Intervista a Philippe Djian

Philippe Djian
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Lo incontriamo due volte e in tutti e due i casi sfodera un giubbottino di pelle nera, degno cimelio di una generazione beat ormai conclusa alla quale sembra aggrapparsi con la punta delle dita. Quasi tutte le foto reperibili in rete lo immortalano sempre in abito scuro e sguardo enigmatico, ma ti basta guardarlo negli occhi dal vivo anche solo per un momento per capire che dietro quel guscio impenetrabile c'è un uomo buono che non nasconde tratti di dolcezza.
Quasi tutti i siti internet o i giornali che parlano di te ti considerano l'erede della Beat Generation. Come interpreti tu l'essere beat?
Per me è un grande onore essere associato alla Beat Generation, gli autori che hanno alimentato questa corrente sono per me tutti dei grandissimi artisti e sono stati fondamentali sia per la mia formazione letteraria e artistica, sia per quella umana. In verità la Beat Generation ha lasciato segni molto profondi in tutte le generazioni passate. Quindi sicuramente io non vedo in questo accostamento una scorciatoia della critica. Tuttavia quello della Beat Generation è un periodo ormai chiuso; il mondo e la società sono cambiati, io sono cambiato, non sono più il ragazzo che ha scritto 37°2 al mattino; la mia lingua si è evoluta, e gli stessi protagonisti di quel romanzo oggi risulterebbero dei disadattati. A quei tempi io ero uno "scrittore contro" ora sono solo uno scrittore. 
 

Di cosa tratteranno, dunque, i tuoi prossimi romanzi?
Tutte le volte che mi chiedono di cosa parla un mio romanzo mi trovo in difficoltà, perché in realtà non mi interesso alle storie. Ciò che è importante è la lingua utilizzata dallo scrittore: il motore delle storie è lo stile.  La via principale per interessarsi agli argomenti è la lingua; per scrivere un buon libro bisogna lavorare su quest’ultima. Per farti un esempio: nel racconto inedito che ho presentato al Festival Internazionale delle Letterature a Roma che parla di un professore di letteratura che va al letto con le proprie studentesse e che forse (sarà il lettore a stabilirlo) è un assassino, non mi interessa che il protagonista vada al letto con le proprie studentesse o che sia un potenziale assassino, ma che sia un professore di letteratura; non sono un medico o un sociologo, mi piace scrivere di letteratura e mi concentro su quello. E’ bello poi vedere come ogni lettore interpreta a proprio modo le storie. 


Quindi il compito dello scrittore è far sì che il lettore osservi le cose sotto angolazioni e punti di vista diversi?
Sì, in un certo senso è così. Mi viene in mente il modo di fare cinema di un regista giapponese che si chiama Ozu, che in uno dei suoi film ha posto le telecamere all’altezza del pavimento: ha cambiato il punto di vista per cambiare il punto di vista dello spettatore. Inoltre compito dello scrittore è intrattenere il proprio lettore. Se sei Maria Callas perché non cantare Verdi o le canzoni napoletane? L’importante è avere la voce per farlo.

 
Hai detto che per te sono molto importanti la lingua e lo stile che sono i motori pulsanti delle storie che di per sé, possono essere anche banali. Mi viene in mente uno scrittore come Raymond Carver, le cui storie non trattano argomenti “sconvolgenti”  che la lingua rende tuttavia  speciali. Hai un modello linguistico al quale ti ispiri?
Non posso dire di avere un modello linguistico perché la lingua evolve;  la si costruisce giorno dopo giorno per adattarla al mondo in cui viviamo. Tu hai citato Carver che è uno degli scrittori che hanno fatto cose straordinarie con la lingua, ma no, non ho un modello linguistico. Modelli potrebbero essere Céline o Proust ma mi sembra chiaro che oggi non è più possibile scrivere come loro, a meno che non vogliamo limitarci ad offrire al lettore soltanto un puro piacere estetico.
 

Cosa ti sentiresti di consigliare ad un giovane che vuole diventare scrittore?
Io credo che oggi gli scrittori devono avere particolarmente a cuore il valore sociale e formativo della letteratura. Non devono intendere la letteratura solo come un fatto estetico. Inoltre un altro aspetto al quale tengo molto e al quale secondo me le nuovo generazioni dovrebbero fare particolare attenzione è quello dell'evoluzione dello stile e della lingua, che si ottengono grazie alla coltivazione della letteratura. Credo che per i giovani scrittori debbano essere più importanti la lingua e la scrittura che le storie stesse che raccontano. E poi vorrei che per le generazioni di scrittori futuri fosse fondamentale l'aggregazione, infatti in Francia è tipico degli scrittori adottare un atteggiamento da star isolata. Io e mia moglie stiamo sponsorizzando una etichetta sotto la quale si raccolgano non solo scrittori, ma anche musicisti e artisti.

 
Tu hai fatto musica assieme a Stephan Eicher. Sei solito ascoltare musica mentre scrivi? Se sì, cosa?
Per me la musica è molto importante, e mi piace tutta.

I libri di Philippe Djian

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