Intervista a Paul Harding

Paul Harding
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Paul è diventato famoso per aver vinto il Pulitzer per la narrativa nel 2010 partendo da zero: il sogno di ogni scrittore esordiente del mondo, praticamente. Passato dalle librerie indipendenti alla consacrazione come scrittore affermato, questo ex batterista (suonava nei Cold Water Flat) ha grinta e determinazione. Ma non ha l’aria snob dell’arrivato e ritiene che l’umiltà sia una virtù per fare strada nella vita. Oltre a considerare parte della sua formazione le passeggiate nei boschi con il nonno, il che ce lo rende ancora più simpatico. Lo abbiamo incontrato per voi in quel di Milano.
Iniziamo con una domanda di rito, quasi uno standard che avrai sentito in ogni intervista: come ci si sente ad aver vinto il premio Pulitzer 2010 per la Letteratura?
Provo due emozioni fondamentali: incredulità e sorpresa. Le probabilità di vincere questo tipo di premio sono di per sé estremamente basse e la possibilità di vincerlo con un libro d'esordio ha dell'incredibile. Al momento del suo riconoscimento, L'ultimo inverno era ancora un prodotto acquistabile solamente in librerie indipendenti e ciò non fa che alimentare la mia più completa incredulità. Devo dire però che questo evento non mi rende presuntuoso, non ho la presunzione di arrivare chissà dove. Sono solo felicemente colpito, tutto qui. Tra l'altro, queste emozioni non sono ancora venute meno nonostante siano passati quasi dieci mesi. Stanno ancora lì come se l'avessi saputo proprio oggi... E anche questo in effetti mi sorprende.


La parola chiave è "romanzo d'esordio''. Quali sono stati i retroscena, nel bene e nel male, del tuo successo?
La scelta di darmi il Pulitzer rimane ancora circondata dal mistero. Si pensa che questo premio sia un premio che passa da uno scrittore famoso all'altro, attraverso un'esclusiva setta di scrittori famosi. Il Pulitzer che mi hanno dato non fa che confutare quest'idea, soprattutto per aver portato agli onori delle cronache le piccole librerie indipendenti: veri e propri motori del mio successo. Dal canto mio, è stato come vincere alla lotteria. È stato consolante, non solo per aver vinto il premio, ma proprio perché la mia esperienza dà testimonianza del fatto che tutti possono coltivare questa speranza. Ora chiunque sa che impegnandosi, dedicandosi alla letteratura, può arrivare ad avere un vasto pubblico partendo da qualsiasi livello. Negli Stati Uniti c'è una rete di lettori che si fida dei propri librai, i quali vendono libri a lettori che addirittura comprano più d'una copia di un solo volume allo scopo di distribuirle a familiari e amici. Potremmo considerarlo sorta di "evangelismo letterario''. Pertanto, le difficoltà, se ci sono state, non le ho sentite. Ho sempre affrontato qualunque sfida con ottimismo, nonostante fossi pubblicato da un piccolo editore. Mi sono detto: «Non importa se non ti conosce nessuno», la determinazione è il primo passo per coltivare una speranza.


So che sei stato batterista di un gruppo che ha riscosso un discreto successo e che hai profonda ammirazione per Elvin Jones, incommensurabile batterista di John Coltrane. Quanto la musica, come musicista e fruitore, ha influenzato e accompagnato la tua scrittura?
Il suono per me è fondamentale. Quando scrivo ricopre una funzione evocativa. Diciamo che "scrivo a orecchio'' e prima di iniziare cerco di immaginarmi quale nota può essere associata al suono di una semplice parola o di una frase. Il suono ha lo scopo di trasformare la scrittura in una sorta di poesia senza versi piuttosto lirica ed evocativa. La struttura stessa del romanzo, a tratti, è come un pezzo musicale. Io per esempio cerco sempre di concentrarmi sui personaggi, ponendo l'accento sulla loro mente e sulla loro coscienza. Cerco sempre di rompere lo svolgersi lineare degli eventi in senso proprio e anche il rapporto causale, proprio per imitare il modo in cui funziona la mente. In tutto questo la musica non ha fatto altro che aiutarmi a cogliere questa differenza. La trama è ritmica, ha un funzionamento newtoniano, segue un metronomo, è il processo da cui nasce la storia. Il racconto invece è ciò che nasce dal processo della trama e ha un funzionamento indipendente. È ciò che avviene con la musica. Il pentagramma è il processo da cui scaturisce il pezzo musicale.


Nel tuo libro si sentono richiami al trascendentalismo americano, in particolare penso a Emerson o a Thoreau. Coltivi un pensiero di tipo religioso e quanto questo influenza il tuo stile e il tuo modo di scrivere?
Per quanto riguarda il pensiero religioso, la risposta breve: o sono un cattivo ateo, o sono un cattivo protestante. In effetti, sono cresciuto ateo per via delle circostanze, perché non mi è stato impartito nessun insegnamento religioso. Poi però la mia mentore, Marilyn Robinson, grande scrittrice e donna estremamente religiosa, mi ha portato ad avvicinarmi a letture a metà tra la letteratura e la mistica. Mi ha sostanzialmente spinto a coltivare l'amore per i trascendentalisti che, come hai giustamente osservato, hanno certamente influenzato la mia prosa. Tra l'altro, i trascendentalisti del New England, portavano avanti una tradizione intellettuale nata in seno alla riforma protestante, a Lutero e a Calvino... Insomma fede o no, per poter essere un ateo o quasi, mi sono documentato in proposito e mi sono convinto, soprattutto leggendo scritti teologici, di aver ben poche ragioni per esserlo... Ma tutto ciò non ha a che fare con i contenuti di quanto scrivo. Io scrivo romanzi e perciò posso permettermi molte leggerezze, il resto lo lascio al lettore.


So che hai in serbo un nuovo romanzo. Ora che il pubblico ti ha preso sul serio come scrittore, intendi anche tu prenderti sul serio? Cosa vedi nel prossimo futuro?
In effetti intendo continuare a narrare una sorta di saga familiare. Eppure il prossimo romanzo non si tratta di un sequel. Ho solo una certa familiarità ambientazioni e persone. Più per le ambientazioni devo dire. Quindi è improprio parlare di sequel, interessandomi solo i personaggi, le ambientazioni possono anche rimanere le stesse senza documentarmi ulterioriormente per fornirne di nuove. La mia vera motivazione è raccontare storie di uomini, rapporti tra uomini, lotte della vita quotidiana e lotte interiori da cui scaturiscono le contraddizioni. Adoro le contraddizioni, amo l'ambivalenza e l'incommensurabilità dell'animo umano. Ho da poco completato l'ottantacinque per cento della bozza, per quanto riguarda il futuro prossimo... Non ne ho idea. Il mondo è pieno di cose da raccontare, in questo è davvero inesauribile. Quando mi verrà qualcosa di nuovo, oltre al secondo romanzo, ti farò sapere.

I libri di Paul Harding

 

 

 

 
 
 
 
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