Intervista a Paco Ignacio Taibo II

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Paco parla e ride sotto i baffi. Lo senti che se la gode, a raccontarci l’ennesima trama intricatissima. Lo avverti che si è proprio divertito a raccontare questa storia assurda, patchwork di tante altre storie. Col suo piglio inconfondibile, la voce arrochita dalle sigarette e impastata dai peli dei folti baffi ci racconta questo ennesimo viaggio nel quale lo abbiamo seguito ben volentieri. La foto è di Gustavo Aguado




Quando hai cominciato a scrivere La bicicletta di Leonardo, da dove sei partito? Da un personaggio, da un luogo?
Ho tirato tutto fuori da un armadio nel quale nel corso di molti anni ero andato depositando storie che mi piacevano. E all’improvviso mi sono detto: “Non voglio tornare a fare più nella mia vita letteratura lineare, non me lo merito, né se lo meritano i miei lettori”. Così, cerchiamo di fare una letteratura non lineare. Il mondo è sufficientemente complesso per tentare di raccontarlo in termini di complessità. Ho iniziato a progettare in testa un romanzo-fiume. Un fiume non è una linea retta, è una serie di affluenti che si incontrano fino a costruire una grande corrente. Questa era l’idea, il punto di partenza de La bicicletta di Leonardo. Un enorme armadio stipato di storie strane e l’idea di fare un romanzo-fiume. Tu puoi far procedere un romanzo che ha tre gambe; il tavolo del romanzo ha tre gambe, una sono i personaggi, una l’aneddoto, la peripezia e la terza è l’atmosfera. Puoi spingere il romanzo se spingi i personaggi, perché lo slancio ai personaggi lo si dà muovendoli, cambiando, chiedendo spiegazioni, azioni; la puoi fare avanzare, la storia, se spingi l’atmosfera perché così vai a costruire il clima e quindi i personaggi reagiscono in relazione allo spazio nel quale si stanno muovendo. Oppure la puoi fare avanzare se costruisci grandi aneddoti e quindi i personaggi si vanno intricando in questi grandi aneddoti. Allora il problema era: “Dove vado quando scrivo La bicicletta di Leonardo?” e mi sono detto “Non voglio saperlo. La voglio scrivere, la storia, come tu la leggerai”. Questo significava un esercizio letterario più o meno complesso e cioè: il romanzo si deve scrivere dall’inizio alla fine e dopo riscriverlo dalla fine al principio e dopo di nuovo dall’inizio alla fine e dopo ancora dalla fine al principio per calzare, in modo che quello che il personaggio dice in tale capitolo lo dica perché… non lo sappiamo ancora perché, e allora… Ok? Allora deve essere una letteratura di andata e ritorno, andata e ritorno aggiustando la trama. C’era un pregio, ovviamente, quando ho iniziato a scrivere: avere una doppia tensione. La tensione del romanzo poliziesco (che è successo, e adesso che succede, chi a fatto cosa e perché è successo quest’altro) e la tensione di come si possono riunire cinque storie apparentemente impossibili da riunire. E questo mi piaceva molto perché creava una tensione doppia nel lettore. In origine avevo la storia meravigliosa di uno scrittore in crisi che ha una gamba rotta, che guarda partite di basket in tv, la tv è senza audio e mentre inizia a raccontare queste partite di basket femminile nordamericano di serie B, le inizia a raccontare in chiave porno e inizia ad emozionarsi molto come se avesse fatto una nuova scoperta nel pianeta grazie agli strani sentieri della cibernetica e della tv portatile. Diventa ammiratore delle Texas Longhorns che giocano a El Paso, Texas, mentre lui se ne sta chiuso con la sua gamba rotta a Città del Messico. All’improvviso, la capitana delle Texas Longhorn, una giocatrice di nome Karin, sparisce. Non c’è in partita, non c’è in panchina. E dove sta? E il tipo dice “Non può essere”. Torna ad accendere la tv la settimana successiva e non c’è. E non c’è modo di avere alcuna informazione perché le Texas Longhorn nei giornali messicani non esistono. E dove sta? Allora decide di inscenare una fuga alla scoperta della verità con il metodo del Titanic. Apre i rubinetti dell’acqua di casa sua, mette Santana a tutto volume e parte verso la frontiera messicana tra El Paso e Ciudad Juarez. Che grezzo l’inizio, si potrebbe dire. Il principio ha grinta, però. Che succede? Nella mia testa sapevo perché era sparita. Era sparita perché era stata rapita, l’avevano operata e le avevano rubato un rene e l’avevano buttata davanti alla porta di un ospedale. Quindi avevo uno scrittore convertito in detective. Dico, “E ora?” E ora complichiamo le cose. Tiriamo fuori dall’armadio Leonardo da Vinci. Nell’arco della mia vita avevo raccolto moltissime piccole storie su Leonardo che non intendevano essere una biografia di Leonardo, ma solo dei momenti che mi appassionavano perché erano confusi, interessanti, strani.

