Intervista a Paolo Nori

Paolo Nori

Paolo scrive così, come dire, da flusso di coscienza parmense: una specie di presa diretta della vita, che registra "la cosa che accade" nel momento in cui accade. E, come diceva Pascal, riesce a cogliere  “la profondità che è nella superficie”. Lo fa con una cifra stilistica che vede protagonista una sorta di “balbettio lessicale e grammaticale”, che riproduce distrattamente il parlato, in una lotta costante con la parola: “A me piace così tanto questo fatto di uno scrittore che combatte le parole, come un musicista che combatte la musica o un pittore che combatte i colori, o un fotografo che combatte la luce, mi piace così tanto che lo trovo fin commovente”. Il sapore nella lettura è surreale, che poi a pensarci è puro realismo: l'impressione è che il mondo vero sia così surreale e che continuamente superi qualsiasi tentativo di renderlo tale.

Cesare Zavattini consigliava agli sceneggiatori di prendere l'autobus, per raccontare una storia. Ed è un po' la sensazione che si prova leggendoti: salire sull'autobus, accomodarsi nella tua testa e comodamente guardare da vicino piccoli, minuziosi, ininfluenti e poetici dettagli che aprono a storie e a mondi. Non ti senti un po' spiato?
Non mi sento spiato perché la testa che c’è dentro i libri non mi sembra sia la mia testa, è come se li scrivesse la testa di un altro che non saprei dire chi sia.


Sempre a proposito di Zavattini e di quel mondo, tutti i tuoi romanzi hanno un sapore neorealista. In particolare, colpisce come ne I malcontenti la tesi di fondo stia davvero sullo sfondo, con i dettagli del quotidiano messi, invece, in primissimo piano. Un bel modo di mettere nella prospettiva giusta 'sti Malcontenti, che “bravissimi, si mettono lì e non rompono troppo i maroni”. Voluto? Casuale? Ho preso una cantonata nel fare quest'associazione?
Mi sembra che sia vero, in questo libro i dettagli sono in primo piano, un po’ come succedeva in una scena di un film di Lubitsch che mi è tornata in mente intanto che lo scrivevo (il film si intitola Angelo, ed è del 1937). In quel film la scena centrale è una scena in cui il protagonista maschile, innamorato di una donna che ha conosciuto negli Stati Uniti e che è misteriosamente scomparsa dopo il loro primo incontro, disperato, fa un viaggio a Londra, e viene invitato a pranzo da un membro di un club londinese, un suo antico conoscente, e  scopre che la moglie del suo conoscente è la donna di cui lui è innamorato. Questo pranzo viene raccontato da Lubitsch senza riprendere i protagonisti e senza riprendere nemmeno la sala da pranzo: viene raccontato dalla cucina, attraverso i commenti di cuoco, cameriere e maggiordomo sullo stato in cui le varie pietanze rientrano dalla sala da pranzo, e questi piatti con gli avanzi, questi oggetti che normalmente, in un film, sono oggetti insignificanti, conquistano il primo piano, riempiono lo schermo e organizzano un racconto perfettamente esaustivo e lo spettatore ha l’impressione di essere davanti a un triplo salto mortale molto ben eseguito. Intanto che scrivevo I Malcontenti mi è venuto da pensare che io avrei forse dovuto provare a fare una cosa del genere: la storia principale che si racconta ne I Malcontenti è la storia della relazione tra due ragazzi poco meno che trentenni che, appena usciti dall’università e dallo spaesamento post universitario provano a entrare nel mondo, e provano a farlo senza fare saltare per aria la loro relazione, ed è la storia di come questa relazione poi alla fine salta per aria quando i due si mettono a lavorare insieme a un festival che si chiama il Festival dei malcontenti. Questa storia viene raccontata da uno che abita sotto di loro, che di quella relazione, di quell’entrata nel mondo e di quell’esplosione, vede in un certo senso solo i riflessi, i raggi che partono da quell’appartamento e che arrivano fino a lui in forma di suoni, rumori, umori, confessioni, reticenze e richieste d’aiuto, e nella ricostruzione che lui ne fa ci son dei dettagli, una finestra col vetro spaccato, una giacca color salmone, una borsa a strisce bianche e nere, la quarta di copertina di un libro francese dove c’è scritta una frase sola (Demain est une autre nuit) che sono importantissimi, per la ricostruzione della vicenda che fa da scheletro narrativo al romanzo. Le tesi, invece, le teorie, diciamo così, di Bernardo, l’io narrante, e di Giovanni, e degli altri che dentro il romanzo teorizzano, sono messe, come dici tu, negli angoli, sono quasi delle divagazioni, degli incisi, son venute così e mi sembra, adesso, che potessero venire giù solo così, ma chissà se è vero. 


