Intervista a Philippe Claudel

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Durante il viaggio verso il Salone del Libro di Torino 2019, facciamo una lunga e affascinante chiacchierata telefonica con Philippe Claudel, cineasta e scrittore francese innamorato dell’Italia. Con profondità e cortesia ci parla del suo ultimo romanzo e della barbara indifferenza che affligge i nostri tempi.




Il tuo ultimo romanzo è ambientato in una sperduta isola del Mediterraneo, lungo la rotta dei migranti africani verso l’Europa. A proposito di Europa: cosa sta succedendo alle nostre coscienze? In cosa ci stiamo trasformando? Al netto della legittima diversità delle strategie politiche, stiamo perdendo la nostra umanità?
Sono convinto che non si stia capendo bene quello che stiamo facendo e quello che non stiamo facendo. Tutti i nostri comportamenti sembrano essere dettati dall’egoismo: non ci si preoccupa altro che di noi stessi, non abbiamo più un pensiero collettivo, sociale, planetario. E questo malgrado tutti gli allarmi, soprattutto ecologici. Non abbiamo più una visione del futuro del nostro pianeta e della nostra società: non pensiamo più ai nostri nipoti, pensiamo esclusivamente al “qui e ora”, senza prendere coscienza del fatto che stiamo andando letteralmente a sbattere contro un muro.

Sin dalla scelta dei personaggi del romanzo – che sono degli archetipi – si intuisce che hai voluto lavorare con i simboli. L’arcipelago del Cane ha qualcosa delle favole? O forse dei sogni?
Mi piace molto la parola “favola”, adoro le leggende e i miti. Ogni volta che inizio a scrivere un romanzo cerco di riflettere molto attentamente su qual è il genere letterario più adatto a raccontare la storia che ho in mente. Nel caso de L’arcipelago del Cane sono stato profondamente influenzato dalle mie letture di bambino, soprattutto i miti greci e latini, di favole, di racconti insomma fondati su fatti ma inseriti in un mondo immaginario, sebbene universali e atemporali perché descrivono una condizione umana che è di ogni tempo e ogni luogo.

I protagonisti del libro hanno un segreto in comune: la memoria. La memoria dei cadaveri dei migranti che hanno deciso di occultare. Ma la memoria ha un valore oppure come dici nel romanzo “è solo formaggio sulla minestra che si scioglie e sparisce”?
Oggi il problema è che l’essere umano è completamente bombardato da informazioni che scatenano emozioni, talvolta violente. A loro volta scacciate da nuove informazioni che suscitano altre emozioni ancora. Se si accetta di stare nel mezzo di questo flusso di informazioni provenienti dal mondo, dalla televisione, dalla radio, da internet, se si nuota in questa corrente la nostra capacità di pensiero e di memoria ne risulta fatalmente danneggiata. È necessario trovare gli strumenti per uscire da questo flusso, da questa corrente impetuosa per costruire quanto di più importante c’è per un essere umano: pensiero e memoria.

Una curiosità: perché la citazione di Giacomo Leopardi che è all’inizio del libro?
Intanto perché è un grande poeta e io adoro la Poesia. Poi perché mentre scrivevo L’arcipelago del Cane mi è capitato di rileggere Leopardi e ho trovato che alcuni dei suoi versi risuonavano con grande potenza, riecheggiando questioni che sollevavo nel mio libro. Inoltre la vita umana è una sorta di straordinaria lotteria, per alcuni può essere meravigliosa per altri terribile. In questa prospettiva la morte – come dice appunto Leopardi – può rappresentare una pacificazione.

Ho letto da qualche parte che non sei assolutamente interessato a girare film tratti dai tuoi libri. Se è così, a quale regista ti piacerebbe affidare il film de L’arcipelago del Cane?
Non c’è nessuno che vedrei bene dietro la macchina da presa per realizzare un film tratto dai miei libri per il semplice motivo che non solo non vorrei mai girarlo io in prima persona, ma non voglio nemmeno che lo faccia qualcun altro. Infatti ho appena rifiutato la proposta di un produttore cinematografico per L’arcipelago del Cane. Trovo che i libri debbano restare libri, perlomeno alcuni libri. Ho fatto una parziale eccezione solo con il mio Il rapporto, che è diventato un bellissimo fumetto realizzato da Manu Larcenet: quindi se un artista talentuoso volesse trarre una storia illustrata dal mio romanzo potrei anche acconsentire. Di certo non vado a chiedere a Hugo Pratt di tornare dalla tomba per disegnarlo… Però a pensarci un attimo un regista perfetto per L’arcipelago del Cane ci sarebbe stato, Pietro Germi. Il mio romanzo infatti si alimenta della commedia umana e della commedia all’italiana, fatte di elementi grotteschi, ridicoli e tragici al tempo stesso e Germi era un maestro nel rendere vivo questo contrasto. E ci sono parti de L’arcipelago del Cane che derivano dal cinema, facendo il percorso inverso. Sto pensando soprattutto a Stromboli di Roberto Rossellini.

I LIBRI DI PHILIPPE CLAUDEL



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