Intervista a Paolo Piccirillo

Paolo Piccirillo
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Paolo è giovanissimo e, anche se studia a Roma, viene dalla provincia di Caserta. Una terra tristemente nota alle cronache, ma che sta trovando il suo riscatto regalando al panorama letterario italiano autori validi e originali, capaci di far spaziare lo sguardo dei loro lettori in modo nuovo e sorprendente. Ed è proprio in casi come questi che un’intervista può trasformasi in un’interessante chiacchierata piena di spunti.
Di solito ai ragazzi molto giovani si chiede cosa vogliono fare da grandi. Tu vieni considerato un promettente scrittore: sono gli altri a scegliere per te o hai già realizzato il tuo sogno?
Io so solo che vorrei fare della scrittura il mio mestiere. Non so se sarà sceneggiatura o narrativa, o entrambe; per ora so che voglio raccontare storie ed essere pagato come viene pagato qualunque lavoratore utile alla società. I sogni, poi, sono altri.


Hai una scrittura molto “visiva”, capace di trascinare il lettore dentro il racconto a 360°, segno di un forte interesse per il cinema. Quali film ti interessano di più e che peso ha il cinema sul modo in cui nascono le tue storie?
In realtà la mia voglia di raccontare storie nasce proprio da una forte passione cinematografica. Ricordo che i miei primi tentativi di scrittura sono state strampalate sceneggiature che mettevano in scena per lo più oniriche miei visioni. Neanche ci pensavo alla possibilità della narrativa. Poi l'ho scoperta, ho iniziato a scrivere racconti, che poi immaginavo come possibili piccoli film. E ancora oggi quando penso a un romanzo, a una storia, butto giù un soggetto cinematografico. Insomma, qualsiasi cosa scrivo, nel mio inconscio, nasce per essere un film.
Tra i film che mi interessano di più ci sono quelli scritti da Paul Laverty, quelli diretti da Marco Ferreri e molte tra le commedie "amare" degli anni '60 in Italia. Senza dimenticare alcuni prodotti di serialità televisiva, come "Dottor House", "The shield" o "Grey's Anatomy". Insomma, amo molto l'accortezza narrativa anche nei prodotti audiovisivi.


Campano, casertano... è inevitabile farti una domanda su Roberto Saviano. Cosa ne pensi di lui?
Io penso che il giorno in cui lo Stato vorrà davvero far sparire la camorra, la camorra sparirà. Credo che lo stato abbia molto interesse affinché la camorra ci sia, e credo che molti uomini della nostra politica siano più che immischiati negli affari camorristici. Siano attori principali insomma della malavita, soprattutto quella imprenditoriale. Allora io spesso mi domando perché una persona come Saviano, che ha tutto lo spazio mediatico che vuole, che (a buon diritto) ha un seguito pazzesco di lettori e stimatori (tra cui io), mi domando perché non inizi ad attaccare anche il potere politico italiano; con più costanza e rabbia, come fa con i camorristi, perché molti politici sono camorristi (in Campania già inquisiti, nel resto di Italia ancora no...), facendo nomi e cognomi (che lui sicuramente sa). Io credo che Saviano potrebbe sfruttare di più (e dovrebbe farlo) lo spazio che ha. Mi è sembrato ridicolo vederlo a "Che tempo che fa" spiegare agli italiani perché lui ha la scorta, perché se la merita, la vita tremenda che è costretto a vivere, e cose del genere. Mi dispiace per lui, ma io lo stimo (e voglio continuare a farlo) perché s'è scagliato contro il Sistema che ha distrutto la mia terra, e deve continuare a farlo. Lo esigo, perché so che vuole e lo può fare. Della sua scorta, poi, mi interessa poco. Però ora so che sta preparando una trasmissione con Fazio. Quindi, chissà...


Cresciuto in quella che ormai è universalmente nota come Gomorra, non sembri però intenzionato a limitare la tua scrittura a quella realtà. In futuro intendi dare un’altra voce a un pezzo d’Italia che ha ancora tanto da raccontare?
Per ora direi di no. Sto progettando tutte cose che un po' per necessità produttive (fiction tv), un po' per scelte personali (vorrei sperimentarmi in luoghi molto lontani dal mio vissuto) non hanno nulla a che fare col casertano.

 

Se dovessi dare dei consigli ai tuoi coetanei che volessero scrivere?
Partecipare ai concorsi. A tanti concorsi. Farsi leggere, giudicare, stroncare il più possibile. Anche da chi magari ne capisce molto meno di te. Ma serve. Così ci si fa le ossa, e poi una cosa che ho capito da questa mia prima, breve esperienza letteraria è che se non ti fai leggere, nessuno ti leggerà. E se nessuno ti legge, non stai raccontando storie, non stai facendo lo scrittore.
 

I libri di Paolo Piccirillo

 

 

 

 
 
 
 
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