Intervista a Percival Everett

Lo consideri uno dei più grandi scrittori americani contemporanei - se non il più grande. Divori tutti i suoi libri appena escono. Sai che concede interviste col contagocce e che ha fama di avere un caratteraccio. Sai che il tuo inglese è un po' troppo maccheronico per reggere al giudizio di uno che oltre allo scrittore fa anche il professore universitario (e all'University of Southern California, mica a Camerino). Scopri inoltre che è un figaccione sexy che dimostra 10 anni meno di quelli che ha e che sfoggia modi da affabulatore doc. E ora è lì seduto accanto a te. E ti guarda negli occhi in attesa della prima domanda.




Ad un certo punto del tuo romanzo Percival Everett di Virgil Russell fai dire a un tuo personaggio che se fosse “accusato” di raccontare la realtà in modo postmoderno prima farebbe riflettere l'interlocutore sull'impossibilità di raccontare la realtà tout court e poi lo colpirebbe con un pugno. Ecco: se ti dico che Percival Everett di Virgil Russell è un romanzo postmoderno o persino un romanzo post-postmoderno mi dai un pugno?
Ma no, dai. O forse sì, ora che ci penso. Non ho mai ben capito cosa debba essere questo postmoderno. Quelli che ho voluto sempre scrivere sono romanzi modernisti: possiamo definirli strani, forse. Questo sì. Strani.

In un romanzo complesso e cangiante come questo il ruolo del lettore, il suo punto di vista, sono più importanti o meno importanti del solito?
Il punto di vista del lettore è sempre importante. E proprio perché ritengo il lettore una parte essenziale del percorso di lettura, gli chiedo stavolta di fare un po' più lavoro di quello a cui è abituato. Ruotano i punti di vista della narrazione e lui deve adattare il suo a quello che legge e cambia sotto i suoi occhi.

Quando hai finito di scrivere il romanzo e hai scelto il titolo Percival Everett di Virgil Russell non hai avuto paura che tutto avrebbe potuto sembrare un gigantesco esercizio di vanità?
No, paura no: ero proprio sicuro lo sarebbe sembrato. Ma non mi importava.

Sospetto per esempio è un libro stilisticamente più tradizionale, lì la trappola è contenuta nel protagonista, non nel modo in cui racconti la sua storia...
Diciamo che io amo l'astrazione. E di romanzo in romanzo utilizzo i mezzi narrativi che mi sembrano di volta in volta più opportuni - a volte uguali, a volte diversi - per raccontare l'astratto, ciò che va oltre l'apparenza delle cose, la semplice sequenzialità dei fatti nel plot.

Thelonius Ellison, Ishmael Kidder, John Hunt, Theodore Street, I am not sidney, Bubba, Ogden Walker e tutti gli altri: se guardi indietro a tutti i tuoi personaggi cosa provi per loro?
Non molto, lo confesso. Per indole sono molto più concentrato su quello che ho davanti, ripenso poco spesso a quello che ho già fatto. I miei personaggi sono stati importanti, certo, ma non sono tanti diversi me stesso, se è quello che intendi. O almeno non più del normale: ogni personaggio porta con sé un qualcosa del suo scrittore.

Quanto è importante la commedia nei tuoi libri?
Il mio sguardo è sempre ironico. Non mi sforzo di trovare ingredienti di commedia nella vita e in ciò che racconto, sono già lì evidenti per tutti senza che io li debba cercare o sottolineare. Sarà un luogo comune, ma la nostra esistenza è sempre un alternarsi di commedia e tragedia: a volte sono lì davanti ai nostri occhi tutte e due assieme. Prendiamo per esempio il romanzo Percival Everett di Virgil Russell: ci ho lavorato per anni, ma mancava sempre un quid per chiudere il cerchio. Nel 2010 mi trovavo in Europa proprio durante l'eruzione del vulcano islandese Eyjafjöll, che ha bloccato il traffico aereo. Fatalità, proprio in quel momento le condizioni di alute di mio padre si sono aggravate molto, ed è stato ricoverato in un hospice. Dovevo tornare a casa di corsa, ma non c'erano aerei per gli usa. Ho preso un pullmann dalla Danimarca a Milano, da lì un aereo per Tel Aviv. Mentre ero in attesa di partire finalmente per la California, mia sorella mi ha contattato con Skype, e ha inquadrato con la webcam mio papà, in condizioni ormai molto gravi. Lui non poteva parlare, ma ha guardato l'obiettivo allargando le braccia con un'espressione sul viso che voleva dire “Che vuoi farci?”. È stata l'ultima volta che l'ho visto vivo. Da questa tragedia è arrivata la spinta per chiudere il libro, che infatti ho dedicato alla sua memoria.