E poi davvero grazie di questi Malcontenti, che ci permettono di guardare la stessa generazione raccontata male nei film di Muccino, ma senza quello sgradevolissimo edonismo a patinarla, così, solo per il gusto di qualcuno che si è preso la briga di averla testimoniata. Cosa ti ha spinto a raccontarci di loro?
Non saprei. Mi è venuto in mente un festival, il festival dei malcontenti, e ho cominciato.


Il libro diventa un contenitore in cui è lecito mettere tutto, dai casi personali e insignificanti, alle riflessioni più profonde. Quanto di personale c'è nelle tue storie e come scegli di farlo entrare?
Prima di tutto, io non capisco tanto come si fa a distinguere tra casi significanti e casi insignificanti; poi, se si potesse, devo confessare una certa passione per i casi insignificanti. Quanto c’è di personale non saprei dirlo bene neanch’io, ed è una cosa che, a me, non sembra tanto interessante.


Casi personali e riflessioni universali (Learco in un certo qual modo ricorda Arturo Bandini dei libri di John Fante), la capacità di farti piangere e quella di farti ridere anche mentre sei nella sala di attesa del dentista: leggerti è come sorseggiare vino rosso con un amico che ti prende davvero bene. Che bilancio fai a più di dieci anni dal tuo esordio?
Intanto grazie. Bandini è stata una lettura bellissima proprio di quegli anni lì che cominciavo a scrivere. Un bilancio mi sembra che oggi non abbia senso. Mi vien da dire che ho appena cominciato, anche se ho quasi cinquant’anni, che è una cosa stranissima ma dev’essere vera.


«A me interessa moltissimo capire come mai il contesto, in Italia, prenda sempre il sopravvento sul testo». Sono parole tue in occasione delle polemiche che la tua collaborazione con Libero ha scatenato. Alla fine lo hai capito perché qui da noi la cornice in cui dici le cose, viene prima delle cose che dici?
No, non l’ho capito. Non so. Se noi ci disponessimo su due schieramenti, come due eserciti dietro due barricate, l’una contro l’altra, potremmo farci un’idea degli altri molto chiara: chi è di qua è buono, chi è di là è cattivo. Ecco io ho l’impressione che, su molte cose, noi siamo così, schierati dietro quelle barricate anche se le barricate le han tolte da un po’, ma noi stiamo lì, dietro quelle barricate immaginarie con un’immaginaria divisa e non ci viene neanche il dubbio che stare al mondo non sia come fare il militare, che non sia obbligatorio prendere ordini da nessuno, che si possano fare dei passi avanti, dei passi indietro, di lato, dei giri, quel che vogliamo, senza aspettare l’ordine dei superiori. Certo, è un scelta rischiosa, perché se stai male, poi non puoi dare la colpa a nessuno.


Parlare su Libero a un’audience diversa dalle tue idee ha avuto un suo senso o le cose sono semplicemente le cose?
Mi sembra di sì, che abbia avuto e abbia senso, così come aveva senso, e credo avrebbe (e forse avrà) ancora senso collaborare con  Il Manifesto.
 

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