Intervista a Pierluigi Pardo

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Al via l’ottava edizione del Salento Book Festival. Nella serata inaugurale è stato mattatore assoluto Pierluigi Pardo, giornalista sportivo e volto noto di Sport Mediaset che qui però era in veste di romanziere e non di anchorman, a parlare del suo libro d’esordio. A fine serata, dopo gli autografi e le foto di rito, Pierluigi si è mostrato gentilissimo e felice di rispondere a qualche domanda per Mangialibri.




Partiamo dalla fine de Lo stretto necessario, dai ringraziamenti scritti in coda, che sono esemplari per come sei riuscito a renderli criptici e suggestivi. Per esempio dici grazie “a chi spaccando quel vetro ha reso tutto possibile”…
Due o tre anni fa avevo iniziato a scrivere qualcosa, un centinaio di pagine, e le avevo fatte leggere all’editor che mi aveva seguito nelle mie precedenti pubblicazioni per Rizzoli. Lui le aveva poi fatte vedere al responsabile della narrativa, per cui mi pressavano e mi chiedevano se fossi andato avanti, mi chiedevano notizie del protagonista. Io ero molto titubante. Poi un giorno mi hanno sfondato il vetro della macchina e mi hanno rubato tutto quello che hanno trovato, ho dovuto rifare i documenti ma soprattutto ho perso ogni traccia di quelle bozze. Allora ho scritto all’editore e ho promesso: “Se recuperate in qualche modo quelle pagine, prometto che finisco il romanzo”. E così è stato.

Lo stretto necessario, forse semplificando, si può etichettare come “romanzo generazionale”. Non credi che parli di più, e meglio, ai nati negli anni Settanta, che condividono una notevole dose di disillusione ma anche una nostalgia finora inedita nei confronti dell’infanzia e dell’adolescenza?
Guarda, non so se i nati negli anni Sessanta o Cinquanta siano diversi da noi in questo! Però sicuramente c’è la presa di coscienza che il tempo fugge, anche se vivi bene, e allora subentra la nostalgia per questa inesorabilità. Uno dei più bei complimenti me lo ha fatto Maurizio De Giovanni in occasione di una presentazione a Napoli: mi ha detto che nel mio romanzo convivono comicità e tristezza, e penso siano ben armonizzate fra loro.

Il libro sembra già pensato per una trasposizione cinematografica. È così? Chi potrebbe girarlo? A chi attribuiresti i ruoli dei personaggi principali?
Se ne è parlato, è un gioco che abbiamo già fatto. Sicuramente Giulio, il pubblicitario milanese, lo vedrei bene interpretato da un Abatantuono giovane.

Soprattutto da pagina 90 in poi il romanzo si sviluppa on the road. C’è Milano ma anche Roma, le tue due città. C’è Palermo e c’è la Puglia. I luoghi del romanzo non sono casuali e soprattutto non sono ininfluenti. Ce ne vuoi parlare?
Non ho certo tentato di fare una guida turistica dei posti che più amo, ci mancherebbe altro. Non c’è il Salento, che invece amo moltissimo. Mi sono fermato qualche chilometro più a nord, a Monopoli, ma come dicono tutti “la Puglia è lunga”! Uno dei miei luoghi del cuore che sono presenti è sicuramente la Flacca, quei dieci chilometri fra Sperlonga e Gaeta.

Un posto centrale in questo libro ce l’ha la musica: il Boss Springsteen, gli U2, i Placebo, gli Smashing Pumpkins, i Cure…
Sì, senza dubbio è un aspetto fondamentale. A un certo punto cito Missing degli Everything but the Girl, una canzone che mi fa impazzire. Ecco, Lo stretto necessario non è un libro autobiografico nella trama, ma Giulio ha dei tratti che sono palesemente miei, e la passione per la musica e la cucina è fra questi.

Chi ti segue, ti riconosce grandi doti nello storytelling sportivo. Che differenze e che difficoltà hai trovato nel passare alla narrativa pura?
È tutto un altro mondo. Nel mio lavoro faccio molte cose diverse, ma accomunate dal fatto che si svolgono live, e mi vengono naturali. Non è assolutamente vero che i romanzi si scrivono da soli, come dicono alcuni. Avevo completato la prima parte, poi c’è stato un lungo editing. Sono ancora incredulo, probabilmente a livello professionale è la cosa più difficile che abbia fatto finora.

I Mondiali del 2006 sono lo sfondo sul quale si proiettano le vicende dei protagonisti, tortuose e imprevedibili come quelle degli azzurri di Lippi. L’Italia quest’anno, dopo sessanta dalla prima ed unica esclusione, è fuori dalla competizione. Che ne sarà della Nazionale?
Tutto torna, e l’Italia tornerà a vincere. Nello sport gli episodi contano moltissimo: di sicuro la squadra era quello che era e Ventura non è il miglior allenatore del mondo, ma siamo fuori perché abbiamo perso con la Svezia, e ci ha detto anche un po’ male!

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