi, scalette da osservare: riunioni folli in qualche bettola, davanti a una bottiglia di vino, ore ed ore a parlare di film, dischi, libri amati o detestati. Ho bei ricordi, insomma. Cazzeggio libero e rifiuto totale di darsi un tono professionale da addetti ai lavori che puntualmente hanno prodotto idee divertenti, tutte ben accolte dai nostri lettori. Prima o poi non sarebbe una cattiva idea fare uscire un "Best Of" cartaceo con i deliri di Nise No, Jo Laudato, Samuele Becchetti & Co.

I libri di Nino G. D'Attis

 

 

 

 
 
 
 
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