Intervista a Oliviero Beha

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Ostracismo non è solo democrazia ateniese, esilio votato con un guscio di conchiglia: è anche l’insopportabile condanna che un Potere kafkiano ha comminato qualche anno fa a uno dei giornalisti più bravi – e questo non sarebbe niente – ma soprattutto più di successo di radio e televisione. Da allora se possibile la penna di Oliviero si è fatta più affilata, la lotta più dura, la polemica più incancrenita. Ma ce lo racconta lui stesso in un’intervista esclusiva.




È più scomodo o più comodo essere uno scomodo?
A parte che sono un giornalista e non una sedia, e che credo che la comodità sia un concetto più pertinente all’interior design che non al mio specifico, devo dire che sì: ci sono senza dubbio più difficoltà che vantaggi ad esser considerati scomodi.

In Italiopoli citi spesso e volentieri la RAI con le sue complesse saghe e le sue congiure...
Credo che un’analisi sociale, politica e culturale del momento italiano non possa proprio prescindere da una cosa come la televisione di Stato. Sia per quanto oggettivamente è, sia per quello che rappresenta per gli italiani. Quando uno scrive che stiamo soffocando in una palude, che ci stiamo mafiosizzando, capisci bene che la tv è un argomento di una certa importanza...

Ma si è capita mai la causa dell’ostracismo piombato su di te senza preavviso e senza spiegazione, mentre conducevi un programma che faceva ascolti record?
Francamente è anche difficile se non impossibile capire a chi avrei pestato i piedi, capire come vengo percepito dal potere: qualche tempo fa mi è capitato - nello stesso giorno - di essere inserito dal “Corriere della Sera” tra gli intellettuali di destra e da “Il Giornale” tra gli intellettuali di sinistra. Mi ricordo Beppe Grillo, che mi disse una volta: “Sbrigati a portare quello che fai alla radio nei locali” “E perché? Faccio già il giornalista” “Perché non te lo faranno più fare”. Aveva ragione Grillo.

In che senso sostieni che l’Italia è una repubblica fondata sulla mafia?
In un capitolo preciso di Italiopoli intitolato La verità, vi prego, sulla mafia ho messo a confronto tutte le caratteristiche principali di Cosa Nostra con la situazione italiana, e - sorpresa! - ho riscontrato un parallelismo perfetto: assenza di meritocrazia, omertà afasica, incomunicabilità, opportunismo pseudopolitico. Una mafiosità che mutua reticenze, omissioni, censura e autocensure dai modelli siciliani, che non prevede ormai rapporti di lavoro 'normali', che paga il pizzo tutti i giorni in termini non tanto e non solo di denaro e di clientele bensì di dignità, umore e sentimento esistenziale. Vi racconto un fatto assolutamente emblematico: in un articolo uscito il 30 gennaio 2007 sulla prima pagina de “la Repubblica”, e non - che so - su “L’Eco della Sgurgola Marsicana” - il finissimo scrittore Pietro Citati, vero nume tutelare della letteratura italiana stimato da tutti scriveva tra l’altro: “I potenti di oggi sono sempre più smaniosi di possedere il proprio potere. Nulla, o quasi nulla, li divide dai loro avversari: hanno quasi le stesse idee; ma esercitano il potere in modo sempre più esclusivo e autoritario. Vorrebbero che la televisione trasmettesse soltanto il loro volto meraviglioso, le loro parole affascinanti, i loro gesti impareggiabili. Non tollerano rivali nel proprio territorio: li combattono come nemici mortali. Se oggi in Italia godiamo ancora una parte di libertà, è soltanto perché tra l´uno e l´altro di questi poteri esistono luoghi vuoti, dove possono sopravvivere quasi liberamente coloro che non amano comandare. Non è sicuro che questa condizione durerà a lungo. Forse siamo giunti agli estremi: forse queste innumerevoli mafie stanno per saldarsi tra loro come in un gioco di puzzle, così da non lasciare nemmeno uno spazio dove vivere e respirare”. Beh, nessuno lo ha citato in giudizio, nessuno ha dibattuto, nessuno ha contestato una virgola.

Italiopoli è pieno di nomi e cognomi, spesso citati in termini ben poco lusinghieri. Che reazioni hai avuto?
Nonostante abbia poca visibilità per ovvie ragioni, il libro è stato ben accolto dal pubblico e sta avendo un discreto successo grazie al passaparola. Purtroppo, in un certo senso, perché vuol dire che quello che racconto è vero. Invece il potere ha reagito... beh, col solito vecchio metodo di far calare il silenzio su di me, un silenzio assordante. Un metodo dannatamente efficace, devo ammetterlo.

Come si esce dalla palude di Italiopoli, se se ne esce?
La sfida più divertente affrontata con questo libro è stata mettere insieme le tessere del mosaico, avere così la visione d’insieme. In questa specie di Paese ti dicono tutte le cose, eh. Ma solo una per volta, senza darti il quadro d’insieme, così non riesci ad avere le idee chiare. Però credo che la società civile abbia in sé le potenzialità per combattere questa strategia, per dare segnali di vita, per resistere. E il mezzo per fare tutto questo è internet, lo stesso termine “Rete” ha in sé questa potenzialità del mettere insieme, come ha fatto notare anche Rifkin. Occorre fondare una sorta di Carboneria tecnologica che ci dia la speranza di un cambiamento, un cambiamento della politica. Io per esempio vivo a Roma, nel quartiere Montesacro, nei pressi del fiume Aniene: ecco, riqualificare le sponde di un Aniene ridotto a uno schifo, ecco un programma politico che avrebbe un senso, sia dal punto di vista ambientale che sociale, che andrebbe dal locale al globale...

Dopo il tuo romanzo Sono stato io, che ormai ha qualche anno, conti di tornare alla narrativa?
Eh sì. A questo punto, dopo tutti questi pamphlet, sono un po’ stanco. Mentre porterò avanti la mia battaglia politica su www.repubblicadeicittadini.com, mentre girerò i teatri in autunno/inverno col mio spettacolo volevoesserepasolini.com, mi prenderò un po’ di tempo per scrivere un nuovo romanzo.

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