Intervista a Peter Kuper

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Peter Kuper non è un semplice fumettista, è uno degli artisti più creativi e poliedrici della scena letteraria americana e anche uno dei più impegnati politicamente. Nonostante disegni fumetti dagli anni Settanta, la sua creatività non ha mai conosciuto crisi, ha continuamente rinnovato il suo stile è fresco e originale come quando ha disegnato la prima Fanzine, poco più che adolescente, col suo amico Seth Tobocma, poi diventato anch’egli un grande fumettista politico. Lo incontriamo a Tempo di Libri, a Milano.




Sin dal tuo esordio nel mondo del fumetto hai completamente stravolto gli stereotipi, portando la graphic novel a vette inesplorate fino ad allora. Hai detto di aver realizzato ben presto di non essere interessato ai super eroi, ma, in realtà non ti sei mai fermato a un unico genere o a un singolo stile. È perché come la farfalla monarca di Rovine, non riesci a smettere di esplorare?
Sicuramente la voglia di esplorare è stata determinante ma lo è stata anche la paura della noia. Quando faccio la stessa cosa a lungo, diventa troppo familiare e allora cerco di sperimentare continuamente, in modo da avere energie fresche da dedicare a ogni nuovo progetto. Quindi, se disegno un fumetto senza parole, probabilmente quello dopo sarà un lavoro con gli stencil e i ritagli, se quello dopo è un progetto a colori, probabilmente il successivo sarà realizzato solo con inchiostro nero.

In una delle tue serie più longeve, Stop forgetting to remember, che è manifestamente autobiografico, hai usato un avatar, Walter Kutz. Perché usare un alter ego se non fai nessun mistero del fatto che si sta in realtà parlando della tua vita?
Inizialmente ho pensato che usando un alter ego sarei stato più onesto. È la mia storia, ma non ho lavorato su un’unica graphic novel per raccontarla. Per la verità ho scritto qualcosa come dieci graphic novel e quindi pensavo che una controfigura mi avrebbe consentito di alterare alcuni fatti e di rimuoverne altri, ma poi ho realizzato che probabilmente era stato un errore perché questa scelta creava come un muro tra la storia e la percezione che il lettore aveva della veridicità del libro che pure era assoluta. Eccetto che per pochi insignificanti dettagli, tutto quello che raccontavo era autobiografico, tutte le emozioni di Kutz erano in realtà le mie, quindi nell’edizione spagnola e francese di Stop forgetting to remember ho sostituito Walter Kutz con me stesso e mentre in quelle nazioni lo hanno accettato senza problemi, i lettori americani hanno mal digerito il cambiamento. Troppo realismo… Penso che avrebbero preferito che continuassi a mentire.

Nel 2004, dopo quella che hai definito la frode della seconda elezione Bush ti sei trasferito con la tua famiglia a Oaxaca e oggi ammiriamo lo splendido prodotto dei tre anni che hai trascorso in Messico, che è Rovine. Come si è adattato un figlio del pragmatismo americano a vivere nel meno pragmatico dei Paesi?
È sicuramente più facile rallentare che accelerare. È stato molto più difficile tornare al pragmatismo che liberarsene per tre anni! In Messico tutto si muoveva in maniera più lenta e incerta e questo cambio di ritmo è stato estremamente gradevole. Ci siamo goduti piccoli, semplici piaceri come pranzare insieme tutti i giorni, che sono spariti appena siamo tornati negli Stati Uniti, purtroppo. È stato un periodo fantastico per la nostra famiglia, ci siamo concentrati su noi stessi, io e mia moglie abbiamo condiviso tutte le fasi della crescita della nostra bambina in maniera molto intensa, senza però mai estraniarci dal contesto esterno. In quel momento in Messico e in particolare a Oaxaca era in corso un gigantesco sciopero degli insegnanti. A proposito, sai che sciopero è una delle prime parole che ho imparato in italiano?

Non oso chiedere come mai…
La prima volta che sono venuto a Milano i treni erano fermi e tutti dicevano un sacco di quelle che poi ho capito essere parolacce intervallate dalla parola sciopero. Da allora l’ho sentita molte altre volte. Tornando al Messico, lo sciopero è durato tantissimo, c’erano truppe federali che reprimevano la protesta con violenza… È stato veramente facile liberarsi del pragmatismo americano e immergersi in quella cultura che è la summa dell’integrazione dell’arte nel quotidiano. È stato talmente coinvolgente per me che quando sono tornato negli Stati Uniti ho impiegato molti anni a processare quell’esperienza. Mi sentivo perso in quel mondo e la mia arte si è fatta più intimista. Più che pragmatico, durante la presidenza Bush, sono stato artista politico con un approccio urlato, uno che agitava i pugni in aria per l’urgenza di dire, di denunciare. Dopo l’elezione di Obama ho riconsiderato il mio approccio all’arte politicizzata, perché l’influenza dell’esperienza messicana mi ha portato a esplorare nuovi concetti. Non è che i problemi fossero magicamente scomparsi, ma la mia urgenza di parlarne era scemata, sentivo il bisogno di approfondire gli aspetti grafici della mia arte, ho cercato tratti più fluidi, colorati, delicati.

