Intervista a Ondjaki

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Ho letto quasi tutti i suoi libri pubblicati in Italia, lo conosco e lo apprezzo da qualche anno in quanto esponente di spicco della letteratura post-coloniale di lingua portoghese, ma prima di incontrarlo mi coglie un dubbio tremendo e corro dal suo editore con la domanda del secolo: “Come si pronuncia il suo nome d’arte, Ondjaki?”. Mi viene incontro nei corridoi affollati della kermesse letteraria pisana con un sorriso simpatico e aperto, un’aria da ragazzino che nasconde in realtà un quasi quarantenne. Sono completamente afona, per cui l’intervista sarà in stile “fatti una domanda e datti una risposta”! Gli porgo un foglio con domande in italiano e in inglese e lui accetta sorridendo l’insolita tecnica. Si offre di parlare italiano, ma ben presto il suo timore (ingiustificato) di non padroneggiare a sufficienza la lingua ci fa scivolare nell’inglese, che parla invece perfettamente.




A giudicare dalla lettera ad Ana Paula Tavares che conclude il tuo romanzo Nonnadiciannove e il segreto del sovietico, molti degli episodi e personaggi della storia sono basati sulla realtà. C’è molto della tua infanzia nella storia?
Non saprei dirlo, ho scritto almeno altri due libri ambientati nello stesso periodo, ossia l’inizio degli anni Ottanta: Buongiorno Compagni! e Os da minha Rua. Erano gli anni della mia infanzia . Non mi piace separare molto la realtà dalla finzione. Lavoro sui miei ricordi, per cui, in teoria tutti gli episodi sono stati veri in qualche modo. Ad esempio durante la mia infanzia accadevano vari episodi collegati al personaggio della NonnaCatarina, alcuni potevano vederla e altri no, ma quando qualcuno raccontava di averla vista, nessuno metteva n dubbio l’episodio, semplicemente prendeva atto di non averla a sua volta vista. I miei libri sono basati sui ricordi e come tali non sono completamente veri, per il semplice motivo che i nostri ricordi sono contaminati dai sentimenti legati a un episodio e inoltre scegliamo cosa ricordare, per cui devo dire che il libro è basato su quei ricordi che mi sono rimasti, sulle impressioni che ho trattenuto. Fondamentalmente tutto il libro è basato sulla mia infanzia e sui miei ricordi, siano essi veri o condizionati da esigenze legate alla trama della storia. Per me tutti questi ricordi hanno lo stesso valore, non ho mai sentito l’esigenza di separare la realtà dalla finzione.

I bambini del tuo libro sembrano non essere influenzati dai parametri di giudizio degli adulti, anche se giudicano lo fanno con grande candore e piena accettazione. Charlita e i suoi occhiali, la follia di Spumadelmare, il dottorTocToc e le sue manie…
Soprattutto nei miei libri ambientati negli anni Ottanta ho iniziato a fare proprio quello che dici, ossia provare a capire i sentimenti, a cogliere lo sguardo, il modo in cui i bambini percepiscono la realtà, inclusa quella politica. La politica è un tema che ho trattato soprattutto in Buongiorno compagni!, mentre in quest’ultimo libro mi sono concentrato sugli affetti, le emozioni. Ho provato a immaginare come eravamo, a rivivere il punto di vista dei bambini, che non è necessariamente il mio; è narrato in prima persona ma l’io narrante non ha un nome, potrebbe essere uno qualunque dei bambini. I bambini si relazionano soprattutto attraverso le emozioni, non considerano un uomo in quanto “ sovietico” o “cubano”, ma per chi è come persona. Non sono sicuro di riuscirci, ma tento di fare esattamente quello che dici, di restituire intatto e incontaminato dal mio punto di vista adulto, il punto di vista dei bambini che eravamo, le nostre emozioni di allora, il nostro quartiere, le nostre nonne.

