Intervista a Paolo Zardi

Paolo Zardi
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Mi capita di recensire un libro curioso, che guarda ai sentimenti da una prospettiva interessante, un po’ scientifica, un po’ grottesca. Inevitabile farsi domande sul suo autore, cercare di capire come sia nata questa raccolta e in generale cosa l’abbia spinto alla scrittura, trattandosi di un’opera prima. Il passo successivo è rintracciare Paolo Zardi, proprio dove ormai tutti siamo rintracciabili, ovvero sull’amato-odiato Faccialibro, dove scopro anche che è disponibilissimo a rispondere a tutte le mie curiosità. Il risultato? Ecco qui aneddoti, pregi, difetti e particolarità del nostro… Ingegnere di professione, prima blogger poi scrittore. Da quando scrivi e com'è nata questa passione? Ma soprattutto quando hai tempo per farlo? Vero che scrivi in treno come recita la quarta di copertina?
Anche se da ragazzo mi piaceva scribacchiare qualcosa, ho iniziato a scrivere “seriamente” nel gennaio del 2006, quando, per caso, ho aperto il mio primo blog: l'esperienza del blog è stata fondamentale, e determinante, per il mio avvicinamento alla scrittura. La storia del treno è vera: per alcuni anni, ho viaggiato molto, e ho approfittato di queste lunghe pause dalla vita di tutti i giorni per scrivere. Ora viaggio molto meno, per cui a volte, per poter ricavare un po' di tempo per la scrittura, sono costretto a svegliarmi alle sei di mattina. Ma per la scrittura, sono disposto a tutto!

 


Prima di pubblicare la raccolta Antropometria hai pubblicato on-line alcuni racconti, su Rivista Inutile e altro che non ricordo in realtà... Quando e come hai pensato che il tuo primo libro potesse concretizzarsi davvero?
E' stato un passaggio molto graduale. Quando ho iniziato a scrivere nel blog, nel 2006, non pensavo neanche lontanamente alla possibilità di pubblicare qualcosa – non era quello il motivo per il quale avevo deciso di passare il mio tempo libero a scrivere post. Alla fine del 2007, mi sono fatto convincere a partecipare ad alcuni concorsi nazionali di racconti; dopo averli vinti, ho iniziato a pensare che forse le cose che scrivevo potessero interessare a qualcuno. Giulia Belloni mi ha dato la prima possibilità nell'antologia dei Giovani Cosmetici, nel giugno del 2008. Poco dopo, ho avuto la fortuna di conoscere Francesco Coscioni e Angelo Biasella, i due fondatori della Neo Edizioni, grazie ai quali è venuto alla luce il mio libro di racconti Antropometria.


Considerando i tuoi inizi "web", colgo l'occasione per chiederti un parere: si discute tanto della digitalizzazione della letteratura, dell'avvento degli eBook e quant'altro, pensi possa danneggiare la lettura o al contrario favorirla?
Quando fu inventata la stampa, molti storsero il naso, e iniziarono a rimpiangere la bellezza dei libri scritti a mano, su pergamena: alla fine, sulla bellezza ha vinto la possibilità di diffondere idee in modo molto più semplice ed economico. Il web e gli e-book rappresentano già adesso una valida alternativa al libro cartaceo, che pur continuando a mantenere il suo fascino, presenta alcuni limiti che la tecnologia può facilmente scavalcare – penso, tra tutti, al problema dei libri che escono di catalogo, e quello legato alla difficoltà del reperimento dei libri dei piccoli editori. Il mio parere, dunque, è che si tratti di un processo inarrestabile, e sono abbastanza convinto che i nostri nipotini leggeranno più libri di noi, ma sugli e-reader.


Quali sono i tuoi scrittori di riferimento, attuali e passati?
Generalmente mi fido di pochi autori: ho un piccolo circolo di mostri sacri, che amplio con molta prudenza. Ho amato profondamente Kafka e Kundera, ma è stato Philip Roth a farmi venire la voglia di scrivere. Wallace e Flannery O'Connor sono gli scrittori che mi hanno fatto innamorare dei racconti. Amo alla follia Nabokov – non solo in Lolita, che considero uno dei più bei romanzi di tutti i tempi, ma anche in Fuoco Pallido, Ada, o ardore (un libro densissimo che mostra tutti i pregi e tutti i difetti della sua scrittura) e Pnin. Di recente, ho scoperto Flaubert, che trovo immenso. Se dovessi scegliere i libri da portarmi in una zattera, prenderei anche Signorina Cuorinfranti e Il giorno della locusta di Nathanael West, un autore poco conosciuto in Italia, che però è un gigante della scrittura. E poi Martin Amis (soprattutto per L'informazione), William Shakespeare (per tutto quello che ha scritto), Leopardi, e, a sorpresa, il grandissimo John Le Carrè, ingiustamente relegato al ruolo di scrittore di genere.


