Intervista a Paulina Flores

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Impegnata nella scrittura del suo primo romanzo, attività che affianca all’insegnamento in un Liceo, l’autrice cilena Paulina Flores è arrivata in Italia per promuovere i suoi racconti, che tanto successo internazionale hanno già riscosso. Nel nostro Paese è stata invitata come ospite al Festival Incroci di civiltà a Venezia, dove le è stato destinato il Premio Bauer Giovani. La incontro, accompagnata nel tour dalla sua traduttrice, la sempre ottima Giulia Zavagna, tra una presentazione e l’altra.




Che generazione è quella che racconti nelle tue storie? Coincide con quella che incontri e conosci quando insegni al Liceo?
No, credo sia una generazione più vicina alla mia, a quella di chi è nato negli anni ’90. La maggior parte dei racconti si sviluppa verso la fine di quegli anni. È un po’ strano parlare di generazioni, perché in una sola parola si inglobano tantissime cose. Io credo si possa però parlare più o meno di generazione di millennials in riferimento ai ragazzi a cui insegno nella mia scuola, i miei alunni, che sono incredibilmente più liberi di quanto fossimo noi. Li guardo con ammirazione e ogni tanto mi fanno anche un po’ paura, perché davvero non hanno quasi più limiti.

I personaggi dei tuoi racconti sembrano portare su di sé il peso dell'esistenza, anche quando sono soltanto degli adolescenti. Quanto è corretto dire che sono degli sconfitti? Hanno qualche speranza, da qualche parte? E, se c'è, che spazio ha la speranza in queste storie?
Io sono molto affezionata ai miei personaggi e non mi piace parlare di loro in termini di sconfitta. Sono personaggi che affrontano dei problemi, a volte sono tristi, devono combattere contro la frustrazione, contro il fallimento. Ma mi sembra che queste cose – il fallimento, la frustrazione – siano soltanto un aspetto della vita, non sono l’unica cosa che c’è e non rappresentano la fine della vita di nessuno. Sono piuttosto una sorta di esperienza formativa che li porterà verso un qualche tipo di futuro. Forse non c’è tanta speranza ma loro esistono e mi sembra che siano dei lottatori, che continuino a provarci sia che questo porti loro felicità sia che questo non accada. Sono molto consapevoli e prendono delle decisioni che possono avere conseguenze sulle loro vite dal punto di vista affettivo o economico. Ma non li definirei sconfitti. Piuttosto sono dei sopravvissuti, un po’ degli ottimisti nel senso naif del termine.

Quanto assomigliano le strade che descrivi, spesso lunghe e desolate, assolate, polverose e faticose, come fossero metafore delle vite che racconti, a quelle nelle quali hai vissuto a nord di Santiago?
Sì, credo di sì, che somiglino abbastanza. Ora, scrivendo il romanzo, mi son resa conto che molto spesso i luoghi che descrivo hanno a che fare con storie personali o con qualche ricordo. In particolare, però, per quanto riguarda le strade, sono un segno di differenza sociale, marcano la differenza tra le classi sociali, che in Cile è qualcosa di molto molto evidente, molto più di quanto succeda in altri paesi latinoamericani. Per esempio, nei dintorni di Santiago c’è una zona vicino alla Cordigliera che è molto molto ricca e quanto più ci si avvicina a valle si vede ad occhio nudo la differenza sociale assai evidente. Volevo un po’ raccontare anche questo.

Capisco che è come chiedere ad una madre quale dei suoi figli ami di più, ma a quale di questi racconti sei più legata?
Ne ho due, in realtà. Uno è Talcahuano, l’altro Dimenticare Freddy. Nel caso di Talcahuano è quello preferito dai lettori, me lo dicono sempre. A me piace perché è una storia più giocosa, collettiva, che a che fare con un gruppo di personaggi. Nel caso di Dimenticare Freddy, invece, si tratta di una storia d’amore, romantica, più personale e intima. Per ogni cosa che vede la protagonista ha ricordi della sua storia, fa delle associazioni della memoria. Ecco, questi due sono i miei racconti preferiti.

Che situazione vive oggi il Cile, la società ha superato la ferita della dittatura?
È un argomento molto complesso e io non sono e non voglio essere una voce di rappresentanza del Cile. Però questa ferita della dittatura di cui parli è ancora irrisolta, soprattutto perché la maggior parte dei crimini non è stata processata, ci sono persone che ancora non hanno ritrovato i loro familiari scomparsi, etc. In più viviamo seguendo una costituzione che è stata fondata durante la dittatura ed è ancora quella. Oltre al fatto che in Cile si è imposto un neoliberalismo molto prima rispetto ad altri paesi più capitalisti che avrebbero potuto accoglierlo diversamente. Diciamo che ci sono ancora tantissime cose da risolvere. Però la mia generazione pensa ad andare avanti, a fare un passo verso il futuro, nel senso che oltre a questo ci sono molte altre questioni sociali di cui si sta discutendo, come la questione di genere, il femminismo, etc… Diciamo che stiamo cercando un equilibrio per evolvere e progredire in qualche modo. Il Cile continua ad essere un Paese molto molto conservatore sia dal punto di vista sociale che da quello dell’identità. Ma non possiamo definirci persone tristi, siamo felici e stiamo bene. Il problema è che ci sono ancora molte disuguaglianze ma c’è ancora moltissimo lavoro da fare.

E la Letteratura, secondo te, può contribuire a questo lavoro?
Non so se la Letteratura debba lottare per queste battaglie o se possa cambiare effettivamente qualcosa. Per me è soprattutto qualcosa di artistico. Ovviamente può porre questo tipo di problemi e sfiorare queste questioni, ma secondo me può anche non farlo ed essere soltanto qualcosa di poetico. È interessante analizzare il ruolo della Letteratura su entrambi i versanti, quello sociale ma anche semplicemente dal punto di vista poetico e artistico. Credo che possa essere un miscuglio tra le due cose, ad esempio, senza arrivare alla forma del pamphlet, io credo che si possa riflettere sulla propria vita quotidiana e cercare di farsi le domande giuste per vedere quello che ci succede così raramente nei problemi più grandi che riguardano il Paese, il mondo.

Cosa legge Paulina Flores?
In generale leggo moltissima letteratura statunitense. Ho studiato letteratura in lingua spagnola e quindi, forse un po’ come reazione, da lettrice mi dedico molto di più a quella scritta in lingua inglese. Leggo moltissima letteratura contemporanea. Uno degli ultimi libri che ho letto è stato La vegetariana di Han Kang e mi è piaciuto moltissimo. L’ho trovato assurdo perché per tutto il tempo della lettura del libro non sapevo che cosa mi stava trasmettendo, non c’è una tesi nel libro e questa cosa mi è sembrata straordinaria.

I LIBRI DI PAULINA FLORES



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