Intervista a Paola Barbato

Paola Barbato
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Paola Barbato è una quarantenne tenace. Lo ha dimostrato in occasione dell’uscita del suo romanzo Mani nude, edito da Rizzoli nel 2008 e inizialmente passato in sordina, vuoi per una scelta grafica poco azzeccata, vuoi perché chi ne parlò non aveva forse ben capito di che cosa trattasse l’intensa storia che Paola ha intessuto. E invece, alla fine, la sua soddisfazione se l’è conquistata ottenendo il Premio Scerbanenco e catturando l’attenzione del pubblico che già la conosceva per la grande professionalità come fumettista di Dylan Dog e per il suo primo romanzo Bilico. Tra i suoi tanti impegni spiccano la presidenza dell’associazione Mauro Emolo ONLUS che si occupa di persone affette dalla Corea di Huntington e l’amore per i cani e gli animali abbandonati.

Il tuo lavoro si concentra principalmente sulle sceneggiature del mitico fumetto Dylan Dog e sull’attività di scrittrice, attualmente di romanzi. Come si legano, e come si differenziano queste due sfere?

Il solo legame è che a scriverle sono sempre io. Ma sono due cose molto diverse, anche se entrambe attinenti con la creatività e con la parola. C’è la stessa differenza che intercorre tra uno sport e un’arte marziale. Il fumetto è disciplina, rigore. Ci deve essere un’idea di fondo, naturalmente, e sentimenti e suspance, ma il tutto va inserito in un telaio di pura tecnica. Il fumetto non consente sbavature, i tempi, la scansione degli avvenimenti, i personaggi stessi non possono perdere coerenza. Dopo dieci anni io ancora non sento di avere appieno padronanza della tecnica. Per questo mi fa sorridere chi ha un approccio semplicistico al fumetto: bisogna esserci veramente portati oppure aver voglia di studiare, e sodo. La scrittura “libera” invece è qualcosa di personalissimo, difficile chiuderla in gabbia, darsi regole. È un rischio maggiore, ci si mette dentro molto più di sé e si rischia sempre di “sfuggirsi di mano”.

 

Da dove nasce l’idea del tuo primo romanzo – Bilico – e quale è il percorso che ti ha portato all’ideazione di Mani nude?

Bilico è nato per gioco, mi divertiva l’idea di creare un romanzo a puntate con una protagonista negativa. Un sito internet, I pinguini, mi ha dato la possibilità di cimentarmi con questo divertentissimo gioco e l’ho fatto. Ogni scelta non è stata casuale, non ci sono errori e non ci sono ripensamenti. Lo spirito che pervade Bilico, e l’ordine dei suoi avvenimenti, è nato così e così doveva essere. Poi qualcuno lo lesse e lo propose alla Rizzoli (grazie Giuseppe!). Mani nude, invece no. Quello è stato lavoro da subito, la famigerata opera seconda. Nato con la consapevolezza del pubblico, delle aspettative della casa editrice, nato perché fosse pubblicato e quindi letto. Due le idee base, i temi che mi hanno portato a crearlo. Il primo è il tema della “cattività”, ovvero se cambiando il mondo in cui viviamo anche la nostra natura muta. In cattività, ovvero in un luogo a cui non sembrava fossimo destinati, anche la nostra personalità cambia? E poi c’è la mia anima animalista che mille volte ha augurato agli aguzzini che costringono delle povere bestie a sbranarsi di finirci loro nel recinto, costretti a fare la stessa cosa su cui hanno lucrato sinora. Ho unito le due cose ed è nato Mani nude, che non è un romanzo sui combattimenti, ma è una storia umana, fatta di rapporti umani e sentimenti. Non sembra, ma io sono MOLTO sentimentale.

 

Mani nude è un romanzo che parla di violenza, di contatto fisico diretto, di affronto a mani nude, per l’appunto, fino alla morte, ma chi lo ha letto sa che c’è molto altro da scoprire e che il combattimento tende poi a scivolare in secondo piano per lasciare spazio ad altro. Vuoi spiegare a chi non lo ha ancora letto che cosa vuole davvero comunicare il tuo ultimo romanzo?

Io non racconto mai qualcosa che non conosco. “Traduco”, “metaforizzo”, invento e inghirlando, ma alla fine parlo sempre di ciò che conosco, o che addirittura ho toccato con mano. Mi sono chiesta spesso cosa significhi “normalità”. Ciò che è normale in certe culture per noi è mostruoso, ciò che è normale per noi viene considerato totalmente innaturale da altri popoli. Proviamo quindi a eliminare il concetto di “normalità”, facciamo tabula rasa del piano morale e guardiamo le persone, i loro rapporti, le interazioni, le reazioni… In un contesto assolutamente inconcepibile come quello di Mani nude sono poi così diversi dai nostri? No. In Mani nude un ragazzo ancora acerbo subisce la schiacciante influenza di un uomo che ormai ha perso interesse per la vita, mentre il ragazzo ha appena perso tutto. Due persone che non si sarebbero mai incontrate, nella “normalità”. Ma che lì, facendo incontrare le loro solitudini, diventano padre e figlio, maestro e allievo, al di là dei combattimenti e della violenza, l’uno dona ciò che è all’altro, come e più che nella “vita vera”. Ho mostrato che un contesto aberrante non rende le persone mostri. E quando ho riportato i miei personaggi nella realtà “accettata” niente è cambiato davvero. Alla fine quello che i interessa è indagare l’animo umano. Ho parlato di innocenza, un’innocenza che riesce a sopravvivere affogata in un mare di perversione.