"L'antropometria è la scienza che misura il corpo umano". In un certo senso nei tuoi racconti mi sembra che tu voglia quasi "misurare" sentimenti e relazioni, li analizzi, li pesi, li scomponi. Questa tuo stile deriva dalla tua formazione scientifica immagino, che ne pensi?
E' un'ipotesi interessante, che per molti versi condivido. La mia formazione è in parte umanistica, sia per l'esperienza del Liceo Classico, sia per i miei interessi nel campo della letteratura, e in parte scientifica, per gli studi universitari ingegneristici. La matematica insegna il rigore e io in qualche modo cerco di applicare questo rigore anche alla scrittura; nei racconti, spesso uso un approccio quasi scientifico in contrasto con i misteri profondissimi, e inesplicabili, della vita – la morte, l'amore, il dolore, il desiderio; e a ben vedere, questo contrasto è il vero motore dei drammi che si consumano in Antropometria.


Leggendo il tuo blog ci sono un sacco di riferimenti alla cena della medie, alla prima comunione, insomma a eventi della tua infanzia o della tua adolescenza. Rifletti molto sul passato, ti piace ricordarlo? Cosa ti spinge a farlo?
Ho esplorato i miei ricordi soprattutto durante la mia prima fase di blogger – dapprima per caso, poi in modo sempre più consapevole e sistematico. Da un punto di vista letterario, adoro la forza struggente del ricordo – che trovo fortissima non solo in Proust, ma anche, e soprattutto, in Philip Roth e in Nabokov. Da un punto di vista umano, scavare nel proprio passato è un'esperienza che mi sentirei di raccomandare a tutti: oltre ad essere un buon modo per aumentare la consapevolezza di ciò che siamo adesso, ricordare è un'attività estremamente piacevole. Questa passione per i ricordi entra raramente nei miei racconti, nei quali mi concentro sugli aspetti drammatici della storia raccontata, mentre fa capolino nei post – che considero una forma di espressione  diversa da qualsiasi altro genere – e nelle cose più lunghe che scrivo.


Nel tuo ironico e intelligente metaracconto "Parlami dei finali" spieghi in un certo senso le modalità con cui hai scelto di addentrarti nei meccanismi dell'umano, delle relazioni, dei sentimenti, il tuo insistere sul sesso o su particolari a volte di poco conto ma alla fine determinanti. Possiamo considerare queste riflessioni un po' la tua poetica?
Il racconto al quale accenni – un uomo che parla con sua moglie di una raccolta di racconti che lui stesso sta scrivendo – è un piccolo divertissement che mi sono concesso soprattutto per alleggerire una sequenza di racconti particolarmente dura. E anche se è innegabile che le idee del protagonista assomiglino alle mie, queste coprono solo una parte della mia “visione” su cosa sia la letteratura: lo scrittore del racconto, ad esempio, trascura completamente uno dei miei capisaldi “estetici” che è la prevalenza della forma rispetto al contenuto nel conseguimento del risultato artistico finale, così come non accenna al fatto che ritengo che la scrittura (di racconti, romanzi e poesie) debba aspirare a farsi arte, la quale è l'unico strumento in mano all'uomo che ci consente di avvicinare, secondo strade sempre diverse, e spesso inconsuete, i grandi misteri della vita – misteri che, nel mio modo di vedere le cose, sono sempre “terreni”.


Per il momento hai scelto il genere del racconto breve ma, gironzolando per il web ho scoperto che hai anche un romanzo nascosto. E' vero, uscirà? Quale genere senti più tuo, racconto breve o romanzo?
Intorno al 2007, prima di iniziare a scrivere racconti, avevo imbastito un romanzo, che ho concluso nel 2008, e che non ho mai proposto a nessuno: è un libro per molti versi acerbo, sia dal punto di vista linguistico sia da quello strutturale. La maggior parte dei racconti del libro sono stati scritti in parallelo, e a valle, di questo primo romanzo. A metà del 2008 ho iniziato un secondo romanzo, che io considero decisamente più maturo, e che ho provato a proporre, a partire dall'anno scorso, ad alcune case editrici: con il senno di poi, ritengo di avere avuto troppa fretta nel “licenziare” questo tomo di quasi 500 pagine, e a breve prevedo di rimetterci mano per renderlo più coerente. Da circa un anno, infine, sto lavorando ad un nuovo romanzo, che spero di concludere entro il 2011. Purtroppo, o per fortuna, non esiste un automatismo che consente di passare dai racconti al romanzo, o viceversa: si tratta di mondi profondamente diversi, capaci di dare soddisfazioni spesso diametralmente opposte. Del racconto, amo la possibilità di sperimentare che viene concessa a chi scrive: uno dei racconti del libro, ad esempio, è costruito con un unico periodo – una tecnica che sarebbe evidentemente impossibile in un romanzo. Del romanzo, invece, amo l'ampiezza, che consente l'approfondimento dei personaggi e delle trame, e che consente, soprattutto, di usare la potenza della struttura in modo più libero ed efficace.

I libri di Paolo Zardi

 

 

 
 
 
 
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