Nel libro dici che il passato è un luogo, non un tempo. Quindi ti chiedo, nel luogo in cui il libro è ambientato c’è un’armonia quasi assoluta tra adulti e bambini che fanno di tutto per proteggere gli uni il mondo degli altri. Pensi che questo sia ancora possibile in un tempo come quello attuale?
Non è mai possibile. Non lo era allora e non lo è ora. Una volta presentavo a Luanda un mio libro, credo che in italiano sia stato tradotto come Il fischiatore, anche se avevo espressamente chiesto che fosse intitolato L’uomo che fischiava, e l’autore angolano Pepetela lo introdusse dicendo “una delle caratteristiche di Ondjaki è di non riuscire a trattare personaggi cattivi”: ho realizzato che era vero, non ci sono cattivi nelle mie storie, come hai notato anche tu, c’è una armonia quasi perfetta tra i personaggi,nonostante i problemi di Magdalena con i bambini o con le nonne, ma è quasi finta, non è e non potrebbe essere basata sulla realtà; tuttavia come ti dicevo sono i miei ricordi e probabilmente ricordo le cose in questo modo perché eravamo perfettamente felici, per cui non riesco a renderli drammatici per ragioni di finzione letteraria. Eravamo felici con le nostre piccole cose, stare per strada, chiacchierare tra noi e con gli adulti. Qualcuno mi ha detto “non c’è quasi mai scuola nei tuoi libri”. Direi che è perché i miei ricordi di Luanda sono legati soprattutto a lunghe vacanze estive. Andavo da mia nonna per tre mesi ogni estate, ma non ci vivevo stabilmente. Quelli sono i luoghi della perfetta felicità legata alle vacanze da scuola. Luanda è molto cambiata dalla mia infanzia, eravamo 2 milioni di persone e ora ce ne sono quasi 7, per cui anche il concetto di “spazio” è molto importante e strettamente connesso a quello di “tempo” Lo spazio influenza il tempo. Non ci sono più gli spazi della mia infanzia, o almeno ora sono condivisi da un numero più che triplo di persone rispetto a quelle con cui io condividevo quegli spazi. Lo spazio influenza il modo in cui percepisci il tempo. Noi avevamo il tempo per non fare nulla. Mio padre mi diceva “ti piace svegliarti presto così hai più tempo per non fare niente” ed era vero! C’è una parola molto bella in Portoghese “Antigamente”, che è quasi intraducibile perché è come l’orizzonte indefinito di un luogo nello spazio, non è quantificabile sulla linea del tempo ed è una parola che mia nonna nelle nostre notti insieme usava spesso. Non è esattamente legata a un tempo preciso, ma è quasi un luogo, un posto che puoi visitare e puoi andarci quando vuoi, fermartici quanto vuoi. Mia nonna ha tentato di disegnarmi una mappa di questo luogo con i suoi ricordi, le sue storie, i luoghi, i personaggi, e poi mi ha detto “scordati di tutto, non ci sono confini, raccontare non è una questione di tempo, non si tratta di dire se siamo nel 1947 e nel 1925”. Dal punto di vista letterario, da lei ho imparato quanto ho imparato da Gabriel García Márquez.

Il tuo Paese è stato uno dei primi in Africa ad aver instaurato il socialismo, ma lo ha fatto con il contributo determinante di forze esterne e non solo africane. Avete vissuto i cubani e i sovietici come ospiti strani e ingombranti ma in fondo innocui, come si percepisce da Nonnadiciannove... e da Buongiorno Compagni!?
Non so come fosse per gli adulti, ma per noi bambini c’era una profonda differenza tra il modo in cui percepivamo i cubani e quello in cui percepivamo i sovietici. I cubani erano in parte militari, indossavano pantaloni militari, ma erano al contempo maestri di scuola, medici, infermieri ed erano quotidianamente in contatto con noi, parlavano una lingua non molto diversa dalla nostra e facevano qualche sforzo per entrare in contatto con la nostra cultura. Erano nostri amici e li frequentavamo. Ricordi in Buongiorno compagni!? Trascorrevamo con loro i nostri pomeriggi non perché fossero i nostri maestri ma perché li consideravamo esotici, interessanti, affezionati, rispettosi della collettività, fantastici. Avvertivamo i sovietici, invece, come una presenza militare, parlavano una lingua incomprensibile e non si sforzavano di imparare la nostra, (il Compagno Botardov di questo libro è una romantica eccezione), vestivano uniformi blu, erano figure distanti e ci tenevano a rimanerlo. Erano chiusi nelle basi e anche il loro tempo libero lo passavano separati da noi. Non credo di aver mai parlato con un sovietico, forse Botardov ha qualcosa di vagamente reale, ho un ricordo indistinto di un uomo più o meno come lui.