 

Sono rimasta molto colpita dal tuo primo blog, ho notato come tu ti sia voluta aprire al pubblico, mostrando i luoghi in cui vivi e crei. Si percepisce un certo disordine spartano, in senso positivo. I luoghi in cui lavori rispecchiano la tua personalità?

Assolutamente sì.

 

Chi è Batiza (il protagonista di Mani Nude) e chi è Minuto?

Di Davide/Batiza ne ho conosciuti due nella mia vita: ragazzini bellissimi e inconsapevoli del potere che la bellezza dava loro. Per nulla intaccati dal giudizio degli altri perché coperti dalla patina degli “intoccabili”. A sedici anni non prendi di mira chi è più bello, ricco, alto e forte di te. Così va il mondo. Sono protetti, chiusi in una bolla di vetro, e possono maturare con lentezza. Questo processo, questa maturazione ancora agli inizi, verrà bloccato, congelato dallo strappo che la comoda vita borghese di Davide/Batiza subisce. Una parte di lui avrà 16 anni per sempre. Minuto invece è un personaggio complesso, nato dalla fusione dei pochi gentiluomini veri, signori d’altri tempi, che ho avuto il privilegio di conoscere. Impastati, ovviamente, con le caratteristiche dei malavitosi, gli “uomini d’onore”, anch’essi ormai scomparsi. Minuto è una figura gentile e terribile, il Maestro severo per il “bene” dell’allievo, che mutila la sua sensibilità per renderlo più forte e gli insegna la più forte delle regole di sopravvivenza: “L’amicizia è un errore. L’affetto una debolezza”.

 

Il voyeurismo (di cui parli nel tuo ultimo romanzo) è un fenomeno largamente diffuso. Pare che tutti ne siano affetti… per quale ragione, secondo te?

Nessuno riesce più a farsi bastare la propria vita. Molti vivono la versione “base” di loro stessi, non affrontano la fatica di evolvere, cercano scappatoie, strade fragili. Oppure si appagano nel riflesso di ciò che non sono, non saranno, non avranno mai il coraggio di essere. Nel bene e nel male. Giusto per non tirare in ballo il peggior male di tutti i tempi: la noia. Per noia gli esseri umani sono capaci dei gesti più spaventosi.

 

So che a breve uscirà una serie su SKY sceneggiata da te. Vuoi parlarne?

Non posso dire molto. Mi sono ispirata ai fatti di cronaca, recenti e non, incentrati sul satanismo, ma ho voluto scegliere un punto di vista anomalo. Interno ed esterno. Il punto di vista di un padre che vive a fianco di un figlio che è entrato in questa realtà, con relative conseguenze, e non se ne accorge mai. Così da essere costretto, una volta sparito il figlio, a seguire il suo stesso percorso, vivendolo dall’interno, in prima persona, partendo da zero. Sulla sua pelle tutti i cambiamenti, gli sconvolgimenti, il crollo dei luoghi comuni e l’inevitabile orrore che questa realtà nasconde.

 

Quale è il tuo legame con il personaggio di Dylan Dog? Come sei riuscita ad interiorizzarlo?

Non l’ho mai interiorizzato. È qualcuno che conosco bene. Da sempre dico che Tiziano Sclavi non ha creato un personaggio ma una persona, e in quanto tale l’ho avvicinato, conosciuto, studiato, ci ho litigato, gli ho voluto bene. Potrebbe essere mio cugino. È diverso da me, quasi in tutto, e questo è un bene perché mi consente di essere rispettosa. Dylan non si comporta mai come Paola, ma si comporta come Dylan, nei miei albi. Perché come Paola farebbe assolutamente tutt’altro rispetto a quello che fa! Ed è MOLTO fortunato.

 

Hai aperto un blog che si intitola Recensioni pubbliche e private a un libro passato sotto un silenzio assordante riferendoti a Mani nude. Perché?

Perché? Bella domanda. Io so perché ho aperto il blog: perché il libro non è stato recensito. Il paragone con Bilico non regge, il lancio di un’esordiente con un libro giudicato poi tanto controverso, era inevitabilmente diverso dal lancio di questo romanzo, secondogenito, scomodo, non thriller, quindi mi aspettavo certamente una reazione diversa dal pubblico. Ma qualcosa d’altro deve essere successo, perché il libro nel primo mese d’uscita ha avuto solo tre recensioni, di cui almeno un paio di parte. Niente segnalazioni, non stroncature, insomma, niente. Silenzio. Come se non fosse uscito. Troneggiava nelle vetrine e nessuno ne parlava. E, davvero, il perché non lo so. Sembrava che non esistesse, che non fosse mai stato nemmeno scritto. Moltissime persone (compresi diversi colleghi) non sanno che Mani nude c’è. “Purchè ne parlino” diceva Wilde, e non necessariamente sono d’accordo, ma un tale immenso silenzio non ha avuto risposta nella mia testa. Avrei seriamente preferito che sei o sette critici me lo demolissero, almeno sarebbe esistito! E così ho aperto un blog pubblico di recensioni (oltre a un altro che racconta vari backstage del libro, come la creazione dei personaggi, le copertine scartate ecc.) perché almeno il pubblico lo recensisse. E così è. Finora forse una trentina di recensioni, tra pubbliche, private e web, ma sono trenta voci che testimoniano la sua esistenza. Poi Mani nude ha un blog dedicato e una pagina su MySpace.

 

Pensi che dopo Mani Nude pubblicherai ancora? E se sì, sempre rivolta alla grande editoria?

Me lo auguro vivissimamente, e attualmente non ho ragione per temere che non sia così. Ma sono troppo scaramantica per dormire sugli allori. Anzi: dormo sempre con un occhio solo.

 

I libri di Paola Barbato
 

 

 

 
 
 
 
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