Intervista a Paul Hoover

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Mi presento agli appuntamenti sempre in anticipo, è più forte di me. E così mi ritrovo molto spesso ad aspettare. Mentre mi accingo ad aspettare anche Paul Hoover, a cui ho dato appuntamento in un bar a Campo de’ Fiori, noto che stavolta ho trovato qualcuno più puntuale di me, perché quel signore che sorseggia un cappuccino seduto al tavolino non è Francesco De Gregori, bensì il poeta e scrittore statunitense. Il tempo di avvicinarmi, presentarmi, accendere il mio vocal recorder e mi trovo avviluppato in una lunga, ricca e colorata chiacchierata, durante la quale ho anche l’onore di raccontare a Paul la storia della statua di Giordano Bruno che campeggia nella stupenda piazza romana in cui ci troviamo e i particolari più efferati della sua esecuzione. A true pleasure.




Come ci si sente a fare un tour di presentazioni e interviste su un libro scritto trent’anni fa?
Ci si sente scioccati e sorpresi. Quando l’editore Carbonio mi ha contattato per pubblicare in Italia Saigon, Illinois credevo quasi fosse uno scherzo. Ho chiesto: “E perché volete pubblicare questo libro proprio ora?”, e loro: “Perché ci piace!”. Mi è sembrata la più pura delle ragioni, così non c’era bisogno di chiedere altro. Poi per un po’ non ne ho saputo più niente quindi – malgrado avessi firmato un contratto – ho iniziato a pensare che il libro alla fine non sarebbe più stato pubblicato. Poi un bel giorno è arrivato un pacco proveniente dall’Italia e dentro c’erano dieci copie del libro, nuove fiammanti. “Allora è vero!”, ho pensato, e ho subito cercato di contattare Nicola Manuppelli per dirgli che è un bravissimo traduttore (e del resto sia nel suo Paese che negli Stati Uniti il suo nome è ben conosciuto e la sua reputazione è ottima). A quel punto avevo davvero una gran voglia di venire qui e parlare del libro, anche se è un romanzo del 1988. Carbonio è un ottimo editore, è gente generosa che crede molto nei libri che pubblica, non solo nel mio.

Saigon, Illinois è un libro sulla guerra del Vietnam, ma non ci sono né giungla né battaglie, la guerra – se c’è – stavolta si svolge sul fronte interno, nella Chicago del 1968: un “homefront” non meno complesso e variegato… quale dei due fronti era più insidioso?
In Vietnam i soldati americani non si trovavano su un fronte simile alla tipica guerra europea. Il nemico usciva dai boschi, dalle risaie, letteralmente dalla terra come durante l’offensiva del Têt, che è stata una operazione militare brillante. In un certo senso succedeva lo stesso anche negli Stati Uniti, l’opposizione interna alla guerra fu fortissima ma il Governo si sentiva obbligato ad intervenire in difesa del Vietnam del Sud per la famosa “teoria del domino”, cioè l’idea che nel caso in cui una nazione fosse diventata comunista le nazioni vicine sarebbero cadute anch’esse come pezzi di un domino, entrando nell’area d’influenza di Mosca una dopo l’altra. Le cose erano molto confuse, in fondo gli Stati Uniti sono nati da una rivoluzione anti-imperialista contro l’Inghilterra e con il Vietnam invece si comportavano da perfetti imperialisti, posizioni politiche a parte c’era anche un moto di rifiuto istintivo. Ma rispondendo più precisamente alla tua domanda, esiste un vero e proprio genere letterario che si occupa del cosiddetto “homefront”: sono tanti i film e i libri con storie di casa durante la Seconda guerra mondiale, di solito parlavano di donne che stavano aspettando il marito andato in guerra. Anche quella di Saigon, Illinois è una storia di casa, in secondo luogo è una storia di vita in ospedale e anche – ovviamente – un romanzo sul Vietnam. È soprattutto però il racconto della mia esperienza personale. Ero un obiettore anch’io, in realtà ho lavorato al Metropolitan Hospital di Chicago per cinque anni, non solo per il mio servizio civile: molte di queste esperienze sono state le mie, ho naturalmente cambiato i nomi delle persone e nel libro certe cose capitano a persone diverse, ma comunque in generale ‒ devo dire la verità ‒ Saigon, Illinois è molto autobiografico: anche Holder (il cognome del protagonista) e Hoover sono cognomi molto simili.