In Rovine hai messo da parte gli angoli acuti e le linee nette che erano il tuo marchio di fabbrica . Ogni scena della storia appare come bagnata da una luce dorata, i colori sfumano dolcemente uno nell’altro, nonostante la storia che racconti sia in qualche modo dura, violenta. Come mai questa scelta di contrasti?
Mentre ero in Messico non ho fatto solo lavori artistici originali, ho fatto anche illustrazioni, ad esempio ho curato un’edizione illustrata di Alice nel paese delle Meraviglie e sono partito dalle illustrazioni originarie di John Tenniel, che aveva messo nel libro figure politiche dei suoi tempi, mentre io ci ho messo politici dei miei tempi: il cappellaio matto, ad esempio era George Bush. Quale che sia il motivo, ho sempre sentito il bisogno di includere temi socio politici nel mio lavoro. È l’unico modo per non perdere l’ entusiasmo quando lavoro a un progetto molto lungo. La creazione di Rovine è durata anni e io avevo bisogno di mantenere vivo quel sottofondo e quei contenuti politici che nutrono la mia arte. Questo libro mi ha coinvolto a molti livelli. È parte autobiografico, ma, il volo della farfalla è un modo per raccontare la violenza ambientale e la lotta per la sopravvivenza. È disegnato in uno stile diverso perché non avrei mai potuto farlo in bianco e nero o con una scala di colori limitata. Ho cercato di includere la luce del Messico, la gamma illimitata dei suoi colori.

Rovine offre al lettore alcune esperienze parallele di lotte e crisi: il viaggio di una coppia si incrocia con quello di una farfalla monarca che si scontra con le difficoltà delle violenze ambientali, mentre su uno scenario più ampio si svolgono lotte sociali. C’è un approccio ironico al relativismo culturale o sbaglio?
Esattamente! La lotta della farfalla per sopravvivere rispecchia quella degli uomini ma la differenza tra l’insetto e gli uomini è che la farfalla non può fare niente per l’ambiente, mentre noi possiamo! Noi siamo vittime della violenza ambientale, ma in una certa misura l’abbiamo anche creata. E poi c’è quello che succede in Messico, l’esercito federale, il Governo, il mercato, sono forze che cooperano nel mettere in atto diversi tipi di violenza a danno dei cittadini. Ho cercato di rendere tutto questo con dei parallelismi, ho cercato di raccontare le diverse battaglie sperando di ispirare una riflessione su quel muro.

Ci sono due tue graphic novel che potrebbero tranquillamente fondersi una nell’altra: Rovine e The Wall. Pensi che la farfalla avrebbe qualche chance con il muro di Trump?
Bella domanda… La farfalla ha un indubbio vantaggio, ma sarebbe veramente dura per lei, perché se Trump andrà fino in fondo non solo costruirà il muro, ma dichiarerà guerra all’ambiente.

In The System, che è forse la più dura delle tue opere, ha completamente eliminato le parole. Come mai?
Ho prodotto quel libro tra il 1995 e il 1996 e il mio intento originario era raggiungere una fascia di pubblico che poteva avere pregiudizi sui fumetti. Ho pensato che il miglior modo per distruggere questi preconcetti fosse non presentarli come fumetti. Ho usato uno stile che non era mai stato usato per i fumetti, li ho creati con stencils e ritagli per cercare di andare contro tutto ciò che ci si può aspettare da un fumetto: non ci sono vignette, i disegni non sono in tavole separate una dall’altra… Volevo rendere la complessità dei personaggi e probabilmente non ci sarei riuscito se avessi dovuto preoccuparmi di scegliere i dialoghi “giusti”, quindi ho preferito lasciare al lettore la libertà di immaginare i dialoghi ricorrendo alle esperienze e alle emozioni individuali. Ho preferito che il lettore facesse uno sforzo per avvicinarsi al mio lavoro e che non fosse l’opera ad andare incontro al lettore fornendo tutte le risposte belle e pronte. Ciascuno è libero di decidere cosa succede tra una tavola e l’altra, cosa si dicono i protagonisti. Penso che la comunicazione sia molto più potente se l’autore non è nella stanza.

I FUMETTI DI PETER KUPER



 

 

 

 
 
 
 
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