Intervista a Philip Ó Ceallaigh

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Philip Ó Ceallaigh è irlandese. Vive a Bucarest. Scrive racconti. E già queste tre caratteristiche basterebbero per renderlo interessante. Aggiungete poi che è un narratore di grande talento e che in Italia i suoi racconti li pubblica una piccola ma combattiva casa editrice indipendente. Potevamo quindi rinunciare ad intervistarlo in esclusiva? Naaaa…




Era necessario lo sguardo di un irlandese per raccontare la Romania di oggi? È uno sguardo ancora estraneo o senti Bucarest anche un po’ tua ormai? Sei uno «stranger in a strange land» o semplicemente un narratore?
Sulla Romania non ho nulla da dire. Sono sempre stato confuso da ciò che accadeva attorno a me, non mi sono mai sentito a posto, in Romania o altrove. Se ho una qualche intuizione che valga la pena di comunicare, allora deve essere questa: penso che la maggior parte delle persone fingono, adottano ruoli che capiscono solo a metà, allestiscono dei gran spettacoli per sé e per gli altri, impauriti da cosa potrà succedere se tutto viene giù. Bucarest non è un brutto posto per un tipo come me, perché è visibilmente una città fallita, brutalizzata dalla storia, dall’ambizione e dalla stupidità umana. E anche perché tutti i brandelli non si incastrano bene assieme, come una macchina disegnata male e invecchiata peggio: non c’è quella patina di falsità che riveste le città più eleganti. Osservando la superficie, la strada, si incontra un bel po’ di tragedia, e parecchia è già espressiva di per sé. Ma, ora come ora, penso che potrei vivere dovunque, sentirmi a casa dovunque, dove vivo non fa più differenza.

Quanto c’è della tua vita nelle storie di Appunti da un bordello turco?
Tutta. Tutta quella di cui sono capace. Non mi sono tirato indietro. Ma per renderla credibile, ho dovuto raccontare un sacco di balle.

Quanto c’è invece di somigliante a un racconto nella tua vita? A vederla da fuori è una vita abbastanza movimentata, almeno lavorativamente parlando. Non ti senti una specie di immigrante al contrario? Non dalla Romania verso l’Europa dell’ovest come succede quasi sempre ma dall’Europa dell’ovest verso la Romania…
Beh sì, sono un immigrante al contrario. Sono un migrante economico. Non riuscivo a lavorare – o meglio non riuscivo a scrivere – in un Paese ricco. Volevo solo un tetto sulla testa e abbastanza di che mangiare ed essere libero di fare il mio lavoro. Ho preso quella decisione sedici anni fa e non c’è modo di tornare indietro, ora.

Scrivere è una cosa che ti viene spontanea, che fai con energia ed entusiasmo o c’è qualcosa di faticoso e doloroso nel tuo processo di scrittura?
Perfino quando qualcosa è buttata giù di getto, spontaneamente, va comunque giudicata alla fredda luce del giorno, e rimetterla in ordine significa davvero mettersi al lavoro. Ogni persona creativa è alla ricerca di quel momento puro di gioco creativo, quella gioia è tutto quello che vogliamo. In quei momenti si è quasi in trance, quando tutto fila, sorprendentemente, naturalmente. Il caffè aiuta, certo, come pure vivere da soli… Ma le cose imperfette che crei, perfino nei tuoi momenti migliori, ti impongono una responsabilità, e questa è il lavoro, non si scappa. Perché vuoi sempre che sia migliore, più bello di com’è. E raramente lo è, dato che buona parte di questo gioco sta nell’essere un po’ sbilanciati, stare un poco indietro rispetto alle proprie capacità, rischiare cose che possono o non possono succedere alla maniera che vuoi tu.

Short fiction per sempre o stai lavorando anche a un romanzo?
Ho scritto un paio di romanzi, ma poi li ho riadattati come racconti, quindi no, oggi non ho ambizioni di scrivere il grande romanzo. Ho appena finito un libro sui disastri del XX secolo, visti attraverso le vite e le opere di un po’ di scrittori ebrei dell’Est Europa. Forse è un libro invendibile, ma ci ho lavorato per davvero molto tempo. Magari Donald Trump riuscirà nel renderlo di nuovo attuale. Non sono in pochi a pensare che sia un fascista. Chissà, potrebbe essere l’unico appiglio in grado di salvare il mio libro.

Cosa pensi del Nobel per la Letteratura a Bob Dylan?
È il primo Nobel per la Letteratura che mi ha fatto sorridere. Io e Bob abbiamo fatto assieme un bel pezzo di strada. Un paio di anni fa, una sera ho trovato 500 euro per terra, qui a Bucarest poi dove non sono nemmeno valuta locale, e sono subito andato a comprare i costosissimi biglietti per vedere un concerto di Bob Dylan. Chiaro che è un premio Nobel diverso dal solito, è un premio non tanto alle parole su una pagina, ma a come vengono espresse, alla performance, a questa fusione artistica. E mi pare che sia una scelta da rispettare. Perché in fondo è da lì che viene la poesia: l’espressione vocale di versi interpretati da una voce umana. Solo recentemente la poesia si è ritirata in un ghetto accademico, una strana sottocultura dove i poeti sono più dei lettori. A ogni modo, è un piccolo ghetto snob, ed ecco perché gli editor delle riviste di poesia sono quelli più arrabbiati per il riconoscimento a Dylan in quanto creatore letterario.

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