Intervista a Paolo Giordano

Paolo Giordano
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Ogni autore ha una sua storia e un proprio modo di porsi. Per intervistare Giordano ci si deve far spazio tra orde di fan... Mi siedo tra il pubblico con le mie domandine scritte su un foglietto, mi metto in prima fila se no addio, non sento una parola. Alcune curiosità vengono subito svelate dal conduttore dell'incontro, poi al fatidico: "Ci sono domande?" arriva la mia raffica...

Come si diventa scrittori così giovani?

E’ strano come il discrimine per diventare scrittore sia la pubblicazione del libro. Sembrerà paradossale, ma io mi sentivo più scrittore lo scorso anno durante la fase della scrittura de La solitudine dei numeri primi che adesso. Però è un dato di fatto che bisogna aspettare il benestare altrui e che sei tanto più 'scrittore' quanti più libri vendi. Io abbraccio la definizione che ci siano molti autori ma pochi scrittori, e tutto sommato non credo che ci sia un istante esatto in cui cominci a credere di essere uno scrittore.

 

Come ti poni rispetto alla realtà che ti circonda, alla società: che rapporto hai con quello che ti sta intorno?

Un conto è leggere le notizie e prendere atto di quello che è successo, un’altra cosa sentire e percepire che questa cosa ti riguarda. Per me arrivare a sentirmi parte di una realtà generale è stato un percorso lento. Non ho cercato nell’adolescenza un’appartenenza, non mi identificavo con nessuna ideologia e questo mi rendeva avulso dal resto: ho dovuto lasciare che questo percorso si sviluppasse da sè e piano piano sono arrivato a sentirmi parte della società civile.

 

Perché due protagonisti giovanissimi nel tuo libro d'esordio La solitudine dei numeri primi?

Prima di arrivare al romanzo avevo scritto solo racconti con protagonisti bambini, per cui è stato naturale per me scegliere due protagonisti molto giovani e parlare alternativamente delle peripezie di Alice e Mattia che come avrete letto raccontano la loro storia per arrivare ad un lieto fine. Ho l’idea dell’adolescenza come di un lungo periodo in cui si guarisce dall’infanzia. Io per scrivere sono andato a pescare nel bagaglio della mia infanzia, come se le cose davvero importanti le avessi vissute solo lì. Nell’adolescenza guardi un po’ sotto il coperchio di una pentola nella quale durante l’infanzia hai infilato un po’ di tutto e da lì cominci a capire che cosa hai vissuto davvero.

 

La tua attività di scrittore prende le mosse da un corso di scrittura prestigioso, no?

Ho frequentato la scuola di scrittura Holden di Alessandro Baricco e Lea Iandiorio, sì, ma ho un atteggiamento conflittuale con i maestri in genere, 'mi durano' poco: se trovo un libro che mi sconvolge comincio a eleborarne i motivi, quindi l’interesse scema una volta che ho capito perché. Amo gli scrittori americani come Chuck Palahniuk che tendono all’assurdo, mentre quando mi metto a scrivere vedo che non sono in grado di scrivere così, che non seguo le cose che mi hanno ispirato. Un altro maestro è sicuramente Michael Cunningham, che mi ha accompagnato per un lungo periodo della mia vita.

 

Veniamo all'esperienza del Festivaletteratura di Mantova 2008: molti scrittori, ma pochi confronti?

Mi dispiace vedere che non c’è tanto interesse per il lavoro altrui, che sia un'utopia dialogare con chi fa il tuo lavoro. E’ normale che nel momento in cui si fa breccia ci sia una crescita esponenziale, è la prima soglia che è difficile da superare poi dopo ti rotola tutto addosso. Ma al di là della certezza del fatto che sia una esperienza unica quella che sto vivendo, non mi piace questo accanimento che va fuori dal tuo controllo e che non ti da la possibilità di riflettere sulle cose.

 

I libri di Paolo Giordano

 

Il Premio Strega 2008 va a Paolo Giordano



 

 

 
 
 
 
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