Intervista a Paolo Mascheri

Paolo Mascheri
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Sul suo blog, un’unica pagina nera Blogger intestata a suo nome, senza foto né altri post (sarà proprio lui?) una dichiarazione d’intenti alla ricerca della credibilità letteraria, e un avviso: Non chiedetemi di scrivere libri su commissione né invitatemi a partecipare “a tutti gli eventi in cui l’autore  viene trasformato in un buffone carino alla mercé degli applausometri, palloncini e risate e la letteratura diviene una volgare caricatura di se stessa”.
Prima domanda, che muoio di curiosità: hai preso questa decisione in seguito a un’esperienza traumatica che forse hai voglia di raccontarci?
Nessun evento traumatico. Ho avuto la possibilità di andare a Cuneo e Pordenone per fare un fight writing con altri giovani scrittori esordienti. Nel primo caso, se non mi confondo, il vincitore sarebbe stato decretato tramite applausometro; nel secondo con dei palloncini colorati. A entrambi gli eventi ho detto di no.

 

A parte gli scherzi, scrivi di averne parlato con editori, uffici stampa e organizzatori di festival letterari ma lascia che te lo chieda anch’io: non hai paura, rifiutando gli inviti a letture pubbliche più o meno “divertenti e colorate”, di perdere la possibilità di confrontarti con un pubblico di lettori (dando per scontato che coloro i quali vanno ad assistere a simili festival siano persone che leggono e conoscono ciò che hai scritto)?
Certo, in parte è così. E' più facile fare il giovane esordiente accomodante pronto a vendersi anche la mamma per avere i contatti giusti o aumentare i voti su anobii o giocare allo pseudointellettuale antiberlusconiano e poi usare sempre metodi berlusconiani. Correre il rischio è necessario per essere uomini prima che scrittori. E alcune persone lo hanno capito e mi hanno scritto per ringraziarmi. E credo che anche alcuni addetti ai lavori abbiano capito che c'è bisogno di non essere sempre allineati o ipocriti. La mia idea è questa: la più pesante eredità degli ultimi quindici anni è - e sarà - la banalizzazione di ogni cosa. Io voglio oppormi a questo. La libertà d'espressione è un valore assoluto per me: quindi non sono interessato a fare il pagliaccio.

 

I racconti di Poliuretano sono spesso ambientati in quelli che probabilmente sono i luoghi che conosci, che frequenti, nei quali sei cresciuto. E' una scelta stilistica precisa o è successo in modo spontaneo? E quanto c'è di autobiografico (o magari di riferito alla vita di persone che conosci) nelle tue storie?

E' una scelta precisa, decisamente voluta. A me interessa ottenere "involucri esistenziali" perfettamente credibili e coerenti; quindi è inevitabile che scelga di descrivere un mondo che conosco: borghese, più o meno benestante, contraddittorio. Se scrivessi di operai o barboni non sarei altrettanto onesto e credibile. Ovviamente lo stesso discorso vale sul piano autobiografico del libro. Molte cose sono strettamente autobiografiche; altre inventate. Questo però lo sa solo l'autore e credo che il lettore non debba mai indagare troppo sulla vita di chi scrive.

 

Uno dei temi centrali delle vite dei tuoi personaggi è la solitudine. Cosa vuol dire esattamente per te essere soli in una società come la nostra?

In questo senso i miei racconti rispondono per me....

 

Spesso fai riferimento a temi, personaggi, musica, oggetti che andavano per la maggiore negli anni '80 o giù di lì. Questo ha spesso generato in me una sensazione di gradevole familiarità, ma non sei un po' troppo giovane per conoscere così bene l'estetica di quel periodo?

Dell'estetica degli anni ottanta conosco superficialmente solo quello che è arrivato oltre i novanta tramite anche revival e riesumazioni più o meno modaiole.

 

Chi o che cosa ti ha ispirato un rapporto tanto malato e morboso tra padre e figlio come quello che descrivi nel tuo primo romanzo Il gregario?
Morboso e malato sono aggettivi, a mio avviso, un po' esagerati e lapidari. C'è un rapporto molto passionale e sanguigno e mediterraneo, il rapporto tra padre e figlio è un legame molto forte. Anche io sono un uomo da legami forti.

 

Che lettore sei? Parlaci dei tuoi autori preferiti e anche di quelli che proprio non sopporti...

Sono un lettore che ama approfondire gli autori che più lo colpiscono. Autori che amo molto sono: John Fante, Gutiérrez, Raymond Carver, Charles Bukowski, Michel Houellebecq, Thom Jones, A.M. Homes. Mi piace la letteratura politica, nel senso alto del termine. Non mi piace la letteratura militante, d'impegno civile, barricadera. La trovo, il più delle volte, banale e ruffiana.

 

Quali sono i tuoi autori italiani preferiti – viventi o defunti - e perché?
Dovrei citare Pasolini, Montale, Mastronardi e tutti quelli che dimentico. Negli ultimi anni: Francesca Mazzucato, Andrea Carraro e tra quelli della mia generazione: Andrea Di Consoli, Gianfranco Franchi, Andrea Consonni e tutti quelli che (ancora) dimentico.

 

Che cosa fai quando non scrivi? È il tuo lavoro principale?
No, non è il lavoro che mi dà da vivere. Quando non scrivo, lavoro, faccio il padre, il compagno, il figlio.


Che libri regaleresti alle più alte cariche dello Stato italiano (Presidente della Repubblica, del Consiglio, di Camera e Senato) e al Ministro dei Beni Culturali?
Scelgo un solo libro per tutti i governanti in ogni angolo di mondo: Memorie di Adriano della Yourcenar.

 

I libri di Paolo Mascheri
 

 

 

 
 
 
 
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