Intervista a Paul Lynch

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Paul Lynch è uno di quegli autori che quando appaiono sulla scena letteraria sparigliano le carte, sgomentano i propri pari e scombussolano i lettori. La sua straordinaria capacità di rinnovare la grande tradizione letteraria irlandese, l’originalità e la profondità dei concetti che esprime, la complessità dei suoi personaggi e la straordinaria capacità che ha di farli muovere in scenari titanici, sono tra i tratti più originali di un autore che non si presta a nessuna etichettatura e che ama citare Chet Baker quando gli si chiede il genere dei libri che scrive: “Prima te lo suono, poi ti dico di cosa si tratta”.




L’enorme successo riscosso da Cielo rosso al mattino ti ha reso più facile o più difficile scrivere i libri successivi?
Sono stato fortunato perché avevo scritto Neve nera prima che uscisse Cielo rosso al mattino: il mio primo libro è uscito, ma avevo già scritto il secondo e questo ha facilitato le cose. Lo sforzo che faccio con ogni libro è di cercare di renderlo migliore del precedente e penso che questa sia la responsabilità primaria di ogni autore, crescere, migliorarsi e produrre libri che riflettano l’avanzare del suo progetto personale. Per molti anni è come se mi fossi “negato il permesso di scrivere”. Avevo 31 anni, ero in vacanza a Lipari quando mi sono detto che non ce la facevo più, che bisognava che scrivessi, che ci provassi,. Da quel momento posso dire di non aver fatto altro.

Sei molto affascinato dal passato. Che tipo di sfida è per un autore scrivere una storia che si svolge in un periodo storico ben definito, come accade per gli eventi di neve nera e Cielo rosso al mattino?
Molto spesso, per me una storia inizia da un’immagine o da un sogno. Quando inizio a scrivere ho solo uno schema mentale di dove andranno gli eventi ma generalmente ho un’idea di quale sarà il periodo storico. Non faccio mai riferimenti molto precisi perché il luogo e il tempo non sono elementi fondanti dei miei romanzi. La scena iniziale di Neve nera per esempio mi è arrivata da un sogno: sorvolavo le colline, vedevo la fattoria, la stalla e poi l’incendio. Mi sono svegliato, ho afferrato il cellulare e ho buttato giù le scene che avevo visto in sogno. Il mattino dopo le ho rilette e ho capito che erano la perfetta scena di apertura di un romanzo e che si sarebbe trattato di una Irish farm novel, un romanzo della tradizione rurale irlandese, uno di quei romanzi che sono la nobile tradizione letteraria del mio Paese e un genere di romanzo, che, credimi, mi spaventava, perché fa parte dei canoni letterari della storia della letteratura irlandese. Questa è stata una lezione importante per me come scrittore: non sei tu a scegliere i tuoi libri, sono loro che vengono a te. Tutto il resto è venuto da lì. Neve nera è ambientato nel 1945 ma è possibile intuirlo da alcuni particolari menzionati solo di sfuggita perché non ho voluto scrivere un romanzo storico ma il romanzo del Donegal, la regione in cui sono cresciuto e che è immutata da millenni. Duffy’s Cut è un capitolo doloroso della storia dell’immigrazione irlandese, una storia atroce che solo da pochi anni è stata svelata. Volevo dare voce a quel mucchio di ossa che è stato trovato in una fossa comune, cinquantasette operai irlandesi massacrati per ignoranza e superstizione mentre cercavano una vita migliore. Quando scrivi un romanzo ambientato nella contemporaneità c’è un sacco di rumore di fondo da filtrare, eventi della realtà di cui devi tenere conto ma che limitano la tua libertà come autore e che puoi eliminare del tutto ambientando la storia in un’altra epoca, dedicandoti solo ai personaggi e all’ambiente. Scrivere della realtà contemporanea è giornalismo, non letteratura.