Definire questo un romanzo satirico? O forse c’è più qualcosa di kafkiano, di inquietante?
È una domanda interessante, stavo scrivendo proprio oggi una e-mail ad un giornalista de “la Repubblica” sullo stesso argomento. Si dice che l’ironia sia la difesa dei giovani contro il mondo e molti eventi che descrivo potrebbero sembrare surreali o metaforici, invece sono accaduti davvero. Quanto alla visione un po’ comica della sinistra e degli hippie del 1968, c’è da dire che ci capitava di fare cose sbagliate per la ragione giusta e cose giuste per la ragione sbagliata. In più era tutto molto di moda, è umano, gli ultimi a salire sul carro di solito non sono veri credenti, lo fanno per moda e i risultati si vedono. Non era il mio caso, perché io sono cresciuto nella convinzione del pacifismo e per questa ragione mi sono messo nei guai già dalle scuole superiori: era il 1967, no, il 1964 e sono arrivati questi tizi dell’esercito, tutti uomini anziani, e ci hanno spiegato che potevamo fare sei anni di servizio militare dividendoli in due anni di servizio attivo e il resto nella riserva, oppure facendoli tutti in servizio attivo. E io dissi che in realtà a quanto sapevo c’era anche un’altra opzione, l’obiezione di coscienza e – mio Dio – ero così giovane e non mi resi conto che l’avrebbero presa male. Così qualche ora dopo mi chiamarono in presidenza, chi cazzo era quel ragazzino che cercava guai!? Io in realtà non volevo creare problemi, pensavo che fornire un’informazione completa fosse importante. Il tono, vedi? Il tono in cui dici le cose le cambia… E nel romanzo c’è anche un tono inquietante, è vero: non lo racconto nel libro, ma tra i miei colleghi al Metropolitan ci furono due suicidi in cinque anni, tutti nel turno di notte. Per un po’ ho accarezzato l’idea di intitolare il romanzo Turno di notte, ma sarebbe stato forse un po’ troppo dark.

Che ruolo ebbero i media nell’influenzare l’opinione pubblica americana sul tema della guerra nel Vietnam?
Beh, c’era questo rituale del “body count”, del conto delle vittime: ogni giorno in tv il mitico anchorman Walter Cronkite aggiornava il conto dei morti e dei feriti e questo cambiò profondamente la percezione della guerra. L’orologio della morte suonava ogni pomeriggio alle 18.30, tu magari eri in cucina a scherzare e all’improvviso sentivi: “Oggi in Vietnam sono morti 50 soldati”, e migliaia di vietnamiti, naturalmente. Le risate si spegnevano subito.

Saigon, Illinois è il tuo primo e unico romanzo. Perché non ne hai scritti altri? Ne scriverai in futuro?
È un segreto, ma ne ho scritto un altro, mai pubblicato. Si tratta di una sorta di farsa accademica, la storia di un professore che pianifica tutto, persino bere un bicchiere d’acqua e partecipa a un sacco di meeting sulla poesia. Mentre scrivevo Saigon, Illinois sentivo una certa urgenza di tornare alla poesia, che è quello di cui mi occupo tutti i giorni. Avevo comprato un word processor, i computer non erano come oggi, il disco fisso aveva una capacità ridicola e se non salvavi i tuoi documenti ogni giorno su dischetto perdevi tutto. Una notte mi capitò proprio questo: ero felicissimo perché avevo scritto un capitolo davvero buono, spensi senza salvare e persi tutto! Finirlo è stato una fatica, ho iniziato scrivendo quindici pagine al giorno, poi ho rallentato fino a cinque o sei pagine al giorno. Quando l’ho finito sono andato ad un reading a Chicago su Lincoln Avenue, c’erano scrittori e poeti e ho detto che avrei letto un capitolo del mio romanzo invece che una poesia, mi dissero “Ah, OK” e alla fine però molti mi fecero i complimenti. Così mandai il manoscritto a Veronica Geng, che era una editor molto nota e rispettata in quel periodo, lei ha preso il romanzo e lo ha modificato tantissimo, ogni editor ha uno stile preciso sai, i verbi devono essere in un certo modo e roba così. Ma alla fine la Random House l’ha pubblicato, tutto è successo in circa tre mesi. Quindi perché non continuare, una volta entrato nel meccanismo editoriale? Già, perché? Per un po’ è stata una tentazione, perché improvvisamente la gente mi trattava meglio, persino mio padre iniziò a interessarsi a quello che scrivevo, finché facevo Poesia si annoiava. Ma la mia strada era un’altra.

In effetti ti occupi della prestigiosa rivista letteraria «New American Writing». Cosa puoi dirci di questa esperienza?
È partita come un trimestrale realizzato grazie a fondi universitari nel 1986, oggi ne esce un numero l’anno. Ci occupiamo di Poesia contemporanea statunitense, l’ultimo numero uscito è il 36. La gente oggi legge Poesia? Mah. La mia è una generazione ricca di artisti, scrittori, poeti: siamo stati e siamo quindi anche una gigantesca audience per quelli tra noi che scrivevano. Oggi è tutto molto diverso, ci sono anche meno fondi governativi, ma qualcosa è rimasto uguale. Possiamo usare la Poesia come un’arma per smuovere le persone.

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