Ad esempio sulla spiaggia che avevano requisito e vietato agli angolani in Buongiorno Compagni!?
Esattamente! Non l’avevano requisita per motivi di sicurezza, ma solo per godersela da soli, ce ne avevano privati per non doverla condividere con noi! Sapevamo che erano lì per aiutarci ad affrontare i nostri invasori, li consideravamo un male necessario.

Ritroveremo ancora i Paulinho, Spumadelmare, Charlita e le varie nonne o PraiadoBispo sarà ingoiata dal mare come una sorta di Macondo?
Ho molti racconti che si svolgono a PraiadoBispo, ma questo libro è molto speciale per me. L’ho scritto di getto durante un paio di settimane di solitudine forzata durante le feste di Natale. Dodici componenti della mia famiglia erano partiti per trascorrere le feste in SudAfrica e per qualche mistero della burocrazia l’unico a non avere ottenuto il visto ero stato io. Ogni giorno mi recavo al consolato e ne tornavo con un nuovo rinvio, per cui al mio ritorno a casa decidevo di aggiungere qualche pagina a quello che era iniziato come un racconto breve. Alla fine ottenni il visto a gennaio e terminai il libro in Sudafrica, ma devo decisamente ringraziare il Console a Luanda se il libro è venuto alla luce in questa forma, invece che come racconto breve. Il quartiere è ancora lì. Hanno terminato il mausoleo che è al centro di questa storia ed è gigantesco, ci hanno costruito attorno un parco, ma per fortuna non hanno distrutto il quartiere, la casa di mia nonna è sempre lì. Forse tra qualche anno scriverò un’altra storia su tutti noi bambini, ma per me non è facile, mentre scrivo, come ti dicevo io rivisito quei luoghi, mi ci reco, ritrovo personaggi, appaiono dal passato e sono quasi presenze fisiche. Ad esempio Spuma, NonnaCatarina, sono state memorie arrivate a sorpresa, che hanno quasi preteso di finire nel libro, non avevo programmato di metterceli.Molti dei miei amici di infanzia sono sparsi per il mondo, altri sono sempre lì, altri ancora li ritrovo solo nella mia memoria.

Che mi dici di Charlita, la bimba che condivideva i suoi bruttissimi occhiali con le sorelline per guardare le telenovelas?
Lei era una persona incredibile! E gli occhiali erano davvero orribili, lei li prestava alle sue sorelle solo qualche volta, quando non c’era niente in tv che le piacesse perché tutte e tre erano quasi cieche. Sai, durante una presentazione di questo libro ho visto avvicinarsi due donne guardandole avevo una sensazione di familiarità indefinita; quando una di loro si è avvicinata ho capito che era Auria, la sorellina di Charlita, aveva 3 anni l’ultima volta che l’avevo vista! L’altra stava ad occhi bassi, era timidissima, ma dalla postura della testa, ho capito che doveva essere Charlita. Nessuno di noi due è riuscito a dire molto, siamo stati zitti quasi tutto il tempo, lei per la sua timidezza, io perché ero imbarazzato da quanto spesso avevo usato lei, i suoi occhiali e la sua famiglia nei miei racconti. Le ho chiesto scusa per questo, le ho spiegato che la sua famiglia era talmente particolare ed interessante che non potevo farne a meno. Mi ha detto che lei capiva ma suo padre in particolare non era contento, lui non aveva mai avuto un AK 47 in casa! Bene, ho cercato di spiegarle che nella mia storia io avevo bisogno che lo avesse… Le ho promesso che gli avrei parlato ma sono trascorsi anni e non ho ancora trovato il coraggio di farlo.

I LIBRI DI ONDJAKI




 

 

 
 
 
 
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