Intervista a Peter Terrin

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Gentile e disponibile, Peter Terrin sa il fatto suo. Scrittore belga di lingua nederlandese sceso in Italia per un tour di presentazioni, quando parla mantiene un tono di voce calmo e pacato, pur velando la conversazione con un piacevole senso dell’umorismo. L’intervista avrei dovuto farla di persona, ma per una serie di contrattempi devo ripiegare su una “via indiretta”, mandando le domande all’ufficio stampa di Iperborea. Loro sono così gentili da fargli le domande a posto mio e mandarmi indietro la sbobinatura. Terrin, con grande eleganza, ha risposto a tutto.




Perché hai ambientato il tuo romanzo Monte Carlo proprio nel 1968?
Il 1968 è l’anno delle contestazioni studentesche. In quegli anni si verifica lo storico sbarco sulla luna. È il periodo della fiaba di Grace Kelly e del principe Ranieri di Monaco. E sempre in quel periodo, la televisione entra prepotentemente nelle case, e la fama delle persone qualunque diventa quasi a portata di mano. Jack Preston, il protagonista di Monte Carlo, però, non riesce ad ottenere quella fama, men che meno il riconoscimento che tanto desidera. Jack, suo malgrado, rimane fuori da tutto questo.

L’ossessione è un aspetto centrale del tuo libro. Perché Jack Preston è così ossessionato dal riconoscimento che merita?
Perché è lui ad aver salvato Deedee e non qualcun altro. Se non fosse stato per Jack la carriera di Deedee sarebbe finita. Jack pensa che Deedee dirà come sono andate le cose, ma il tempo passa e lei non lo fa. È un’ossessione, quella di Jack? Sì, perché più passa il tempo, più l'ingiustizia diventa grande. Jack decide di essere paziente e di aspettare. Poi però la considerazione e il riconoscimento che gli riserva il suo villaggio cominciano a sfaldarsi, perché la gente inizia a dubitare di quanto è successo. Quando Jack capisce di essere oggetto di derisione, è in quel momento che il suo desiderio di riconoscimento diventa un’ossessione.

Ti piace la letteratura italiana?
Certo, naturalmente. Avete una grade tradizione e grandi scrittori. Mi piace molto Alessandro Baricco, e Dino Buzzati è uno degli scrittori che mi ha spinto a scrivere. Il deserto dei tartari è l'equivalente de Il processo di Kafka. È un grande romanzo e penso che sia migliore di quello di Kafka perché è più su un livello umano, non è troppo surreale. Se sei un autore come Dino Buzzati e riesci a scrivere libri come Il deserto dei tartari e Un amore, sei un uomo speciale. Sono i miei libri preferiti e sono completamente diversi l’uno dall'altro. Non so come abbia fatto, ma è straordinario.

Preferisci leggere o scrivere?
Non penso che una cosa possa esistere senza l’altra. Ho iniziato a scrivere perché leggevo. Molti autori non leggono quando sono sul punto di finire un romanzo, perché non vogliono essere influenzati. Io ho bisogno di leggere. Leggendo buoni libri trovo l’ispirazione, non mi paralizzo, non penso: “Uh, non posso farcela, questo libro è troppo bello”. No, io penso: “Voglio essere così bravo”. Quando non leggo da un po’ comincio a scrivere male. Ho bisogno di leggere sempre.

Se non fossi Peter Terrin, cosa diresti a Peter Terrin scrittore?
Dunque, fammici pensare un po’. Gli darei dei consigli? Mmmm... Domanda impossibile, scusami!


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