La tua scrittura è davvero evocativa. La natura, spesso matrigna e d'ostacolo all'uomo, è una componente predominante in Cielo rosso al mattino. La luna “affronta” le nuvole, mentre Coyle cammina nella notte. Sembra quasi una sfida nella sfida, nella quale gli elementi della terra, oltre che fungere da ostacolo al protagonista, sono anche antagonisti tra loro. Da dove trai ispirazione per descrivere questi paesaggi così spietati e crudeli ma altrettanto affascinanti?
Sono cresciuto nel Donegal e se c’è una cosa che puoi fare da ragazzino in campagna è guardare il paesaggio, guardarlo e desiderare con tutto te stesso di andartene, ed è ciò che ho fatto io a 18 anni. Ma, ogni volta che ci sono tornato, mi accorgevo di quanto questa immutabilità che prima odiavo avesse un carattere mitologico, poetico. Se ci fai caso abbiamo fatto progressi molto lenti nelle regioni rurali d’Irlanda; negli ultimi vent’anni siamo cambiati più che nei settanta precedenti. Quando mia moglie ha visto una foto di me bambino durante una processione del Corpus Domini negli anni ’90 ha esclamato “Ma sei cresciuto negli anni ’50!”. Non torno molto spesso in Donegal, ma è il compagno della mia infanzia, i suoi paesaggi mozzafiato sono lì a fare da contorno alle vite degli uomini da millenni, immutato e incombente, immobile eppure vivo. È questo, più che l’epoca storica che mi interessava raccontare.

Sembra esserci un tema che lega Cielo rosso al mattino e Neve nera, ed è la perdita di tutto ciò che più conta per il protagonista. È come se tu fossi convinto che non ci sia possibilità di sfuggire al proprio fato o di riscatto attraverso la sofferenza…
Quello che mi interessava era sfatare dei miti. Nel primo ho affrontato il mito dell’emigrazione, del sogno americano, nel secondo, ho voluto prendere per le corna il mito bucolico dell’Irlanda, delle comunità rurali che sono tutto sommato rimaste immutate dal dopoguerra a pochi anni fa. Se ci pensi è effettivamente impossibile sfuggire al destino e molto spesso la sofferenza è solo dolore, non ha alcun valore catartico ma penso che invece le vicissitudini dei miei di Coyle e di Barnabas, in parte li redimano, li facciano evolvere verso persone migliori all’ultimo di quanto non siano all’inizio. Ma non era questo lo scopo primario dei due libri. La mia idea era di analizzare dei concetti filosofici. Ci sono forze, nella vita che possiamo dominare e forze che sono fuori dal nostro controllo, come le crisi economiche o gli incendi. Ecco queste sono le forze che non possiamo governare, insieme al pregiudizio degli altri. Mi interessava indagare cosa fa, come agisce la gente di fronte a questo tipo di eventi, quello che colpisce è che c’è sempre questo desiderio di trovare un colpevole, prendersela con qualcuno. Quello che ho tentato di fare con i miei romanzi è stato portare nel romanzo moderno gli elementi della tragedia greca, di trasporla in una fattoria irlandese lasciando inalterata la struttura e i personaggi che secondo me sono universali.

Ciò che colpisce il lettore dopo aver chiuso Cielo rosso al mattino è il fatto che il destino di Coyle, il protagonista, in fondo era già scritto sin dalle prime righe del libro. Avevi delineato questo personaggio in tutti i dettagli prima ancora di iniziare a scrivere o si è evoluto con l’andare della storia?
I personaggi li delineo, certamente creo uno schema ma poi lascio che mi parlino, li lascio esprimere. Come ti dicevo un libro è una serie di visioni che includono anche i protagonisti. Ovviamente sapevo dove sarebbe finito Coyle, ma non sapevo come ci sarebbe finito.

L’Irlanda, come l’Italia, ha un’antica tradizione di emigrazione e l’emigrazione è presente in entrambi i tuoi romanzi, ma non asseconda il leit motiv dell’emigrato che va alla conquista di una vita migliore. L’emigrazione come la descrivi tu è molto più simile al fenomeno migratorio in uscita dall’Africa in questi anni che alle storie dei nostri emigranti italiani e irlandesi…
L’emigrazione è una piaga che ha attraversato molte generazioni. L’Irlanda ha perso intere generazioni, e sta accadendo di nuovo. A causa della crisi economica che ci attanaglia stiamo costringendo i nostri giovani ad andarsene, Un’intera generazione è stata cacciata via e non saremo mai in grado di produrre le condizioni economiche per garantire il loro ritorno. Quello che mi interessava fare in entrambi i libri era dare voce a quelli che non ce l’hanno fatta, alle migliaia di storie di fallimenti che nessuno racconterà mail alle persone che non rientrano nelle categorie di emigrati che hanno fatto fortuna. Non ultimo, volevo analizzare la difficoltà del ritorno, sfatare il mito della solidarietà tra poveri.

I LIBRI DI PAUL LYNCH



 

 

 

 
 
 
 
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