Ma perché proprio Leonardo da Vinci, senza rivelare troppo della trama?
Sir Edmund Hillary, esploratore dell’Everest, quando la stampa britannica gli chiese: “Sir Edmund, perché l’Everest?”, lui risposte: “Because it’s there, Perché sta lì”. Perché Leonardo? Perché sta lì! C’erano un sacco di cose interessanti e tra queste, la più interessante o una delle più interessanti, è la bicicletta. Secondo me Leonardo aveva scoperto la bicicletta 400 anni prima che si scoprisse la bicicletta. Mi sembrava affascinante e allora mi sono detto “mettiamola dentro”. E il romanzo andava avanti. Il protagonista arrivava ad indagare cosa stesse succedendo, i trapianti illegali, il furto di organi ect. Mi dico che ho bisogno di alcuni personaggi maligni, molto potenti. Ho il meraviglioso Leonardo, ho José Daniel Fierro e i personaggi maligni sono derivati da alcuni artefici dell’operazione Phoenix. Phoenix fu una operazione che vide protagonista la CIA negli omicidi di massa in Vietnam. Allora ripercorrendo il cammino delle ultime 80/90 ore dell’Ambasciata nordamericana a Saigon dico “Ah, questo mi piace un sacco. Via dentro il romanzo!”. Come lo connetto? Vedremo! Andiamo avanti e vediamo quello che succede. E dopo, questo mi ha portato a trovare un punto di contatto tra la scoperta delle carte perdute di Leonardo che dimostravano l’esistenza della bicicletta e il personaggio centrale. Mi ha portato a trovare la storia del nonno del personaggio centrale, un pistolero anarchico nella Barcellona impazzita del 1920. E con questo materiale mi sono detto: “Eccoci, adesso sì, costruiamo avanzando in parallelo perché il finale con il progetto del romanzo fiume si riunisca a formare una trama completa”.

Tra tutti questi personaggi che popolano questo ricchissimo romanzo, ce n’è uno a cui ti sei particolarmente affezionato, che avevi voglia di continuare a raccontare e uno che invece avresti voluto uccidere alla seconda pagina?
Sì, José Daniel Fierro: devo riconoscere che è il mio alter ego. Gli regalo cose, il gusto per la carnita di Guanajuato, gli regalo il gusto per Santana ‒ io sono un grande ammiratore di Carlos Santana ‒ e lui in cambio mi regala avventure impossibili. Ho scritto altri due romanzi e un racconto con José Daniel Fierro e ho iniziato un terzo romanzo con José Daniel Fierro, questo scrittore che si trasforma in detective. Uno che avrei voluto uccidere, invece, è Jerry, a Saigon, che mi sembra molto interessante, un tipo di operatore che la CIA teneva agli inizi degli anni ’60,’70 e anche negli ’80: vere e proprie figure del male. Mi interessava molto costruirla come una forte figura del male.

Cambiamo argomento, uscendo fuori dal romanzo. All’interno del genere giallo poliziesco nella letteratura contemporanea odierna, c’è uno scrittore che preferisci?
Sì ci sono parecchi colleghi interessanti che scrivono qua e là. Seguo con affetto Jerome Charyn, romanziere nordamericano che credo sia abbastanza pubblicato ormai da molti anni in Italia. Mi sembra uno scrittore molto intelligente.

Sei messicano di adozione…
Di adozione no. Sono messicano per proposito vitale.

…Sei messicano per proposito vitale, ma sei nato in Spagna e, da un punto di vista non politico ma sentimentale, come ti senti rispetto a questi due Paesi che in qualche modo ti appartengono entrambi?
Quando hai due radici, la cosa migliore è essere schizofrenico, non ti crea problemi. La schizofrenia è un’attitudine sana quando hai due radici differenti: accettale, non succede nulla. Qual è il problema? Sono due, ebbene sì, sono due. Molto meglio che essere uno.

Ai lettori che hanno letto e apprezzato La bicicletta di Leonardo, quale altro romanzo tuo consigli di leggere?
Credo che le cose più interessanti che ho fatto siano i romanzi che seguono questa linea. Quindi A quattro mani e Ritorniamo le ombre. Ce n’è un altro, anche questo con José Daniel Fierro, Come la vita, la storia di uno scrittore di romanzi polizieschi al quale viene proposto di essere sceriffo di un paese sperduto in cui la sinistra ha vinto le elezioni e in cui sta intervenendo il narcotraffico. Lui dice no, se lì uccidono, se i due sceriffi di prima li hanno ammazzati; sì, gli dicono, ma poi esci sul “New York Times”; sì esco sul “New York Times” nei necrologi. E all’improvviso l’idea inizia a catturarlo: passare dallo scrivere storie poliziesche a viverle. Allora va a guidare il villaggio di SantaAna, altro omaggio indiretto a Santana.

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