Con più di 20 romanzi, numerosi racconti e saggi sei indubbiamente un autore molto prolifico: da dove nasce questa urgenza di scrivere?
Ti racconto una storia. Una falena va da un podologo, e appena nello studio inizia a sfogarsi sui suoi problemi familiari: la moglie lo odia, i figli non gli parlano e così via. Il podologo interrompe continuamente la falena ricordando che lui è appunto un podologo, non può aiutarla con quei problemi. Ma la falena insiste con la sua tiritera. Alla fine il podologo sbotta: “Sono un cazzo di podologo! Perché diavolo sei entrata proprio nel mio studio?”. E la falena risponde: “Perché c'era la luce accesa”. Ora, non voglio paragonare la mia scrittura a un'attività pericolosa come gettarsi nelle fiamme, per carità, ma lo faccio perché devo, perché la luce è accesa. Non avverto lo stress di scrivere così tanto, lo faccio comodamente. Anzi, ti dirò di più: sono una persona piuttosto pigra. Non sono di quelli che stano alzati la notte per scrivere, quando non insegno all'Università vado a cavallo, gioco a tennis. Se sto alla scrivania a scrivere e un amico mi telefona invitandomi ad andare al cinema con lui... vado al cinema.

I tuoi libri sono veramente tutti diversi tra loro - e non è un modo di dire. Perché questa curiosa alternanza di temi e stili?
Quando scrivo un nuovo libro se c'è una continuità di temi con il libro precedente è solo casuale, non penso mai a quello che ho scritto già quando mi siedo alla scrivania.
 

Il tuo primo libro ad arrivare in Italia, Cancellazione, sembra avere parecchi tratti autobiografici. Fare lo scrittore negli Usa è davvero un'esperienza così bizzarra?
Cancellazione
rispecchia molto la mia personale esperienza di scrittore. Nel mercato Usa noi professionisti della penna tendiamo a venire rinchiusi in un ambito il più possibile circoscritto - per esempio io sono uno scrittore afroamericano, punto. Invece io scrivo e basta. Una volta sono entrato in un grande bookstore, perché pioveva: mi sono detto "Cerchiamo il mio libro Frenzy, che riguarda la figura del dio greco Dioniso". Non era in Letteratura; non era in Mitologia; non era in Antropologia; era in Studi Afroamericani. Cioè, uno va a cercare in libreria un romanzo che parla di Dioniso e deve cercarlo in Studi Afroamericani secondo loro? O peggio cerca Studi Afroamericani e trova sullo scaffale un libro su Dioniso? Una confusione inaccettabile e inspiegabile. Il giorno dopo ricevo per posta un libro da un editore - e lo trovo orribile. Ne parlo col mio agente e quando mi dice che cifra iperbolica hanno pagato all'autore capisco che gli scrittori neri secondo chi gestisce il mercato editoriale possono scrivere solo due generi di libri: le storie sulla schiavitù e le storie di gang urbane. Peccato che questa non è la mia esperienza. Peccato che questa non è l'esperienza della stragrande maggioranza dei neri che vivono negli Usa. Partendo da queste considerazioni ho scritto Cancellazione, che tra parentesi nonostante non fosse un libro di quei due generi che dicevo ha avuto un bel successo.
 

Con Ferito entri a pieno titolo tra i grandi narratori Western: che rapporto hai con questo genere tanto ricco di sensi e sottintesi per voi americani?
Non ho mai amato il Western fino a quando non ho deciso di scrivere Ferito: a quel punto dovevo documentarmi e per recuperare ho visto qualcosa come 150 film western e letto decine di romanzi dello stesso genere, tanto da farmi venire la nausea. Pensa che oggi tengo un corso universitario di Letteratura Western, ironicamente.

 

C'è chi ha visto in Ferito molto di politico, una forte denuncia sociale. Sei d'accordo con questa interpretazione?
Ehi, sono solo un cowboy che scrive storie. Storie di interazioni tra esseri umani, quindi in un certo senso scrivo di cose politiche. Ma non giudico a priori, non ho ricette né morali: guardo le interazioni succedere, tutto qua.

 

Dove affondano le radici di questa storia che hai descritto in Ferito?
Affondano nella storia del popolo degli Stati Uniti, una storia violenta, un paesaggio pieno di contraddizioni: estremamente freddo in inverno estremamente caldo in estate, grandissimi spazi che portano inevitabilmente ad un forte senso di individualismo ma nello stesso tempo impongono la vicinanza - per un bisogno comune. Penso che le situazioni territoriali estreme portino spesso a storie estreme.


Del ruolo degli editor cosa pensi?
Non credo che gli editor siano stupidi, ma penso che agiscano sempre seguendo di fondo motivazioni commerciali destinate purtroppo fatalmente a produrre una cosa standardizzata e diluita. Molte case editrici - soprattutto quelle più piccole - cercano di spingersi oltre allargando i confini della narrativa. Io per primo cerco di pubblicare con case editrici indipendenti, penso che sia la via d’uscita più stimolante e più fedele per il mio percorso artistico.


Con Obama qualcosa avrebbe potuto e dovuto cambiare?
Non avevo mai immaginato che venisse eletto un presidente afroamericano, sono stato molto colpito dal fatto che il mio Paese ci sia riuscito - ma in effetti in quel momento era solo il candidato più presentabile, forse è ancora più conservatore di Bush. La tristezza di tutta questa faccenda è che io come molti sapevo che era un conservatore, ma certamente non sarebbe arrivato dov’era da solo. Pensare che il suo successo sia dovuto solo all’appartenenza razziale è riduttivo. La cosa interessante per uno scrittore come me è che nonostante l’innamoramento che l’Europa ha avuto e ha per Obama credo che in nessun Paese europeo sarebbe stata possibile l’elezione di un presidente nero.


Nel tuo La cura dell'acqua denunci - a tuo modo, naturalmente, ma con rabbia e amarezza - l'uso spregiudicato della tortura da parte dell'US Army con la complicità delle alte sfere di Washington (vedi Abu-Ghraib, vedi Guantanamo). Ti pare che l'Amministrazione Obama abbia cambiato rotta su questo punto?
Stiamo iniziando a renderci conto della vastità e profondità del problema solo da poco. Ma non è affatto scontato che nonostante i titoli di giornale l'Amministrazione Obama abbia il coraggio di punire i responsabili: finora abbiamo visto solo annunci. Un approccio encomiabile almeno in teoria - ma aspettiamo i fatti.
 

Quali sono gli scrittori ai quali fai riferimento: cosa legge Percival Everett?
Direi Mark Twain, Eschilo, Euripide, Melville. Però leggo soprattutto saggi di Matematica, Filosofia e Logica.
 

Una caratteristica assolutamente peculiare del tuo stile sono i riferimenti frequenti alla mitologia e alla letteratura greca e latina, non propriamente comuni tra gli scrittori americani...
Ho iniziato a leggere i classici greci e latini da molto giovane, quindi fanno parte del mio background e per me è molto facile fare riferimento a quelle storie, quella cultura. Non so se è strano associarli a trame moderne. E' strano?

 

La critica fa riferimento a Percival Everett sempre come a uno scrittore avant-garde, uno che fa libri difficili. Ti secca? O ti ritrovi in questa definizione?
Più o meno sì, mi ci ritrovo, è inutile fare gli ipocriti e far finta di cadere dalle nuvole. Non sono uno scrittore mainstream, lo ammetto: ma nondimeno credo che chiunque possa leggere le cose che scrivo. Un lettore deve fare un po' fatica a leggere, dai: in fondo è la parte bella della lettura, questa.


I LIBRI DI PERCIVAL EVERETT

 

 

 

 
 
 
 
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